| 10 febbraio 2009 |
Tutta la vita davanti |
| di admin |
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Ho visto il film di Virzì, quello famoso, quello sui precari, la settimana scorsa. Tutta la vita davanti. È addirittura un film leggero, fino a tre quarti. Perché è vero, molti precari sono leggeri, scanzonati, divertiti. Può essere anche un simpatico passatempo (finchè si è giovani e ci si dice: tutto questo durerà ancora per poco) districarsi tra seratine low budget, film scaricati, affitti abbordabili, aperitivi gratis alle inaugurazioni delle mostre, sigarette scroccate, e intanto cercare qualche lavoretto che, tra un mese o due, ti permetterà di portare fuori una persona a cena, una cena di pesce, col vino bianco. E poi a teatro. Può essere davvero, e paradossalmente, divertente. Barcamenarsi. Districarsi. Arrangiarsi. Ci si gusta di più quei pochi lussi che ogni tanto piovono inaspettati. Il sushi offerto da un’amica coi ticket restaurant. Il bigliettaio del cinema che non fa entrare più nessuno perchè ha già chiuso la cassa ma vuole andare a casa e allora ti fa: dai entra, sala due, corri che è cominciato. Lo yogurt müller in offerta speciale.
Si chiama “Il mondo deve sapere”, è pubblicato da ISBN edizioni, ed è il diario di Michela Murgia, ai tempi in cui faceva la telefonista precaria in un call center che vendeva aspirapolveri Kirby a casalinghe che non avevano bisogno di aspirapolveri Kirby. Anche il libro è spassoso, ironico, e tutto sommato spensierato. La Murgia è capace di frasi come: Sul precariato ha scritto un libro anche Aldo Nove, per Einaudi. È “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese” e racconta le situazioni un po’ più drammatiche di chi, oltrepassata anche la fatidica generazione, precario c’è rimasto: ultra-quarantenni ancora supplenti nelle scuole, avvocati che si mantengono come camerieri, pastori part-time… Aldo Nove, abile nel tenere traccia delle generazioni,che quindici anni fa scriveva di tv e stragi domestiche, dieci anni fa di gioventù cannibale, cinque anni fa fa di cultura e amori pop, oggi non poteva che scrivere di precari. Parla un po’ della sua indagine anche qui. Poi c’è chi, già dal titolo del libro, ha il coraggio di lamentarsi di quel che per la Roberta di cui sopra sarebbe una pacchia: “Generazione mille euro” è stato pubblicato da Rizzoli nel 2006, dopo essere esistito a lungo come blog, tuttora vivace. Il sapore del precariato della nostra generazione, però, è diverso da quello degli anni ’90, non è la tragica disoccupazione da pantofole, plaid e curriculum, e nemmeno quella alla Giovani, carini e disoccupati, il precariato di oggi ha un che di picaresco e ridanciano. Perché? mi sono chiesta. Linda Fava |
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