10 febbraio 2009

Tutta la vita davanti

di admin

Ho visto il film di Virzì, quello famoso, quello sui precari, la settimana scorsa. Tutta la vita davanti.

È addirittura un film leggero, fino a tre quarti. Perché è vero, molti precari sono leggeri, scanzonati, divertiti. Può essere anche un simpatico passatempo (finchè si è giovani e ci si dice: tutto questo durerà ancora per poco) districarsi tra seratine low budget, film scaricati, affitti abbordabili, aperitivi gratis alle inaugurazioni delle mostre, sigarette scroccate, e intanto cercare qualche lavoretto che, tra un mese o due, ti permetterà di portare fuori una persona a cena, una cena di pesce, col vino bianco. E poi a teatro.

Può essere davvero, e paradossalmente, divertente. Barcamenarsi. Districarsi. Arrangiarsi. Ci si gusta di più quei pochi lussi che ogni tanto piovono inaspettati. Il sushi offerto da un’amica coi ticket restaurant. Il bigliettaio del cinema che non fa entrare più nessuno perchè ha già chiuso la cassa ma vuole andare a casa e allora ti fa: dai entra, sala due, corri che è cominciato. Lo yogurt müller in offerta speciale.

Il film di Virzì, che poi verso la fine si appesantisce assai e sembra pure che vada a finire bene con la protagonista che riceve un assegno di trecentocinquanta dollari dall’America per pubblicare un saggio filosofico, (ma a me trecento euro in una busta da una facoltosa università dell’Ivy League sembrano un po’ pochino per far finire bene un film), è tratto da un libro, di cui forse avete già sentito parlare.

Si chiama “Il mondo deve sapere”, è pubblicato da ISBN edizioni, ed è il diario di Michela Murgia, ai tempi in cui faceva la telefonista precaria in un call center che vendeva aspirapolveri Kirby a casalinghe che non avevano bisogno di aspirapolveri Kirby.

Anche il libro è spassoso, ironico, e tutto sommato spensierato. La Murgia è capace di frasi come:
(riferendosi alle colleghe telefoniste)
Un sottovaso ha più personalità di queste ragazze, povere loro. Mi fingo del gregge. Sarà bellissimo
o (dopo aver ricevuto un premio per l’alto numero di appuntamenti che è riuscita a collezionare in un mese)
Io non ho nessuna colpa se le casalinghe mi dicono sì, quelle infingarde“,
oppure (una descrizione dell’aggeggio attorno a cui ruota il lavoro di duecento telefoniste, più realistica di quella che si rifila alle casalinghe ignare):
Ma cosa fa il Kirby con esattezza?
Per esempio aspira la polvere. Ma fa anche massaggi alla cervicale, stura i lavandini, tinteggia i muri, igienizza il cane e il gatto… fa questo e un’altra miriade di cose, a sentire il consulente-venditore. Insomma, è spaventoso. Se è falso, mi sento sollevata. Se è vero, non lo voglio. Un amico quando glielo dissi mi chiese se per caso facesse anche pompini. È probabile, risposi. Mi è rimasto il dubbio sulla igienizzazione del cane e del gatto. Ho un gatto, ma gli ho promesso che questa cosa bruttissima a lui on succederà mai. Immagino che si tratti di gettarlo in pasto alla macchina che gli fruga nel pelo alla ricerca dell’impossibile e poi lo lascia, traumatizzato e igienizzato, sul tappeto vicino al camino. Povero micio mio. Mai, lo giuro.

Sul precariato ha scritto un libro anche Aldo Nove, per Einaudi. È “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese” e racconta le situazioni un po’ più drammatiche di chi, oltrepassata anche la fatidica generazione, precario c’è rimasto: ultra-quarantenni ancora supplenti nelle scuole, avvocati che si mantengono come camerieri, pastori part-time…

Aldo Nove, abile nel tenere traccia delle generazioni,che quindici anni fa scriveva di tv e stragi domestiche, dieci anni fa di gioventù cannibale, cinque anni fa fa di cultura e amori pop, oggi non poteva che scrivere di precari. Parla un po’ della sua indagine anche qui.

Poi c’è chi, già dal titolo del libro, ha il coraggio di lamentarsi di quel che per la Roberta di cui sopra sarebbe una pacchia: “Generazione mille euro” è stato pubblicato da Rizzoli nel 2006, dopo essere esistito a lungo come blog, tuttora vivace.

Il sapore del precariato della nostra generazione, però, è diverso da quello degli anni ’90, non è la tragica disoccupazione da pantofole, plaid e curriculum, e nemmeno quella alla Giovani, carini e disoccupati, il precariato di oggi ha un che di picaresco e ridanciano. Perché? mi sono chiesta.
Perché essere giovani e precari è normale.

Linda Fava

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