I pesci colorati come le poltrone del Palladium
di Emma Dante
Una ventina di attori facevano dieci passi avanti e dieci indietro,perpendicolari alla platea; si trattava di un lavoro sul ritmo, sull’ascolto e sulla cognizione dello spazio con lo scopo di marcare il territorio. Una volta decollata, questa schiera fatta di corpi diventava un plotone che marcia su una strada ideale, infinita… quella delPalladium. Me lo ricordo tozzo il palco quando ci mettemmo piede la prima volta, ci potevamo fare solo dieci passi e quando rappresentammo “Carnezzeria” fu necessario allungarlo.Ora, da quando il prolungamento è fisso, si possono fare più di dodici passi, numero perfetto per la schiera, esercizio-base del mio teatro… ed è come stare a casa. Il palco del Palladium è storto, asimmetrico, irregolare, imperfetto come il teatro che ho fatto in questi anni. E quando gli attori ci recitano, con salti e capriole a occhi chiusi, non hanno paura di cadere. Questo palcoscenico ha sempre avuto carattere,stimolandoci a sovvertire le regole.
Io al teatro Palladium ho fatto cose inaudite, scorrette, fuori dagli schemi; una fra tutte: le prove aperte di alcuni miei spettacoli con urla e invettive contro gli attori che insieme al pubblico stavano al gioco. Per un periodo mi facevo chiamare “la domatrice” e la maggior parte delle persone dal teatro usciva indignata di fronte alla mia severità, alla mia burbera richiesta di rigore e di cura. Ma io sapevo che al pubblico piaceva soffrire e vederci soffrire, e attraversare con noi quell’oceano al buio dove la terraferma era una meta lontana. Potrei paragonare l’interno delteatro Palladium ad un oceano, visto che lì ho scoperto un mondo simile a quello della barriera corallina, un mondo sommerso variopinto e ricco di biodiversità. Le poltrone colorate di Richard Peduzi mi hanno sempre fatto pensare ai pesci tropicali, a un luogo non tipicamente italiano, ad una atmosfera multietnica e al caldo umido dei paesi del sud. Mi sono sempre sentita a casa, insomma. Venivo dal sud per arrivare a sud. E il Palladiumme lo sarei portato a Palermo quando veniva il giorno della partenza!!
Ma poi… meno male che rimane lì… ben ancorato al suolo. Battello errante per viaggi magnifici.
E’ bello arrivare a Roma e andare alla Garbatella dove c’è il mio bar preferito gestito da una famiglia di napoletani, l’osteria dove si mangia la coda alla vaccinara più buona di Roma, Alfredo e il suo staff tecnico, Fabrizio, Monique,Valeria,Francesca e il pubblico, il nostro amato pubblico che ogni volta viene a renderci omaggio con un affetto che non troviamo altrove. E gli incontri con l’Università, e le prove, e le recite, e le presentazioni dei libri, e le retrospettive, e le conferenze, e le audizioni, e le riunioni per la preparazione del mio film…. Quante cose ho fatto in questi anni al teatro Palladium, quante! In dieci anni alla Garbatella noi siamo venuti praticamente con quasi tutti gli spettacoli, da “Vita mia” alla retrospettiva sul mio teatro, al ritorno della “Trilogia della famiglia siciliana” a “Cani di bancata” a “La trilogia degli occhiali” alle riprese degli spettacoli più importanti della mia storia e di quella della compagnia Sud Costa Occidentale.
In questo momento di forte crisi abbiamo perso i contatti con molti dei teatri che un tempo ci sostenevano e ci davano accoglienza; la mancanza di fondi ha generato un allontanamento e una triste distanza tra tutti, tant’è che ad oggi facciamo sempre più fatica a trovare in Italia un sostegno reale per la realizzazione dei nostri progetti. Il Palladium c’è e resiste, incredibilmente con più convinzione e più sacrificio di prima. Io sento in questo rapporto costante una solidità, una forza che mi consente di non demordere, che mi incita ad andare avanti, a rischiare ancora, a commettere errori per migliorare e comprendere, a protestare, attraverso il mio lavoro, contro l’inettitudine e il pressapochismo di questi anni. Sento che proprio in questo momento sia necessario uno sforzo, una consapevolezza maggiore soprattutto nei confronti dei più deboli, degli artisti che urlano fuori dal coro, che non appartengono a nessuna casta e che da soli cercano di attraversare l’oceano al buio. Per me e per la mia compagnia l’oceano è fatto di poltrone colorate come pesci tropicali e siamo felici che la barriera corallina sia stata salvata in questi anni orribili di degrado e di abbandono. Il teatro Palladiumcontinua ad essere nei dodici passi del nostro cammino.

Uno spazio che cammina con me
di Chiara Guidi/Socìetas Raffaello Sanzio
Il teatro non è un solido e forse proprio per questo la musica contemporanea ha cercato nella partitura l’architettura, nel suono la forma di uno spazio.
Le sue pareti si muovono. La platea si gonfia. Le luci si abbassano. Il palcoscenico sale. E lo sguardo di chi vi abita va da destra a sinistra e da sinistra a destra.
Un continuo movimento sposta gli angoli e crea pieghe, tasche e anfratti.
Il Palladium però era un cinema, si vede dalla collocazione del pubblico e dalla forma del palcoscenico. Quando lo vidi  la prima volta mi scoraggiai anche perché la collocazione della regia sotto la balconata non facilita il lavoro di regia fonica in quanto l’architettura assorbe il suono e falsa l’ascolto…eppure lì, al Palladium, qualcosa accade e lo spazio si moltiplica… uno ne richiama un altro.
Vi sono entrata più volte. E quel luogo ha beffardamente piegato il mio sguardo. Ne ha deviato impercettibilmente la traiettoria, l’ha modificata di poco ma sufficientemente per mettere in crisi un equilibrio e per trovarne un altro… e così io al Palladium attendo…
Entro e aspetto! E pian piano qualcosa scricchiola e si sposta…  finché il suono dello sguardo mette in campo tutti i sensi.

Il Teatro di notte
di Giorgio Barberio Corsetti
l’altra sera sono tornato al Palladium…
seduto in sala con gli spettatori aspettavo l’inizio, mentre un attore grosso a torso nudo seduto sul bordo del palco ci scrutava con un naso da pinocchio…
scrutavo anche io come sempre prima di uno spettacolo…
sedendosi la gente nascondeva le poltrone colorate, ai colori si mischiavano altri colori, la sala ampia pian piano si disponeva verso l’imbuto del palcoscenico…
è sorprendente ritrovarsi da spettatore in un teatro dove si è lavorato… nei giorni delle prove si abita lo spazio come casa propria, si passa dal palco alla platea con disinvoltura, e le poltrone dove si bivacca per ore diventano quelle del proprio soggiorno… un soggiorno delirante, dove si vive una vita disperata, densa, esaltata, nell’accelerazione del tempo prima di una prima…
il tempo sincopato, le ore delle ultime prove in teatro finalmente, dopo i giorni relativamente più quieti della sala prove… tutto deve andare a posto, le luci, le scene i video…
metafisico cabaret era nato per il Palladium… era uno spettacolo composto da numeri, metafisici appunto, paradossali, creati da me e dagli attori, che aveva una durata incontrollabile, inarrestabile… alla prova generale ci siamo resi conto che c’erano almeno 45 minuti di troppo… si doveva tagliare… seduto nella platea vuota, cercavo di capire come cavarmela, le poltrone erano diventate ardenti, come un tegame appena uscito dal forno…
a terra le stagnole della cioccolata mangiata per sopravvivere alle lunghe notti senza cena… finalmente Raquel, mia assistente nonché attrice e autrice di tre numeri del cabaret, con calma e lucidità femminile mi indica senza esitazioni dove tagliare… quasi in trance accetto senza discutere, e il giorno dopo, con una sola prova nel pomeriggio, andiamo alla prima, raddrizzando le sorti del nostro lavoro all’ultimo momento… e poi la serata col pubblico, così intensa, che ne ho un ricordo confuso, anche perché ero in scena, uscivo da un frigorifero e regolarmente il presentatore, interpretato da Filippo, mi sparava uccidendomi… quante volte sono morto sul palcoscenico del Palladium… e anche in platea, naturalmente, come si muore sempre prima della prima…
anche nello spettacolo con Giovanni Lindo Ferretti, lunghe notti di tecnica, di video, di luci… in sala a guardare filate, a sistemare i tempi, a mangiare panini o fette di pizza da asporto… notti che si concludono sempre con una pila di cartoni da pizza troppo ingombranti e praticamente indistruttibili…
il pubblico arriva, prende possesso della sala guarda lo spettacolo, si appassiona, si annoia, è contento, scontento, va via, si ricorda, dimentica, ma lì, dove ho vissuto quei momenti, io resto sempre, da qualche parte in quel teatro ci sono… un’ombra di permanenza, una traccia invisibile a occhio nudo… è come la firma sconsiderata di due amanti su un monumento… io sono lì, in segreto nel vostro teatro e a volte la notte passeggio con i miei amici……

Palladium, il teatro dietro l’angolo
di Mario Brunello
“…e il quartiere che mi piace di più di tutti è la Garbatella” dice Nanni Moretti in “Caro Diario”.
Mi era rimasto impresso quel nome strano di quartiere, ma soprattutto mi avevano colpito nello scorrere delle immagini il rosso pompeiano e le forme stravaganti di palazzi e cortili della Garbatella.
Per anni avevo poi riflettuto sul forte impatto lasciatomi da quella prima parte del film, dal forte contrasto tra l’inizio e la fine dell’ episodio “in vespa”.
Una prima parte densa di immagini, descrizioni, colori, luoghi raccontati nel girovagare in vespa di Nanni Moretti, in contrasto con il suo silenzio e il vuoto provocato dalle immagini dei luoghi dell’assassinio di Pasolini. In quel momento c’è sì la musica di Jarret, ma è il “peso” della figura, della storia personale e artistica di Pasolini a creare il vuoto, il silenzio. Così pensavo che anche la musica cosiddetta classica, la “mia” musica, assopita in un rito isolato come il concerto, avesse bisogno di un contrappeso, non spiegazioni o analisi più o meno tecniche, ma elementi che, messi in dialogo possano aprire uno spazio nuovo per far vivere l’emozione dell’esperienza artistica (musicale nel mio caso).
Per fare tutto ciò ci vuole un luogo che, oltre ad ospitare l’evento, il concerto, dia anche la possibilità e la libertà di una sfida, del rischio di cercare strade alternative e possibilmente provocatorie.
Il Palladium alla Garbatella è questo luogo che, già durante i lavori di restauro quando ebbi l’occasione di visitarlo, lasciava intendere che lì dentro la musica avrebbe abbandonato il suo comodo rito del “concerto”.
Così in questi dieci anni di collaborazioni con il Palladium, sostenuto dalla curiosità energica e contagiosa di Monique Veaute e Fabrizio Grifasi, sono nati progetti sulla musica, sulle grandi opere di Bach, Mozart, portandole a dialogare con inaspettati compagni di viaggio.
Una Sinfonia di Mozart, la K550, riletta dopo aver sentito musiche nate anni e anni dopo la sua composizione, rivista e ascoltata dopo essere stati a spasso per la modernità da Baricco e Dall’Ongaro. O Bach dei Brandeburghesi e dell’Arte della Fuga che hanno incontrato il “voto” del pubblico o l’interattività di Google Maps e l’elettronica di Teardo.
Il Palladium mi ha dato il tempo e lo spazio per raccontare, descrivere le voci i pensieri, le immagini che stanno fuori, che orbitano attorno al magico silenzio in cui la musica nasce e muore, offrendo la possibilità di girovagare per poi fermarsi nel luogo dove si pensa di aver trovato, almeno per un momento, il senso della propria ricerca artistica.
…“caro diario, c’è una cosa che mi piace fare più di tutte”… girare tra i palazzi ,le case rosse della Garbatella ed entrare nel suo Teatro. Magari in vespa.

Quando si ha una casa
di Francesco Dobrovich
Nel 2002 a Roma esisteva il Rialto, a settembre si aspettava Enzimi, si contavano i giorni per Dissonanze, i muri di Trastevere erano carichi di poster e all’ESC, atelier occupato di San Lorenzo,si radunavano gli street artists di tutto il mondo per l’annuale International Poster Festival organizzato dai pionieri Sten &Lex.In molti locali del centro si sentiva una grandissima voglia di arte e i collettivi che organizzavano mostre di artisti emergenti sorgevano in ogni rione.
Ricordo le trasferte fatte ovunque ci fosse qualcuno che esponesse, ricordo i mercoledì pomeriggio a rimbiancare il Rialto per renderlo più simile possibile ad una galleria, in occasione delle nostre prime uscite con NUfactory. Ricordo anche gli scatti fotografici fatti ai primi artisti che abbracciarono la nostra idea di emergere da quell’underground pulsante. Sentivamo la necessità di mostrare ciò che stava emergendo, volevamo condividerlo con il mondo, perché era troppo forte, perché attorno a noi non c’era ancora consapevolezza di ciò che in realtà stesse accadendo, che ci sarebbero state delle possibilità per alcuni di noi.
Passati i quarant’anni un artista non si illude più. Sa se è un grande artista o un artista minore. Ma a vent’anni tutti gli artisti sentono la forza scorrere nelle loro vene, hanno la convinzione di farcela. A vent’anni ad un artista viene perdonata la mancanza di fermezza nel tratto, la timidezza dei colori, le incertezze nella composizione. Quando un artista è in divenire si domanda cosa darà alla luce. Bisogna attendere e la città in quegli anni era in attesa che qualcosa si muovesse, si aveva l’impressione che qualcosa di buono sarebbe venuto alla luce. Noi eravamo convinti che bisognava cercare di mettere a sistema questo fermento, sentivamo che la nostra vocazione fosse quella di organizzarlo, ma per questo avevamo bisogno di una casa, un luogo in cui sentirsi liberi di agire, misurarsi con un pubblico attento e sensibile.
Nel 2009 mentre a Roma non si ripeteva più Enzimi, mentre il Rialto veniva chiuso e Dissonanzeera alle ultime battute, NUfactorytrovavauna casa: il Palladium.
Ricordo il giorno in cui proposi a Valeria Grifasi di portare all’interno del Teatro Palladium la mostra personale dell’artista Formisano. Venne inaugurata in concomitanza di una prima teatrale, l’allestimento era leggero, un’entrata nel foyer del teatro in punta di piedi, con il timore di sbagliare e pregiudicare la possibilità dipoter portare tutto ciò che avevamo osservato con interesse in quegli anni.
Attraverso un percorso di crescita e consapevolezza, la presenza dell’arte nel foyer ha mutato forma, passando da allestimenti con una natura puramente espositiva a progetti più complessi e appositamente pensati per il contesto specifico.
Portare l’arte visiva all’interno di un teatro, seppur così aperto alla sperimentazione,comeè il Palladium, non è stato un percorso scontato. Anche se attorno a noi si percepiva già dall’inizio un’ottima energia, cambiare la percezione del pubblico nei confronti dello spazio, da luogo esclusivamente dedicato alle arti sceniche a luogo espositivo, è stato un percorso molto avvincente e stimolante. La proposta artistica si è dovuta necessariamente adattare a questo limite apparente, al punto da trovare una formula che permettesse al Palladium di offrire qualcosa di nuovo nel panorama culturale della città.
E’ nel 2010 che grazie alla spinta emotiva e alla convinzione di Monique Veaute e di Fabrizio Grifasi che decidemmo di percorrere una strada nuova. Si doveva offrire nuova energia e potevamo farlo solo attraversointerventi site specific. NasceOversize, un progetto dovel’arte nel foyer del Palladiumha assunto un carattere deciso, totalizzante, libero e istintivo. Gli artisti coinvolti, in dialogo aperto con la parete, interpretano da allora il grande formato secondo la loro personale visione artistica. Viene offerta loro la possibilità di relazionarsi con un luogo libero da ogni costrizione concettuale e di forma, chiamati ad interpretare lo stesso, stravolgerne la percezione per cogliere l’attenzione dello spettatore passante.
L’artista che espone al Palladium è chiamato ad inserirsi in un contesto ricco di spunti creativi, con un pubblico critico e fortemente ricettivo. La sfida è di cercare un rapporto con lo spettatore che passa necessariamente attraverso l’energia che l’artista riesce a trasmettere. Uno spunto di riflessione inaspettato, uno stimolo inconsueto che deve arrivare in poco tempo. Una sfida che lega indissolubilmente l’artista al luogo.
Quando si ha una casa, si ha forza. La nostra casa ci ha permesso di seguiree favorire le novità della scena artistica contemporanea tanto a livellolocalequanto nazionale.
Dopo 3 stagioni di Oversizegli artisti vedono nel Palladium un luogo con un’anima riconoscibile, dove trovanosupporto alle idee che vengono sostenute e prodotte, in Roma un punto di riferimento per la creatività nazionale.
Le città cambiano, ancor più velocemente mutano le pulsioni e le forze che le animano. Sapere che esistonostrumenti in grado di rigenerarle è di vitale importanza. La speranza è quella di poter avere energia a lungo, di poter continuare a contribuire alla crescita della città e di credere nel Palladiumquale luogo di riferimento e punto di passaggio per il percorso artistico di molti.