Palladium, cantiere di futuro e innovazione

Quante volte si può rinascere?
di Lorenzo Pavolini
C’era una volta un locale remoto, uno stanzone buio e quasi esotico, losco quel tanto che bastava per risvegliare il gusto dell’avventura, il miraggio della festa, la memoria di ballerine e film più o meno  indimenticabili, notti brave e passeggiate alla controra, nel cuore di un quartiere che sembra uscito dalle favole, con la grazia del barocchetto, la quiete dei cortili, la toponomastica dei navigatori, la comunità vigile dei lotti. Un ombelico cittadino via via disperso e riconquistato, una bolla che sul finire del millennio se ne stava laggiù alla periferia del corpo urbano a scolorire e cambiare pelle, separata dal mondo, avviata all’oblio. Ma quante volte può ricominciare la vita di un teatro, come quella di un essere umano, non è dato saperlo. E quante anime in una sola di queste vite potranno coabitare è un esperimento sempre in corso, i cui esiti ogni sera rimangono in discussione, come per un pasto abbondante e dissennato, guidato dall’appetito e dalla curiosità, nel corso del quale si sono fatti precipitare nel medesimo stomaco alimenti concepiti a latitudini molto differenti con la speranza che la reazione, persino l’esplosione nel caso resti contenuta, e quindi sia possibile il risveglio l’indomani. Così, proprio quando l’abbandono stava per farci dimenticare per sempre il Palladium eccolo tornare in una smagliante forma cromatica. Un palcoscenico a diamante da baseball che avanza verso la platea, le poltrone a tinte alterne, la galleria che lo fronteggia in un abbraccio circospetto, il respiro ovale sotto la calotta azzurra con la doppia stella di David. Una riapertura che dura già da dieci anni, una sorta di eternità nell’eternità romana, considerata la media oraria dei progetti che riguardano i palcoscenici e le produzioni creative in questa città, in preda alle continue sterzate dei pubblici teatri, la conservazione sfinita, pirandelliana, dello spettatore ben intrattenuto, ben informato, comunicato e rispedito soddisfatto tra le lenzuola, a continuare il sonno appena interrotto dall’applauso, con il sospetto di aver partecipato “dal vero” alla trasmissione televisiva sua preferita. Dieci anni sono stati un arco di tempo finalmente capace di raccogliere un pubblico intorno alla domanda che il teatro rivolge ogni minuto insieme a se stesso e a chi si affida ai colori delle sue poltrone: sono dunque io vivo o sono morto? Abito una metropoli di zombie, un paesetto diroccato oppure servo ancora perché gli studenti universitari che vedo qui accanto hanno bisogno di me? Tante volte si è usciti fuori scuotendo la testa, increduli, perplessi, altre davvero infuriati, altrettante si è riconosciuto quanto ancora valesse la pena alimentare la passione di essere spettatori. Se dovessi provare a dire in una carrellata di primo istinto quando nella mia esperienza questo è successo al Palladium rivedo le prime prove dell’Orchestra di Piazza Vittorio e il pianoforte della Labèque, il violino della Mullova e il racconto musicale di Michele Dall’Ongaro e Alessandro Baricco, chiaro senza mai farsi banale, rivedo Marina Abramovi? sospesa in aria che pare strozzare due pitoni penzolanti dalle sue braccia eburnee, mentre sotto di lei i dobermann sgranocchiano una montagnola d’ossa, rivedo i cani di Bancata di Emma Dante accorrere al loro infame desinare, il cane senza padrone dei Motus nel film da un appunto di Petrolio, e ricordo in due serate del 2006 la prima volta di Roberto Saviano e l’ultima di Enzo Siciliano, rivedo lo spazio intero del teatro invaso dalla poesia nel Paesaggio con fratello rotto della Valdoca, la sorpresa del tempo che non passa per la danza di Enzo Cosimi, di Caterina Sagna, di Virgilio Sieni, il Metafisico cabaret di Giorgio Barberio Corsetti e l’incontenibile Filippo Timi, la furia di Eleonora Danco, il coraggio di Daria Deflorian e Tagliarini, il vortice narrativo di Ascanio Celestini, la sapienza compositiva di Lisa Natoli, l’Origine del mondo di Lucia Calamaro, l’Aldo morto di Daniele Timpano, le figure di luce e polvere dei Muta imago, i Seigradi dei Santasangre, il neotribalismo delle Fibre Parallele, la crudezza dei Babilonia Teatri, Milgram il buco nero del Teatrino Clandestino, il Madrigale appena narrato della Raffaello Sanzio, l’elettronica di Sensoralia, l’ultimo passaggio di Peter Brook con The Suit… e sarebbe da continuare ancora, in tutti i sensi.

Sensi Sotto Sopra è la nascita di un luogo: il Palladium.
di Richard Castelli
Mi era già capitato di adattare un teatro ad altri scopi rispetto alla mera rappresentazione di uno spettacolo: dividere un palcoscenico in due o tre parti per presentare più spettacoli con una scena ed un pubblico diversi per ciascuna sezione, allestire un’installazione dietro uno spettacolo, utilizzare il sottopalco come luogo di messa in scena o espositivo…
Di volta in volta, questi limiti si rivelavano un’esperienza arricchente per gli artisti ed il pubblico per via dell’evasione dallo schema tradizionale di rappresentazione, perché offrivano una relazione spesso più intima con le opere – di spettacolo dal vivo o plastiche- o perché davano loro prospettive inusitate. Ad esempio, per parlare di una soltanto, secondo Roy Faudree in persona (allora membro del Wooster Group), la rappresentazione del suo solo Dupe non aveva mai trovato un inquadramento più efficace di quello del sottopalco che gli avevo proposto io perché era stato proprio quel luogo, con il soffitto basso, soffocante, pieno di pilastri ed estremamente affollato a restituire al meglio l’atmosfera di scantinato/studio di ripresa dove il suo personaggio si rifugiava per registrare alla bene e meglio il video messaggio, al cuore dello spettacolo, così come lui, attore, si indirizzava al cuore del pubblico.Alla mia prima visita al Palladium, ho visto in quello spazio soprattutto difetti, che non rivelerò certamente in seno a questa pubblicazione, come facilmente immaginerete.
Ma al solo sentire che le poltrone potevano essere rimosse, quello che vedevo si è trasformato nella promessa di uno spazio magnifico.
E così tutto si è messo in ordine: Ulf Langheinrich lavorava, a quel tempo, al suo primo film emisferico il cui schermo a forma di cupola, sospeso, si incastrava miracolosamente in questo nuovo spazio della sala vuota. Il pubblico non avrebbe più dovuto sedersi, ma muoversi liberamente o stendersi a terra, non più osservare attraverso una finestra, ma scoprire un cielo nuovo, rosso, vibrante, scintillante, senza limiti. Un pubblico dai “sensi sotto sopra”. Questa nuova regola fu applicata per tutti gli altri spazi: il palco dove il pubblico camminava sulle opere (Du Zhenjun, Holger Förterer, Marie Maquaire), la parte inferiore della balconata destinata al lavoro di Gregory Barsamian e Christian Partos (che è tornato inseguito con una esposizione personale a Palazzo Fendi e poi alla Pelanda, Macro Testaccio, per Digital Life 1, due altre manifestazioni curate da Romaeuropa), i camerini per Time’s Up e Pierrick Sorin, le vetrate con il massimo dello split-screen di Richard Fleischer, il primo piano, diventato l’appartamento di Troika ed infine la galleria dove si poteva scoprire l’altra faccia della cupola a cura di Studio Azzurro.
E visto che il teatro era stracolmo, il vernissage finì per esser fatto in strada, con un’altra proficua inversione di senso.
Dal limite è nata la creazione. Sensi sotto sopra.

Un luogo è molte cose
di Roberta Nicolai
Non solo i materiali con cui è costruito, le dimensioni e le persone che lo abitano. Come un accumulatore, nel tempo, un luogo si carica e si scarica, lascia passare energia o la disperde, chiede e dà, e in questo scambio tra interno ed esterno, tra il volume negativo e la soglia delle pareti, si modifica nella struttura. Un teatro non è subito un teatro. Diventa un teatro.
Siamo arrivati al Palladium un pomeriggio d’autunno del 2006. Avevamo una riunione con Monique e Fabrizio, una riunione importante che avrebbe modificato la nostra prospettiva lavorativa per gli anni futuri.
Lo avevamo già attraversato, organizzando il convegno teatrinvisibili e un nostro spettacolo ma in quella riunione avremmo discusso di un progetto, già delineato nelle linee portanti, che accarezzavamo da tempo: creare un festival dedicato alla scena contemporanea indipendente.
All’epoca, la distanza che ci separava da quel luogo, dalle persone che lo dirigevano, dal livello delle identità artistiche e professionali che lo attraversavano, ci sembrava incolmabile. Ma le distanze non sono mai incolmabili quando ci si muove, rimangono tali solo se si sta fermi.
In quella riunione, mentre ci conoscevamo ed esponevamo le nostre posizioni, mentre si andava costruendo quella geografia umana fatta di identità singole immerse in quadri collettivi che è l’incontro tra due gruppi di lavoro definiti, abbiamo sentito il movimento.
La Fondazione Romaueropa gestiva il Palladium da pochi anni ma, forte di oltre 20 di festival, non ci accorgemmo subito della misura di quello che, per loro, era l’avvio di una sperimentazione, di un’attitudine all’ascolto, maturata in decenni di incontri e professione ma che ora si andava declinando nella gestione di un teatro e che quell’idea di gestione prevedeva possibilità per noi, per tutti, per la città. Che quel teatro lo stavano creando e che andava a fondo in una vocazione contemporanea forte e definita e si edificava come un luogo aperto, che si metteva a disposizione.
Al bar, usciti dalla riunione, negli istanti un po’ nebbiosi in cui ti confronti con i compagni di viaggio, su un accadimento che dentro di te hai definito la partita da giocare, e di cui cerchi di leggere nei comportamenti altrui, il risultato, abbiamo afferrato che la mappa del nostro operare quotidiano era cambiata, che dopo anni di nomadismo avevamo trovato una casa.
Avevamo paura. Di allontanarci troppo dalle nostre priorità che, allora come ora, è la creazione personale, ma la certezza di poter crescere, di poter avere un confronto professionale tale da darci, col tempo e con le migliori energie, un’occasione irripetibile di coscienza artistica e progettuale, l’occasione di una diversa prospettiva che potesse consentire una nuova lucidità di visione, è stata più forte.
Abbiamo cominciato a costruire Teatri di Vetro. Non più come un sogno, un’ipotesi, un gioco, ma un progetto politico che aveva un centro e che da lì poteva creare e disfare geografie, mettere in rete spazi della città e del paese, provare a lavorare con tutti, connetterci alla realtà e al nostro oggetto: la scena contemporanea. Un luogo che ti concedeva anche la possibilità delle soste del dubbio, di non essere sempre muscolare, che ti restituiva, insieme allo spazio, il tempo.
Non è stato sempre facile.
Non è facile essere regista e attori e assecondare una vocazione curatoriale trasformandosi, giorno dopo giorno, in una struttura anche organizzativa, tenendo in vita l’ibrido che sei diventato con lotte interiori devastanti.
Ma in sette anni abbiamo vissuto insieme ad un teatro, alle persone che lo abitano, alla sua determinazione ad essere un punto di riferimento dei linguaggi contemporanei, al suo farsi ricettore di progettualità di altri, al suo costruirsi un pubblico e al suo movimento nel rinnovare costantemente l’apertura senza delegare la responsabilità della scelta.
Anni difficili, anni di instabilità e di crisi, i peggiori per costruire un teatro, i peggiori per far crescere un festival, i peggiori per consolidare lo stadio di maturazione e consapevolezza di una scena che si è sentita chiamata ad esprimersi con azioni e pensieri. Ma nonostante tutto la geografia della città è cambiata e il Palladium è oggi una realtà e un punto di riferimento.
In una prospettiva più ampia, sono stati anni che hanno potuto vedere realizzate solo in parte le potenzialità dei luoghi e dei soggetti e, come sempre nei processi complessi della ricerca, molta energia è andata dispersa. La durezza dei tempi ha restituito centralità alla scelta, al dovere di fare scelte, e la strada fatta ci colloca oggi su una soglia, un nuovo corso che entri, con coraggio, nel merito, nei contenuti, rinunciando a surfare sulla superficie, se vogliamo che la scena contemporanea, nei linguaggi artistici e nella molteplicità dei soggetti, strutture e progettualità che compongono, nella loro pluralità e differenze, straordinaria e originale tessitura culturale di questa metropoli, diventi finalmente l’asse culturale centrale su cui edificare il futuro.
Molte distanze si sono accorciate. Molte nuove distanze sono nate, a volte tenute in vita dalla pigrizia nei confronti di un’analisi profonda dell’esistente.
Ma nella prospettiva che si apre, per  tutti noi, i luoghi sono importanti. Se sono luoghi che respirano, che non si arroccano, che si modificano e che si rivoltano dal loro interno verso l’esterno, restituendosi ai cittadini, agli artisti, alle donne e agli uomini.
Teatri di Vetro, festival delle arti sceniche contemporanee, nasce nel 2007 e realizza, nel 2013 la sua settima edizione. Sostenuto dal contributo della Provincia di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali fino al 2012, dal MIBAC dal 2012, dalla Regione Lazio e dal Municipio Roma XI per l’edizione 2013, è ideato e realizzato da triangolo scaleno teatro, in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa, il teatro Palladium Università Roma Tre.
La direzione artistica è affidata a Roberta Nicolai che, per l’impegno dimostrato su livelli differenziati di creatività nell’ambito del contemporaneo, nel 2011, riceve il premio nazionale Kilowatt-Ubulibri come migliore giovane curatore della scena contemporanea per essersi distinta per la qualità del proprio lavoro, per le idee messe in campo e per la forza della propria proposta artistica.

“I sette nani al cospetto di una insolita Biancaneve”
di Michele dall’Ongaro
Pensai: non ce la possono fare.
Sbagliavo.
A dire il vero lo avevo pensato (sbagliando di nuovo) anche dopo l’inaugurazione del Parco della Musica. Certo: altre proporzioni, altre sfide, altri mezzi, altri problemi. Simile però il tema: far capire ai romani (ai romani!) che avevano un bisogno (di conoscenza, di intrattenimento, di bellezza), che avevano delle curiosità e dei diritti (alla conoscenza, alla bellezza eccetera) e che avevano un luogo dove esercitarli. La stessa cosa, in fondo, aveva fatto Nicolini molti anni prima. Lì la piazza, qui un luogo come il nuovo Auditorium, come il teatro Palladium. I Cesaroni ancora non esistevano e il quartiere Garbatella non era meta di tour mediatici bensì ancora sinonimo di periferia sospetta, banlieu remota. Lo era per alcuni ma non per Il Magnifico Fabiani che ebbe la brillante idea di affidare la gestione del Palladium a Romaeuropa e a Monique Veaute.
Credo che chiunque abbia a cuore l’intelligenza dovrebbe conoscere prima o poi Monique. Raramente mi è capitato di incontrare, impegnata in quel ruolo, una persona tanto capace, curiosa, prensile, determinata, umanamente ricca e intellettualmente agile. Collaborare con lei, con Fabrizio Grifasi e con lo staff (tra i più efficienti e aggraziati in circolazione) di Romaeuropa per cinque anni circa è stata una esperienza che mi ha dato belle soddisfazioni e insegnato molto, anzi: ne approfitto per ringraziare.
Il problema era chiaro, un teatro nuovo al posto del vecchio cinema, una attività che doveva partire da zero e pochissimi soldi, anzi, forse proprio niente.
Ma come si sa, peggio della mancanze di risorse c’è solo la mancanza di idee e l’idea di Veaute fu quella di chiamare in riunione artisti e intellettuali coinvolti a diverso titolo nel Festival (uno dei meriti di Romaeuropa è anche quello di essere prima di tutto un luogo di incontro e poi una istituzione). Rammento perfettamente questa piccola assemblea un po’ surreale (un discreto gruppetto di coreografi, attori, registi, musicisti e tutti insieme sembravamo argonauti un po’ spaesati o i sette nani). Visto che non c’erano soldi si poteva però pensare a quel luogo per sperimentare progetti, come palestra per invenzioni che altrove avrebbero faticato a trovare spazio. Insomma: costruire un cartellone come un quaderno di schizzi, un laboratorio di format. Rovesciare la prospettiva, non chiedersi cosa avrebbero potuto fare gli artisti per il Palladium ma cosa il Palladium avrebbe potuto fare per loro, mettendo a disposizione lo spazio e le forze in campo di Romaeuropa.
Diciamo che lo start-up fu reso possibile in questo modo. La cosa funzionò molto bene, direi. Tra le invenzioni più divertenti (per me) l’idea di Alessandro Baricco di incontrare il pubblico costruendo un percorso in tre tappe intorno alla sinfonia K550 di Mozart, compagno di cordata: Mario Brunello ( e la generosa complicità delle sorelle Labeque, Viktoria Mullova, Andrea Lucchesini, Sonig Katharian). Scalare questo edificio (se non rammento male le metafore di Alessandro) aprendo le porte di tutte le stanze, raccogliendo le provocazioni del Genio salisburghese, suonando, raccontando le musiche e le storie che ruotano, nascono e si diramano da questo fin troppo noto capolavoro in compagnia di un gruppo di persone così speciali è stato di certo tra i compiti più eccitanti che mi sia capitato di intraprendere nel corso della mia attività di esploratore musicale. Il senso dello “spettacolo” in tre serate che abbiamo proposto era più che altro quello di restituire al pubblico la gioia di questa esperienza collettiva dove non si capiva più bene se Baricco “suonava” le parole o Brunello “parlava” con le note.
La cosa ci è talmente piaciuta da farci ripetere qualcosa di simile negli anni successivi, con formule un po’ diverse. Ai margini da segnalare altre idee di Brunello (un progetto sempre su Mozart e la ripresa di quello sulla K550) che sono diventate appuntamenti fissi delle nostre vite e che ci permettono ogni tanto di riunirci, a distanza di tanti anni, per ritrovare quel piacere di studiare insieme e stare in compagnia di bella musica, amici e buon umore.
Il Palladium comunque ha vinto (con la danza, con i suoi protagonisti, il teatro, le musiche, la scienza, l’ orchestra di Roma Tre e mille altre cose) la scommessa raccolta in quella riunione carbonara diventando uno dei polmoni verdi della cultura e dello spettacolo di questa città.
Pensai: non ce la possono fare.
Sbagliavo, per fortuna.

Discorso diretto. Parola agli scrittori
A cura della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci
Il discorso diretto è una delle componenti più importanti del racconto, attraverso cui i personaggi si esprimono con le loro parole mettendo da parte il medium della lingua d’autore. Prendendo spunto da questa dimensione fondamentale della scrittura, letteraria ma non solo (simile all’a parte in cui in una pièce teatrale il personaggio parla direttamente con lo spettatore), la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci – nata nel 1986 per promuovere la lingua e la letteratura italiane e per proseguire nell’organizzazione del Premio Strega – ha ideato in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa un ciclo di incontri con alcuni dei narratori più amati dai lettori. Giorgio Faletti (18 gennaio), Gianrico Carofiglio (16 febbraio), Alessandro Baricco (17 aprile) e Margaret Mazzantini (15 maggio) si sono alternati nel 2012 sul palco del Palladium, ciascuno mettendo a nudo la propria creatività e riflettendo sugli strumenti espressivi della narrativa. Nella seconda edizione, da gennaio a maggio 2013, il testimone è stato raccolto da altri quattro grandi storytellers – Erri De Luca (29 gennaio), Marco Malvaldi (12 marzo), Fulvio Ervas (2 aprile) e Daria Bignardi (21 maggio) – per proseguire l’esplorazione di nuovi continenti della scrittura costeggiando la narrativa di genere e d’invenzione, la testimonianza umana e l’autobiografia, nella convinzione che esistano tanti territori letterari quante sono le voci meritevoli di essere ascoltate. Dal momento che il discorso diretto segnala anche uno spazio di dialogo nel testo, gli incontri del Palladium prevedono sempre il confronto tra scrittori e pubblico, quest’ultimo formato soprattutto dai ragazzi delle oltre quaranta scuole secondarie superiori che aderiscono all’Anno stregato della Fondazione Bellonci, un progetto di lettura attiva che produce booktrailer, testi critici e interviste in audio e video con gli autori delle novità della stagione editoriale, il tutto pubblicato sul blog fondazionebellonci.terzapagina.it per le cure degli stessi giovani lettori. Sollecitato dalle domande degli studenti, ogni protagonista di questo ciclo di incontri ha l’occasione preziosa di spogliarsi dell’aura del “personaggio”, compiendo un tuffo nel passato fino a tornare all’ansia dell’esordio. Non senza ironia Gianrico Carofiglio ha raccontato dei molti rifiuti subiti all’inizio della sua lunga e fortunata carriera, l’ultimo dei quali inviato da un editore quando l’opera prima era stata già pubblicata da mesi presso un’altra casa editrice. Rivivendo la trepidazione con cui leggevano da ragazzi le pagine favorite, gli autori di Discorso diretto riallacciano i diversi nodi esistenziali del proprio immaginario, scoprendo – con le parole di De Luca in occasione del primo incontro del 2013 – che la scrittura è sempre «il resto solido della vita evaporata via». A conclusione del progetto gli studenti dell’Anno stregato tornano al Palladium a giugno per incontrare e votare i dodici autori concorrenti al Premio Strega: l’autore scelto dai ragazzi ottiene un voto valido ai fini della designazione della Cinquina dei finalisti. Questa giornata conclusiva è ogni anno un’occasione preziosa per mettere a fuoco i gusti letterari dei più giovani, da confrontare poi con i risultati del riconoscimento letterario istituzionale.

ZTL_pro, dalle cantine alla ribalta
di Graziano Graziani
Lucia Calamaro, con una scopa in mano, imprecava ogni volta che nella sala prove del Rialto trovava delle cicche di sigaretta. A chi la usava prima di lei magari non dava fastidio, così ci armavamo di santa pazienza e mettevamo a posto tutto: lei armeggiava con la scopa, mentre io con gli altri ragazzi del centro culturale – prima occupato e poi assegnato dal Comune – trafficavamo con le bombole di gas per ricaricare le stufe. Perché i riscaldamenti erano un’utopia, al pari di quello che si progettava lì dentro, e anche se siamo al centro di Roma, al Portico d’Ottavia, d’inverno fa freddo comunque.
Un freddo intenso toccava affrontarlo anche per arrivare al Kollatino Underground, in fondo alla Prenestina, per andare a gustarsi in anteprima il laboratorio di teatro immagine che si tiene lì: la compagnia residente sono i Santasangre, e con loro hanno trovato ospitalità anche le ombre e le architetture visionarie dei Muta Imago – una delle prime compagnie a essere sostenute da ZTL_pro.
La danza, invece, era da sempre un rovello del Teatro Furio Camillo. Nato da un’idea di Marcello Sambati e poi passato nelle mani della compagnia Archimandrita, questo piccolo teatro nel quartiere appio-tuscolano è stato negli Anni Zero l’unico spazio privato a ragionare come uno spazio pubblico. Per questo lo ritroviamo come parte di una rete – ZTL – che per i suoi quattro quinti mette insieme esperienze nate nel brodo di cultura dei centri sociali. E per questo artisti complessi, dai linguaggi raffinati e difficili come Alessandra Cristiani e Habillé d’eau, hanno trovato un approdo sicuro in questa sala da appena cento posti.
L’Angelo Mai, passato da un’occupazione nel rione Monti a un’assegnazione a Caracalla, è stato invece un palco importante, reso trasversale agli occhi dei romani grazie all’intensa programmazione musicale, un palco da aggiungere a quello del Teatro Palladium per presentare i lavori promossi dalla rete. Qui, dopo la chiusura del Rialto, è approdata la post-drammaturgia di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e la danza provocatoria di Stefano Taiuti, ma anche la regista Lisa Ferlazzo Natoli è una presenza costante.
Un’altra piazza importante è stata il festival Teatri di Vetro, che ha trasformato i cortili di Garbatella in tanti teatri: è lì che, ad esempio, è andata in scena La Festa del Paparacchio di Andrea Cosentino, finta sagra popolare in cui l’artista ha fatto confluire il lavoro di tanti altri teatranti, in una ricorrenza fasulla e cialtrona che ha illuminato del “ventitreesimo rione” di Roma – scegliendo così di gestire il finanziamento di ZTL_pro in modo collettivo.
Ma il vero baricentro di «ZTL_pro» è stato il Palladium, dove sono stati presentati la maggior parte degli spettacoli. E dove le compagnie hanno avuto modo di incontrarsi, parlarsi, far conoscere agli altri il proprio lavoro. E –perché no?– divertirsi. Forse il momento più rappresentativo della voglia di “debordare” di questa generazione di artisti ce lo hanno regalato i Tony Clifton Circus, con l’arrivo in limousine del loro Babbo Natale rock star, con i body guard che bloccavano il traffico davanti al teatro per permettergli un ingresso trionfale.
«ZTL_pro» in fondo non è altro che questo: la fotografia di un panorama teatrale romano –quello nato tra la fine degli anni Novanta e gli anni Zero– che è cresciuto senza appigli istituzionali, in modo ostinato, come l’edera e la paretaria, creando gli spazi che non aveva, inventando il circuito teatrale che non esisteva nella città. Spesso trovando una sponda solo negli spazi occupati (anche il Triangolo Scaleno, la compagnia che ha ideato e dirige Teatri di Vetro, ha le sue radici nei centri sociali: approdò alla rete come compagnia residente dello Strike, spazio occupato a Portonaccio, e ci è rimasta anche dopo aver scelto un percorso differente). D’altronde questa origine la rete se la porta tanto nel Dna quanto nel nome: ZTL, infatti, sta per “Zone Teatrali Libere”.
Oggi le cose sono cambiate, quel circuito ha goduto di una vita effervescente quanto effimera, ma molti degli artisti che hanno avuto il sostegno produttivo di ZTL hanno poi conquistato l’attenzione delle principali piazze nazionali e in qualche caso anche internazionali. E così artisti come MK, Teatro delle Apparizioni, Immobile Paziente, Non-company hanno avuto modo di costruire uno spettacolo finanziato nella loro città. Già, perché in molti casi gli artisti sostenuti da ZTL sono stati riconosciuti e “adottati” da festival e residenze di regioni più avanzate della nostra nel sostegno del teatro contemporaneo. Insomma, un ennesimo caso di migrazione, per quanto interna, per poter proseguire col proprio percorso artistico e col proprio lavoro.
L’intuizione di «ZTO_pro», in fondo, è piuttosto semplice ma proprio per questo efficace. Immettere delle risorse in un panorama che già esisteva, che autoproduceva i suoi lavori ai margini dell’ufficialità, con la caparbietà tipica degli sperimentatori. E creare, attorno a questo tentativo di emersione, un circuito ulteriore, fatto di soggetti diversi: un ente pubblico come la Provincia di Roma, che ha finanziato direttamente gli spettacoli, diventando a sua volta “produttore” e sostenendo la circuitazione dei lavori; una rete di operatori indipendenti, ZTL, che sonda le produzioni in corso e sceglie quali, e ha compiuto la scelta “etica” di escludere le compagnie residenti negli spazi dalla possibilità di produzione; un teatro, il Palladium, che è stato essenziale per dare visibilità al progetto e per il prezioso confronto con la Fondazione Romaeuropa. Un circuito che si è successivamente allargato grazie alla collaborazione con PAV, che ha cercato opportunità di distribuzione nazionale e internazionale e ha sviluppato percorsi autonomi con alcune delle compagnie prodotte; e grazie al sostegno del Teatro di Roma, che ha deciso di sostenere il progetto mettendo a disposizione gratuitamente le sue sale prove.

I colori di uno spazio nuovo
di Richard Peduzzi
Prima di tutto, non si tratta semplicemente del felice incontro fra Villa Medici e la Fondazione Romaeuroapa, bensì soprattutto dell’amicizia fra me e Monique Veaute.
Mi ricordo ancora di quella mattina, a Roma, in cui l’ho conosciuta. Dirigeva con sorriso e talento la Fondazione Romaeuropa.
Siamo diventati amici rapidamente.
Monique aveva già, in passato, lavorato a Villa Medici con Jean Marie Drot.
Dopo quella mattina e durante tutto il tempo passato all’Accademia di Francia a Roma, ci siamo visti regolarmente per lavorare assieme, creare, immaginare e inventare dei nuovi eventi.
Sono debitore a Monique dell’incontro con Emma Dante e di aver potuto accogliere a Villa Medici il suo magnifico spettacolo “Vita Mia”, che resterà uno dei miei migliori ricordi teatrali.
Un giorno, Monique mi parla di un luogo nuovo, una vecchia sala per concerti: il Palladium.
Chiuso da anni, doveva essere ristrutturato a cura dell’Università Roma Tre.
In quello splendido quartiere che è la Garbatella, a Roma, questo sarebbe dovuto diventare un luogo di incontro fra il pubblico romano del teatro, del cinema e l’Università; un luogo di creazione artistica, di invenzione e di ricerca. Un luogo perfetto per accogliere degli spettacoli come quelli di Romaeuropa.
Sono andato a visitare il Palladium con Monique e Riccardo Buzzanca. Ci sono immediatamente venute idee sui colori, le luci, su forme e volumi. Ci siamo suddivisi i compiti. Eravamo d’accordo sull’idea di reinventare lo spazio senza per questo modificarlo, donandogli una nuova identità ed un nuovo lustro senza fargli per questo perdere il suo spirito ed il suo fascino.
Quel lavoro sul colore e la luce resta per me un bell’esercizio di stile. Ha solidificato l’amicizia fra il Rettore Fabiani, Monique, Riccardo e me. Questi faranno parte per sempre dei miei più gioiosi e bei ricordi del periodo romano.

Cortoons Festival e il Palladium
di Alessandro d’Urso
La mia storia con il Palladium dura ormai da 8 anni, e da 10 organizzo “Cortoons”, Festival Internazionale di Cortometraggi di Animazione. Quando eravamo in procinto di partire con la prima edizione,12 anni fa, arrivò il momento di capire quale potesse essere la location migliore per ospitare il pubblico dal pomeriggio alla sera, sfuggendo alle logiche della sala cinematografica. Qualcuno mi disse che da poco era stato ristrutturato il Palladium e ci andai… Frequentavo spesso il “Palla – Palladium” come lo chiamavano i pionieri di Radio Rock, che, a differenza del Teatro non ci sono più. Si ballava e si faceva festa al Palladium.
Ricordo il grande bar dove ora c’è la regia, il palco scarno e la bolgia di anime sudate che si dibattevano in platea. Era uno di quei posti meravigliosi che a Roma spesso vengono sottratti alla cultura, e che quasi mai tornano a portare a termine la missione che gli era stata assegnata. Ci ho visto tanti concerti, sempre affollatissimi. Ero già da 10 anni un fotografo/ritrattista con la passione per la musica fotografata, ed ho cominciato a realizzare alcuni dei miei servizi proprio al “Palla”. Con Vinicio Capossela mettemmo tutti gli strumenti in platea, per la gioia dei suoi tecnici, Elio e le storie tese li ho fotografati dall’alto, buttati a terra addormentati, gli Avion Travel quasi al buio… Mi sono divertito molto in quegli anni ed ho cominciato a voler bene a quelle mura. Mi sembrò naturale presentarmi lì con tutti i miei cortometraggi di animazione e la certezza di aver trovato il mio posto giusto. Oh cavolo! Che bello che era diventato! Era meraviglioso che la città avesse recuperato uno spazio così, in quella piazza, oltretutto. C’era un interregno a quei tempi, prima della Fondazione Romaeuropa. Tanto fu il mio entusiasmo quanto cocente la delusione per lo scarso interesse dimostrato per il Festival. Cortoons è un Festival gratuito ed indipendente e ci voleva lungimiranza per capire dove sarebbe potuto arrivare. Decidemmo per il cinema Nuovo Olimpia e la prima edizione del Festival fu un successo clamoroso. Sapevo però che quella non era la “casa” di Cortoons e indomito mi ripresentai in Teatro. Incontrai Valeria e Fabrizio Grifasi a cui parve assolutamente naturale ospitarci, senza la spocchia che a volte attanaglia chi produce cultura a Roma, e lo programmammo per l’anno successivo. Ne fui entusiasta, Cortoons aveva bisogno di una “casa” non di un spazio attrezzato alle proiezioni e Il Palladium è diventato subito paterno ed accogliente. La casa e’ appunto un luogo dove sei a tuo agio, ti esprimi al meglio e dove le mura trasudano ricordi. E così il Palladium ha visto crescere il Festival. Siamo passati da 3 a 5 giorni e da 20 a 40 ore di programmazione, sempre nella massima fiducia e rispetto reciproco, felici della scelta. E poi sempre tutti disponibili , Alfredo sul palco ed in regia, i tecnici, Francesca e tutta Romaeuropa, ed addirittura il servizio di portineria!! Cortoons è sempre andato alla grande con un movimento di almeno 1.500 persone al giorno, pieno di gente creativa, registi, animatori e moltissimi appassionati. E di soddisfazioni ce ne siamo levate tante. Per la performance di Antonio Rezza la fila, a teatro già stracolmo, arrivava all’altro capo della piazza, arrivarono i vigili a dirigere il traffico, ricordo bene la faccia di Valeria con un espressione preoccupata ma con lo sguardo che tradiva tutta la sua soddisfazione. Quando decidi di credere in un progetto poi diventa anche un po’ tuo. E poi mio figlio Tommaso, nato 10 giorni prima della quarta edizione, che ad un anno, con la mini maglietta del Festival, ci costringeva a fughe repentine perché le sue urla sovrastavano l’audio delle proiezioni. Ha dormito un po’ ovunque al Palladium, e sicuramente qualcuno degli atomi benefici che i teatri emanano, si è conficcato nella sua coscienza. Ho avuto grandi soddisfazioni al Palladium, ed una delle più vive, che si ripete ogni anno, è vedere Monique Veaute, Fabrizio Grifasi e Valeria Grifasi passare ore in platea a seguire il programma delle proiezioni. Non come farebbe la Direzione di un teatro, ma come chi, con un grande bagaglio alle spalle, ama il proprio lavoro con l’umiltà di chi la Cultura la fa’ sul serio. Per questo voglio bene a Monique, Fabrizio e Valeria. Perché al Palladium mi sento a casa…