LO SGUARDO DEL CANE: L’AMBIGUITA’ DELLA VISIONE

LO SGUARDO DEL CANE: L’AMBIGUITA’ DELLA VISIONE

15 febbraio

L’artista indipendente Elena Giannotti conclude l’appuntamento di febbraio di WAITING FOR DNA 2014 con il suo assolo Lo sguardo del cane, secondo episodio della serie RIA – Rider in Arena, ciclo di composizioni che si interroga sugli elementi fondamentali della performance. Il “cavaliere nell’arena” è il danzatore che si muove nello spazio scenico, ma chi sia effettivamente a compiere quel “viaggio” – se egli stesso o, piuttosto, lo spettatore chiamato a partecipare in maniera attiva al processo di composizione dell’opera – rimane volutamente celato dall’ambiguità espressiva del titolo principale, che diviene la chiave di accesso per la lettura dei singoli soli.
Lo sguardo del cane tratta il tema della visione, intesa sia come osservazione di un’immagine, che come pluridirezionalità dello sguardo. Spunto creativo è La visione di Sant’Agostino (Sant’Agostino nello Studio) di Vittore Carpaccio (c. 1465-1525/1526). Il dipinto raffigura il momento in cui il Santo è colto dall’apparizione di San Girolamo, giunto ad annunciargli la sua imminente ascesa in Cielo. L’impossibilitàdi determinare se il piccolo cane maltese (situato a sinistra della tela) stia guardando Agostino o il fantasma diviene allora una metafora attraverso cui indagare la trasmissione che si innesca tra il performer e il pubblico, nel continuo rimbalzo da un occhio all’altro.
Elena Giannotti porta in scena movimenti minimalisti dalla natura contrastante, a metà tra l’istintivo e l’artificiale – come già in Fac-simile – a tratti ossessivi e frenetici e a tratti contemplativi. Questi sono inseriti all’interno di una composizione stratificata, in cui è possibile scorgere più livelli di struttura che si intrecciano tra loro, senza alcuna logica consequenziale. In una temporalità composta da flashback, salti in avanti e pause sospese, la visione si fa frammentaria e discontinua, così che lo spettatore è inevitabilmente costretto a ricomporne i singoli tasselli e a sopperire all’interruzione con la propria esperienza, condizionando il risultato finale con i sedimenti della sua memoria soggettiva.
La ricerca coreografica della Giannotti, sviluppatasi anche attraverso la collaborazione con Rosemary Butcher – artista fortemente influenzata dalle sperimentazioni della New York degli anni Settanta e dalla Visual Art –  è messa in tensione da un dualismo di fondo. L’analisi fredda e scientifica di matrice concettuale viene contraddetta da una serie di immagini che sembrano scaturire direttamente da una pulsione inconscia, dalla volontà di abbandonare ogni indagine razionale per perdersi nella complessità del reale e dell’esistenza. La presenza di questa doppia polarità nel lavoro della Giannotti è proprio ciò che le consente di affrontare il tema della visione riconducendolo alla sua ambiguità originaria. Il rigore e la precisione con cui l’immagine è scomposta e sezionata si mescolano al potere evocativo della stessa e al ruolo fondamentale giocato dall’intuizione – e in quest’ultimo aspetto si ritrova la presenza dell’altro maestro di Elena, Virgilio Sieni – producendo un risultato ambivalente. Nell’assenza di definizione è possibile stabilire una partecipazione di tipo attivo da parte di chi osserva, restituendo all’azione del guardare le sue caratteristiche di reversibilità e intersoggettività.
Chi sta guardando chi? Chi sta guardando cosa? Chi sta viaggiando nell’arena? Il senso va ricercato nell’impossibilità di ridurre il quesito a una risposta univoca. L’azione del performer sulla scena, dunque, ripristina l’aspetto dualistico del corpo, da un lato sede dell’identità soggettiva, dall’altro strumento di relazione con il mondo: è attraverso l’Altro che si può realizzare un’esperienza più profonda di sé.

– Elisa Biscotto –