Il volume com’era: Le trasparenze plastiche di Caterina Basso

Il volume com’era: Le trasparenze plastiche di Caterina Basso

22 MARZO 2014

Il volume com’era: Le trasparenze plastiche di Caterina Basso

 Nella terza giornata di Waiting for DNA viene proposto Il volume com’era di Caterina Basso, lavoro ideato all’interno del progetto Biennale College nell’ultima edizione della Biennale Danza e inserito in particolare nel percorso Prima danza, uno dei capitoli di cui si compone Abitare il mondo_trasmissioni e pratiche, racconto coreografico pensato e curato da Virgilio Sieni. La Basso in questo suo primo solo, già ospitato in contesti non propriamente teatrali (palazzi d’epoca e grotte), sonda l’impossibilità delle azioni, una volta avvenute, di condensarsi in una forma che sopravviva al procedere del  tempo e dello spazio e che possa essere recuperata dalla memoria visiva ed emozionale. Nel tentativo sterile di cristallizzare pesi, geometrie e scie di movimento la danzatrice porta in scena un corpo “zoomato”, che si modella su accenti e dettagli, dove ogni singola componente di esso possiede un’autonomia di moto, di ritmo e di energia senza rispondere necessariamente ad un’organicità e ad una coerenza complessiva. Questo dispositivo corporeo veicola gesti specifici, strappati al territorio del quotidiano e del patrimonio collettivo per essere ricondotti dalla danzautrice in una partitura minimalista e giocosa che sfuma suggerendo la loro presenza piuttosto che affermarla.
Il lavoro prende avvio in un assoluto silenzio. La performer comincia a spostare con rigore e cura oggetti invisibili, lancia biglie immaginarie, fa roteare monetine inesistenti e alterna una differente qualità di movimento nelle mani e nelle braccia che si diffonde progressivamente all’intero corpo. Alcune frasi coreografiche sono improntate su una rigidità e meccanicità  degli arti che vanno a fendere l’aria, a tracciare righe di compasso, a radicarsi al suolo assumendo un andamento quasi  animalesco. Altri frammenti del lavoro manifestano invece una certa fluidità del dispositivo corporeo che si scioglie in motivi circolari, in balzi e sospensioni. Ogni gesto si spegne nel momento in cui la danzatrice si raccoglie con le gambe piegate, si riappropria di un angolo dello spazio o conquista la posizione supina. Tutti i segni coreografici, dapprima isolati ed evocati dal suono che producono (tonfi, rumori acquatici, tintinni di monete, ecc.), si raggrumano procedendo verso l’epilogo del solo in un movimento accelerato e compulsivo.
La tessitura coreografica e quella sonora (il brano Mental Radio dei Matmos) che l’accompagna rivelano un retroterra comune a livello di dinamiche compositive sia per l’assemblaggio sul finale di elementi presentati distintamente in precedenza, che per la messa in campo di un procedimento sinestetico. Infatti i Matmos hanno deciso di comporre la musica del loro ultimo lavoro di studio The Marriage of True Minds, contenente la traccia Mental Radio, sulla base di esperimenti di telepatia con ascoltatori a cui sono state inibite due facoltà: l’udito e la vista. Tale deviazione della percezione può essere rintracciata nel lavoro della Basso, in maniera specifica nell’azione di inserire una moneta nel salvadanaio che si sdoppia sul piano del suono e del movimento e si ricongiunge e rinnova nella comparsa sulla scena degli oggetti reali e in una sua concreta realizzazione.
Le architetture gestuali della coreografia ricordano i mobiles di Alexander Calder, giocattoli sonori sospesi e animati da una spinta dell’uomo o da uno spostamento d’aria, scheletri in fil di ferro che oscillando generano volumi virtuali, imprendibili e trasparenti, che si smaterializzano nel momento stesso in cui si formano. Polverizzando la tridimensionalità degli oggetti e dello spazio conquistato il corpo danzante dunque insegue sé stesso nel vuoto spaziale che lo precede e che verrà.

Andrea Scappa