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DIARIO DI UNA FUORISEDE NAIVE
Opera in concorso - seconda fase

Il paese è ancora addormentato, mentre carichiamo la macchina per partire. Non so se essere nata in questo piccolo borgo antico e molto selvaggio sia stata una fortuna o una sfortuna. Di certo è lontano dal mondo. Anzi esso stesso è un luogo totalmente a parte e diverso dagli altri da essere fuori dalla realtà; un paesino in cui il tempo si è fermato, intorpidito dalla sua arretratezza culturale e sociale, con cui dovrò rimanere in contatto. L’aria del mattino è fresca e tersa, il profumo dell’autunno sa di legna bagnata o di quella accesa, che sale in fumi e spirali dai camini. Nella montagna vicina scende un po’ di foschia. Mia madre mette alcune cose da mangiare dentro un borsone e con tanti pensieri e preoccupazioni mi urla di sbrigarmi. Metto nella borsetta i dolcetti che mia nonna mi ha dato la sera prima. Saluto mia madre è tutto pronto e si parte. Mia madre avrebbe voluto metterci la casa intera, se avesse potuto. Dopo sette lunghe ore sono arrivata in questa grande metropoli che ingurgita tutti. Mi si parano davanti soltanto vecchie case con balconate, gradini consumati, mura crepate e molta sporcizia. I palazzi sono di quasi un secolo prima. L’appartamento delle mie future coinquiline è al quarto piano, senza ascensore. Salutiamo le mie compagne di sventura, Caterina e Maria. All’inizio con loro c’è un buon rapporto. Almeno di semplici conoscenti che cercano di sopportarsi a vicenda. Ma tutto cambia quando arriva il terzo in comodo, il ragazzo, che chiamerò d’ora in poi “il cipressone”, che sicuramente, vedendo il soggetto cioè la mia coinquilina, di sicuro mi farà trovare ogni fine settimana seduto sul suo letto.


Esco e vado all’università, a Lettere, per cercare i miei futuri corsi di Inglese e Francese. Guardandomi intorno, tuttavia, percepisco l’aria serena e caciarona, come si dice da queste parti, degli studenti, molti hanno vestiti strani, richiamano gli anni sessanta o settanta, non s’accorgono che quello non è il loro tempo, che è ormai passato e da un bel pezzo, invece di proiettarsi verso il futuro, rimangano ancorati a qualcosa che non c’è più. Mi metto a studiare i testi di Glottologia, il mio primo esame. Sfogliando le fotocopie di un libro, mi accorgo che il professore ha messo tra quelli su cui verterà l’orale uno che discute la storia della lingua Ladina che si parla nelle Dolomiti. Tra i vari fogli, mi stupisco proprio quando vi vedo stampati una carrellata di cognomi di quella zona. Erano circa un duecento pagine, potrebbero esservi scritti quasi 10,000 nomi. Non so se mettermi a ridere o a piangere. “Ma chi me l’ha fatto fare?”, penso amaramente.


A casa, mi sono preparata uno dei caffè degli studenti fuorisede, una bomba che risveglierebbe anche i morti. Vedo Francesca che esce dal bagno e mi rivolge un’occhiata assassina. Quando siamo tutt’e due in cucina, finalmente scopro che ce l’ha con me perché vorrebbe la stanzetta ogni volta che viene il suo ragazzo tutta per loro. Incavolata nera esco dalla cucina fumante di rabbia e sbatto la porta della camera. Lo sapevo che finiva così, il suo ragazzo viene quasi ogni sera ed io devo stare in cucina come al solito a studiare. Inutile continuare a discutere con Maria, purtroppo mi sono rassegnata ad andarmene. Ho comprato il giornale degli annunci stamane, ma i prezzi sono esorbitanti. 500 euro per dividere una stanza con un’altra persona: vale a dire un milione di lire? Ma il governo sta dormendo? Ma i prezzi non li controlla? Mi angoscio solitaria. Trovo sempre dove rifugiarmi, per non sentire l’ennesima lamentela di Maria, me ne sono uscita e ho fatto un giro anche all’università per vedere gli annunci.  Uno un po’ logoro e quasi stracciato ha su scritto: “No fumatrici e no matricole”. Mi chiedo cosa abbiano da ridire contro le matricole. E come abbiano fatto ad associarle alle fumatrici. Comunque, riesco a trovare qualche cosa. Ho deciso chiamo e fisso un appuntamento, la ragazza al telefono mi risponde che posso andare a vederla. Lo stabile si trova in una zona che a me non piace. Ci passa una sopraelevata, e la stanza si affaccia proprio sulla rampa. Si sentono tutti i rumori del traffico, purtroppo la camera ha un balcone che dovrà restare sempre chiuso. L’aria infatti, è irrespirabile. Dico che per me non va bene e vado via.


Mi reco allora al secondo appuntamento. Questo quartiere sembra tranquillo, i palazzi sono abbastanza recenti. Ma la stanza che la ragazza mi fa vedere è divisa in due da un telone, perché la padrona di casa ha deciso di farla diventare singola e di metterla come prezzo a 600 euro. Oddio, un milione e duecentomila lire per una stanza divisa da un telo? Me ne vado di corsa. Ultima stanza da vedere per oggi è quella a 285. Entro in questo palazzo degli anni cinquanta, sempre pieno di ballatoi con la ringhiera decadente e quel che è peggio è che al piano terra all’interno dello stabile ci sono quattro vasche. D’estate ci faranno le feste le zanzare! Sentiremo il rumore dei loro cocktail Bloody Mery. La casa almeno è ristrutturata, i mobili sono sempre quelli che i padroni di casa hanno già strausato. Il divano è sempre verde affumicato e il salotto sembra quello della famiglia Addams. Con le lacrime agli occhi, penso: “E ora che faccio?”…

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Descrizione dell'opera

Viaggio nel mondo di una studentessa fuorisede, di buon carattere, un po' semplice, che troverà la forza di affrontare un mondo molto distante da sé: una grande città, gli esami, le coinquiline.

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