Monique Veaute

Un mondo senza frontiere
con un teatro senza confini

Un mondo senza frontiere<br>con un teatro senza confini

Muri, recinzioni, barriere: sarebbero questi i simboli della nostra relazione con il mondo all’inizio del XXI secolo? Dal 2000 ad oggi si contano oltre 70 muri sparsi per oltre 40.000 chilometri. Melilla chiude le porte di ingresso in Spagna, l’Ungheria e la Serbia bloccano la rotta balcanica, Calais in Francia ostacola il passaggio in Gran Bretagna, Israele si barrica contro i territori palestinesi, gli Stati Uniti contro il Messico e la Corea del Nord contro la Corea del Sud… Il nuovo mondo si presenta a noi tra la globalizzazione – con la sua utopia di una comunità umana pensata soprattutto sugli scambi – e il suo opposto: il rifiuto della comunità globale e il rifugio nell’individualità.

 

La caduta del muro di Berlino, tuttavia, sembrò un tempo annunciare la fine delle separazioni tra i popoli. Così non è stato. Possiamo arrenderci e accettare come fenomeno irreversibile queste pieghe, questo rifiuto dell’Altro? Che ruolo può avere un evento culturale in questo contesto? La nostra risposta non può che essere culturale. Fare un tentativo è urgente; è un dovere di civiltà. Perché siamo convinti che il ruolo della cultura – in particolar modo nelle sue espressioni e forme ludiche come il cinema, il teatro, lo spettacolo dal vivo, la letteratura, l’arte – è quello di farci aprire a nuove scoperte, di creare la curiosità e offrire accesso a diverse visioni del mondo. Promuovere l’apertura alla conoscenza è un modo per poter negare i falsi preconcetti riguardo i rischi che la nostra società corre incontrando altre civiltà. Se è vero, come suggerisce Giuseppe Laterza, che la cultura rende migliori perché arricchisce e amplifica la nostra visione del mondo, allora essa promuove anche una relazione diversa con l’Altro rendendo la comunità più vivibile. Ciò significa che abbiamo un compito da svolgere.

 

È una sfida che il Romaeuropa Festival 2018 intende accogliere invitando artisti dall’Africa, dalla Cina, dall’Iran, dall’Argentina, dal Brasile. Attraverso il teatro o la danza e la performance ci racconteranno storie che hanno segnato l’immaginario dei loro paesi, ci trasmetteranno con ironia e con forza sentimenti che a volte ci sembreranno vicini alle nostre preoccupazioni e che invece affondano le loro radici in realtà di cui spesso conosciamo poco o niente. Sarà interessante confrontare i loro approcci con gli sguardi di artisti come Milo Rau, un regista europeo che metterà in discussione la funzione del teatro nella nostra società.

 

Quello che stiamo tentando di fare in questa edizione del Romaeuropa Festival non è altro che seguire un percorso tracciato da uno degli artisti europei più visionari, Peter Brook, che sarà uno dei protagonisti del Romaeuropa Festival 2018. Ci ha fatto scoprire l’eredità letteraria e le tradizioni di altre civiltà: dell’India con il suo Mahabarata, della Persia con La Conférence des oiseaux e dell’Africa con i suoi più recenti allestimenti.

 

Ci sono percorsi che non possono essere bloccati, come quelli della creazione. Grandi artisti hanno aperto la strada a tanti creatori del giorno d’oggi come Frank Zappa, Arvo Pärt, John Adams ai quali renderemo omaggio in questa edizione 2018. E c’e chi oltrepassa le barriere tra i generi o quelle che separano in categorie le tradizioni dello spettacolo per creare territori di pura invenzione: un mondo di fantasia, di sfrenata genialità e libertà dove gli attori si trasformano in chimere, animali o opere d’arte; dove frigoriferi e pentole sono protagonisti della scena, o dove si costruiscono cabaret; come quello in cui si esibisce la splendida Vimala Pons in uno steaptease al contrario mentre il suo compagno Tsirihaka Harivel si lancia da uno scivolo di 9 metri di altezza.

 

 

Questa edizione del Festival ha trovato, come sempre negli ultimi anni, dei complici in tutta la città. Si tratta di grandi istituzioni culturali: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Musica per Roma, l’Opera di Roma, il Teatro di Roma, le Terme di Diocleziano, per la prima volta il Palazzo Barberini e La Pelanda, uno dei luoghi centrali della creazione emergente e dell’offerta culturale per i kids.  Anche le istituzioni private come il Teatro Olimpico e il Teatro Vascello, sono per noi dei partner importanti e da anni al nostro fianco. Questo percorso nella città è una specificità e una ricchezza: sia per la qualità dei rapporti umani che si sono creati con i responsabili di queste istituzioni culturali, sia per la condivisione del nostro ruolo di “passeur” come ci chiamò Daniel Pennac. Cooperazione e scambi sono da sempre un importante valore dei nostri rapporti. Ovviamente non sarebbe possibile realizzare il Festival senza il Mibact, la Regione Lazio, il Comune di Roma.

 

 

La stampa e la Rai sono stati attenti protagonisti; hanno saputo trasmettere i messaggi dei creatori suscitando interesse e curiosità verso un’arte dell’effimero e creando forte attenzione da parte del nostro pubblico. La parola “nostra” non è una parola che vuole definire una proprietà ma è un segno di affetto nei confronti di chi da anni ci segue, ci critica e ci spinge ad essere sempre più all’ascolto, sempre più vetrina dei cambiamenti delle nostre società.

 

 

Infine vorrei ringraziare, anche da parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Romaeuropa, Fabrizio Grifasi per  la sua grande sensibilità e intelligenza nel costruire un programma cosi innovativo, fiducioso nell’intelligenza del pubblico e dei nostri partner. Ovviamente niente sarebbe possibile senza la condivisione e partecipazione dello staff di Romaeuropa, per il quale le barriere sono solo ostacoli da saltare.

 

 

Monique Veaute
Presidente Fondazione Romaeuropa