| ajmarchi | |
| Andando giù. | |
| Opera in concorso - seconda fase | |
L’ascensore si bloccò, senza se e senza ma.
Riccardo si limitò a constatarlo, quasi lo desiderasse: «Oh, al diavolo» - mormorò senza convinzione - «Forse hanno ragione i miei amici, forse non dovrei nemmeno uscire di qui.»
Il guasto attivò la luce d’emergenza, e lui passò le dita lungo la fessura che divideva le porte scorrevoli, senza però tentare di aprirle. Sentiva l’aria fredda della tromba venire da fuori, sibilando. Allo specchio aveva la pelle gialla, e la barba lasciava un alone grigiastro sulla faccia.
Si accasciò e decise di attendere, senza fare altro. Poi allentò la cravatta da cerimonia.
Là dentro c’era uno strano ronzio e la sensazione di chiuso, ovvio. Valutò che nel giro di mezz’ora sarebbero venuti a cercarlo, e intanto avrebbe avuto un po’ di tempo solo per sé. Non era certamente quello di cui aveva bisogno: pensare non era il suo forte.
Avrebbe fatto meglio a distrarsi. Si rialzò in piedi e cominciò a leggere tutte le scritte incise sulla formica della cabina. Si interessò persino ad un paio di gomme masticate, cristallizzate attorno alla pulsantiera. Il bottone con la “T” era così consumato che la lettera la si poteva solo immaginare.
“Portata 4 persone, 325 Kg.” – lesse sulla targhetta. Non riuscì a fare a meno di pensare che la sua futura famiglia ci sarebbe stata tutta, in quel metro quadro.
Eccola lì, la sua futura famiglia, eccola che tornava alla carica. In fondo sposarsi non lo preoccupava molto: ormai viveva con lei da un paio d’anni, e un contratto non avrebbe fatto la differenza. Si amavano, ne era istintivamente sicuro.
Le pareti dell’ascensore avevano la pretesa di simulare le venature del legno.
Essere generatore di vita, ecco cosa lo terrorizzava. Era molto di più del normale timore di non essere in grado di educare i figli, o di non garantire loro una buona vita.
Le incisioni erano ovunque, qualche svastica e un paio di falce-martello.
Era paura vera, e nasceva dall’idea che non avrebbe dovuto sfidare il Creatore. E la paura non ti blocca, non è vero che ti paralizzi: a fermarsi era stato l’ascensore, fosse stato per lui sarebbe andato avanti a testa spenta. Non stai fermo se sei impaurito: magari fosse così. No, è peggio. La paura è circolare. Tonda. Ti fa tornare sempre lì, sempre allo stesso posto, con la testa o con il corpo. Non importa come; aver paura significa non riuscire ad andare da nessuna parte e non riuscire a fare niente perché stai sprecando energia pur non procedendo in nessuna direzione.
Intrappolati nella plafoniera della luce c’erano i corpi di centinaia di insetti morti. Anche loro probabilmente avevano girato molto in tondo, impauriti, prima di fermarsi a morire su quel neon.
Allargando le braccia, Riccardo toccava facilmente le pareti opposte della cabina, anche in diagonale. Tutta lì, sotto quelle braccia, avrebbe potuto raccogliersi la sua futura famiglia.
Il pavimento era ricoperto da una stuoia di cocco sudicia. Aveva la sensazione che lo sporco potesse risalire dalle suole e depositarsi sulla pelle lucidata delle sue scarpe nuove. Ne sfregò alternatamente le punte contro il polpaccio opposto, per sicurezza.
Laura, Margherita e Pietro, fantasticava. Sarebbe stata composta così, la sua famiglia. Ma non riusciva ad immaginarla, quantomeno non nella vita quotidiana, quella vera. O forse era meglio prima Pietro e poi Margherita?
Prese a percorrere il perimetro della cabina mettendo un piede avanti all’altro, punta-tacco, punta-tacco. Ci stavano appena quattro piedi per lato. Fece cinque o sei giri in senso antiorario, poi altrettanti in senso orario. Intanto cambiava composizione della famiglia, ma non era in grado di pensare concretamente alle loro esistenze. Soprattutto, pensava di non essere in grado di decidere coscientemente di dare la vita. Aveva sempre creduto di preferire che le cose succedessero, a lui stava solamente il compito di accettarle. No, era deciso: Margherita e Pietro, con Laura ovviamente. Ebbe un fremito sulla nuca, un pizzicore.
«Facciamo ripartire ‘sto coso» - pensò, schiacciando ripetutamente il bottone rosso. Era impaziente di uscire, adesso, e non sentiva affatto di aver sprecato tempo. Con un singulto si riaccese la luce principale, e l’ascensore scese stancamente al piano. Un paio di sussulti, e le porte si aprirono.
«Signor Riccardo Ventura, dove s’era andato a cacciare?» - lo accolse scherzoso Marco, il suo testimone - «Sei pronto?»
«Pronto a lottare per il mio metro quadro.»
Gli amici e l’operaio del pronto intervento si guardarono senza capire. Forse c’era rimasto troppo a lungo, là dentro.
«Forza, ora dritti in Chiesa!» - fece uno, prendendo posto in macchina.
Raimondo si riannodò la cravatta, si abbandonò sullo schienale e disse:
«Aspetta: vai di là, fai il giro in tondo.»
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Descrizione dell'opera
Tempo per riflettere, nel proprio metro quadro.Dal gruppo
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