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La notte del tango: musica e cinema


Una serata di musica e immagini dedicata al tango, una rievocazione della storia, dalle origini afro-cubane, alla habanera, ai valzer criollas. Una storia che ha il sapore delle diverse culture dei popoli emigrati in Argentina. Protagonista della serata il Cuarteto Cedrón, gruppo musicale argentino specializzato nel repertorio sudamericano. Ad inframmezzare il concerto la proiezione di due rarità: alcuni estratti da El tango en el cine di Rodolfo Corral e Guillermo Fernandez Jurado, un’antologia del tango realizzata nel 1979, in cui compaiono molti divi e maestri come Tito Luisisandro, Carlos Gardel, Rudolph Valentino, Astor Piazzola; e Die Tangokönigin (La regina del tango), film muto del 1913, firmato da Max Mack, e centrato sull’entusiasmo europeo per il nuovo ballo, in particolare da parte della società tedesca degli inizi del Novecento.

La notte del tango è nata dalla collaborazione con la Cinémathèque de la Dance – Paris, sezione della Cinémathèque française, creata nel 1982, per valorizzare il patrimonio di film e documenti filmati relativi alla danza.

 

RASSEGNA CINEMATOGRAFICA (a cura della Cinémathèque de la Dance – Paris):
El tango en el cine
di
Rodolfo Corral e Guillermo Fernandez Jurado (1979, 16 mm, sonoro, BN)
Die Tangokönigin
di
Max Mack (1913, muto, BN) – accompagnamento pianistico dal vivo di Aljosha Zimmermann (proiezione in collaborazione con il Filmmuseum di Monaco di Baviera).


Ensemble
Cuarteto Cedrón (Juan Cedrón, voce e chitarra; Roman Cedrón, contrabbasso; Ricardo Moyano, chitarra; Miguel Praìno, violino alto; Luis Rigou, flauto; Gabriel Rivano, bandoneon)
Musica Juan Cedrón (Dona Maria), Agustin Bardi (Qué noche…!), Anìbal Trailo e Homero Manzi (El ultimo organito), Agustin Bardi (El baquiano), Angel G. Villoldo (El portenito), Homero Expòsito e Héctor Stamponi (Flor de lino), Eduardo Arolas (El marne), Juan Cedrón e Raúl Gonzáles Tuñon (Le calle del agujero en la media), Agustín Bardi (La ultima cita), Carlos Posadas (Corón de oro), Juan Cedrón e Raúl Gonzáles Tuñon (Polka de la tarjeta de carton), Pedro Laúrenz (Milonga de mis amores)

 

L’ANIMA DEL TANGO ARGENTINO
di Patrick Bossatti

Immaginate di essere alla fine del Settecento. L’Argentina, che non si è ancora svegliata, è sotto la dominazione spagnola. Le grandi pianure della pampa sono cosparse di raggruppamenti umani che non hanno neanche la configurazione di villaggi. Il paese vive dell’agricoltura e delle estancias abbandonate, versione primitiva dei ranch, che accolgono i gauchos, guardiani di immensi greggi. Tanti gauchos che vivono con cavalli, cani e non escono mai dalla fattoria, dalla finca. Alcuni hanno i gambali, altri solo il silenzio e un magro mulo. Quasi tutti cantano, da soli, una melodia a tre tempi piena di sofferenza e dell’eco della montagna che ritroviamo nelle parole e nelle note improvvisate: “sono la chiave del cielo che porta il mattino…”. Il gaucho è spesso di sangue misto – un po’ spagnolo, un po’ indiano, un po’ schiavo nero. Nelle immense estancias in mano all’oligarchia creola, solo l’allevamento è ritenuto, dal gaucho, lavoro degno e nobile: chiunque può diventare operaio agricolo e lavorare il grano, il mais, il tabacco, la canna da zucchero. Il gaucho, lui, è libero, ha per unici compagni e amici il cavallo e il cane.
Con la sua vita semplice e sovrana, il gaucho si colloca già come figura mitica argentina, al di fuori del circuito di evoluzione del paese: il gaucho è un “guardiano” in senso forte, spettatore circospetto rispetto al “progresso”.
Altra figura mitica fondatrice del tango è il payador, sorta di menestrello della pampa. Va e viene tra le estancias e le pulperias (trattorie), dove trascorre le serate a improvvisare canti che commentano gli avvenimenti del giorno.

Quando, nel 1810, il popolo di Buenos Aires si separa dalla tutela spagnola, il paese sprofonda nell’anarchia lasciando il potere ad una folla di caudillos, ricchi proprietari terrieri che faranno regnare un ordine “muscoloso” sul paese disorientato.
L’arrivo massiccio d’immigrati attratti dalle gigantesche vendite pubbliche di terre, fa nascere, nei dintorni del porto, interi quartieri riservati alla prostituzione, camuffata in accademie di danza. Questi quartieri loschi, con la loro fauna di mendicanti, usurai, mercanti di droga e altri delinquenti, saranno la culla del tango danzato. I payadores che hanno da tempo disertato la pampa, ora cantano la miseria urbana, l’onore perso dal popolo meticcio, la promiscuità dei conventillos (dormitori del porto per famiglie d’immigrati). Scoppiano zuffe un po’ ovunque, i teppisti si affrontano a coltello puntato, i gesti sono violenti e provocanti: Jorge Luis Borges ricorderà di aver visto allora le mosse di quelle sagome trasformarsi in tango, danzato da coppie di uomini, all’angolo delle strade e dentro i cortili. Le donne del popolo non volevano compromettersi in questa danza da prostitute.

Dopo metamorfosi successive, il tango diventerà invece una danza di razza, estremamente caratteristica, esportata in Europa all’inizio del secolo per stupire i borghesi del Vecchio Mondo, da qualche figlio di famiglia aristocratica tra quei “ninos bien” della Buenos Aires ricca e oziosa che si organizzano in gruppi, in patotes. Sono arroganti, praticano il pugilato, lo sport alla moda, ma all’occasione sanno anche giocare con il coltello… E anche loro sanno danzare il tango, quanto i compadritos (gruppi di ragazzacci, ballerini senza soldi, che avevano già acquisito una certa celebrità).
“E fu come un fiume, una deriva sessuale che s’impadronì allora del mondo, poco prima della prima guerra. Parigi impazzisce per il tango” – scrive Patrick Bensard – “e questa vera e propria metafora dell’atto amoroso possiede un mistero che è strettamente legato al mistero della voce. Bisognerebbe un giorno studiare l’influenza della voce stessa sul comportamento degli spettatori”.
La voce del tango si chiama evidentemente Carlos Gardel. La sua arte rappresenta la sintesi dell’energia poetica del tango, che esisteva prima di lui, ma che fu rivelata da questo nativo di Tolosa che imparò l’arte del canto presso i payadores più famosi, nei sobborghi di Montevideo.
Nel 1917, Gardel, già molto conosciuto, lancia un genere nuovo, il tango cantato per un’opera teatrale, o piuttosto una pièce scritta intorno a un tango: si tratta di Mi noche triste. Il risultato è un enorme successo pubblico, il testo viene pubblicato e Gardel registra le canzoni. Ormai il pubblico identificherà il timbro della sua voce con il genere musicale del tango. Il tango è diventato una canzone dopo esser stato una danza. E negli anni Venti, tutta una generazione di scrittori e di poeti, operatori di teatro e artisti vari creano una vera e propria letteratura, nonché un culto, attorno al tango.

 

IL CUARTETO CEDRÓN
di Miguel Praino

Nel suo repertorio tradizionale, il Cuarteto Cedrón include una serie dei primi tango, quelli composti tra il 1890 e il 1910 e dunque denominati “primari”: anche se il tango è già allora una musica definita e strutturata, c’è in esso la freschezza dell’infanzia, del primitivo, particolarmente nella sua ritmica. È il prodotto di una lunga evoluzione che inizia con i ritmi introdotti dagli schiavi neri, a partire dal Cinquecento.
Il tango proviene direttamente dalla milonga la quale, a sua volta, proviene dal candomblè. Nel Kimbundu, la lingua bantu parlata in angola, nel Congo e in una parte dell’Africa del sud, candomblè è una parola composta dal prefisso ka (proprio di) e da ndomblè (nero): così si chiamava il rituale afro-argentino e afro-uruguaiano, e la musica che lo accompagnava.
La milonga è una danza rio-platense tratta dal ritmo del candombè. Essa si sviluppa nelle pianure che si estendono sulle due sponde del Rio della Plata, ed è uno degli elementi costitutivi del tango.
Oltre all’influenza della milonga e del candombè, emergono nei primi tango elementi del danzón cubano e della habanera che si mischiano poi con ciò che portano milioni di immigrati (italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, russi, polacchi) che cominciano ad arrivare a Buenos Aires a partire dal 1860.
Da questa mescolanza di influssi nasce una delle prime forme musicali di carattere urbano, appunto il tango.
Il jazz è l’altra musica a carattere urbano. All’origine esistono forme come il cake-walk o il rag-time, evidentemente influenzati dalle musiche afro-cubane.
Per definire l’origine del tango e del jazz si può affermare in modo sintetico, che il punto di partenza comune è l’attività musicale degli schiavi neri della costa atlantica del Sud America, che si estende poi fino al Nord America: essi hanno creato nuove danze basate sull’articolazione di ritmi nuovi, persino su modelli di danze di origine europee – come la quadriglia o la contraddanza. Ne risulta la nascita di diversi tipi di musiche, vere e proprie entità dai caratteri ben definiti, apparse e sviluppate nei vari luoghi, e conosciute come la conga, la habanera, la beguine, la maxixe, la milonga, il tango, il cake-walk, il ragtime.