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Villa Medici
dal 4 al 5 luglio 1996
25romaeuropa.net

Carl Theodor Dreyer

La Passion de Jeanne D’Arc di Carl T. Dreyer


Regia Carl Theodor Dreyer
Musica Arnaud Petit
Ensemble Les Etrangers
Direzione Arnaud Petit
Interpeti François-Xavier Roth (flauto), Michel Bernier (clarinetto), Emmanuel Colombert (tromba), Philippe Gallien (corno), Corinne Chevauché (alto), Livia Stanese (violoncello), Pierre Feyler (contrabbasso), Géry Moutier (pianoforte), Philippe Macé (percussioni), Michel Maurer (pianoforte)

Come già avvenuto nelle passate edizioni del festival per pellicole come Intolerance o Cabiria, Romaeuropa rende omaggio ad un altro grande capolavoro del muto, La passion de Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer.
È un film dalla vicenda travagliata e maledetta, consegnata ormai alla storia del cinema: il negativo originale andò infatti distrutto in un incendio nei laboratori UFA di Berlino nel 1928 ed il regista dovette rimontarlo (e quindi crearlo nuovamente) con gli spezzoni scartati in precedenza, in una versione che venne poi ulteriormente manomessa negli anni Cinquanta con l’inserimento di nuove didascalie e delle musiche di Antonio Vivaldi e Tomaso Albinoni. Solo nel 1981, grazie al ritrovamento fortunoso di una copia originale abbandonata in un ospedale psichiatrico norvegese, La passion de Jeanne d’Arc è potuto ritornare sugli schermi nella versione originaria: per l’occasione, la Cinémathèque Française, che aveva curato il restauro, commissionò una partitura d’accompagnamento ad Arnaud Petit, allora compositore residente all’IRCAM. Sarà lo stesso Petit a dirigere quindi per il festival la propria musica, ad otto anni di distanza dalla celebre prima al Théâtre des Amandiers di Nanterre.

SU LA PASSION DE JEANNE D’ARC
di Carl Vincent

La passion de Jeanne d’Arc […] apparve come una singolare audacia, come una straordinaria prova di coraggio; puntava tutto il suo interesse patetico sui volti ripresi in primo piano; viveva più per il gioco dei sentimenti che si riflettevano su questi volti che per l’azione in se stessa, o quel che Dreyer stesso definiva “il dramma obiettivo delle immagini”: la lotta di Giovanna contro i suoi giudici. Nessuno ha mai ripreso questo procedimento, che si giovava anche del contributo di una utilizzazione di tutte le possibilità espressive delle angolazioni.

La prima preoccupazione del regista de L’angelo del focolare è sempre stata quella di ricercare l’autenticità più assoluta, attraverso la scenografia ogniqualvolta lo poteva, e sempre attraverso il dramma interiore. Da questa preoccupazione deriva la mancanza di ogni trucco per gli attori di La passion de Jeanne d’Arc e la sua volontà – contraria alle tradizioni organizzative dei teatri di posa – di realizzare tutte le scene nell’ordine del loro susseguirsi logico e della loro proiezione sullo schermo. Ma questa volta Dreyer non poteva racchiudere la verità nella scenografia, che egli allora stilizzò dando invece enorme sviluppo all’espressione della verità interiore delle anime.
In Giovanna, Dreyer non vide la vergine guerriera, vide una semplice contadina, ingenua e visionaria, inerme ma salda e piena di buon senso davanti ai suoi giudici, disperata e coraggiosa davanti alla morte. Il dramma è quindi quello della giovinezza e dell’innocenza alle prese con la passione politica e con l’opportunistica scienza teologica e giuridica di alcuni preti ambiziosi e senza coscienza.

Senza lirismo, senza romanticismo, semplificando tutto all’estremo, stilizzando non soltanto la scenografia ma anche il costume e le figure della tragedia, Dreyer fece di questo dramma una sorta di leggenda popolare di cui la Falconetti, Eugène Sylvain, Maurice Schutz, Antonin Artaud e alcuni altri attori, costantemente dominati dal regista, interpretarono con penetrante potenza le figure commoventi e odiose.
Non si potrebbe certo dire quali siano i momenti maggiormente riusciti di quest’opera semplicemente magnifica: lo sguardo sognante di Giovanna su un ciuffo di margherite; il suo gesto di richiamo alla giustizia davanti ai carnefici; la sua espressione quando viene incoronata di paglia e tra le mani le viene fatto scivolare un giunco, simbolo di una maestà derisoria, e i suoi sguardi franchi e diretti a Cauchon e Loyseleur; i suoi sguardi di spavento al carnefice che le applica le manette, o la sua gioia nel vedere il segno della croce proiettarsi sul suolo della sua cella; o quell’ultimo gesto, sul rogo, col quale raccoglie la corda caduta e la porge al carnefice… Il film intero vale ciascuna di queste scene; nella storia del cinema è rimasto un tentativo senza imitatori ma non senza un seguito.

(testo del 1949, ora in Storia del Cinema, Milano, Garzanti 1988)

Rassegna stampa

“Lo spazio cinema all’interno del programma del Romaeuropa Festival è quest’anno assai contenuto; si limita ad un solo evento, ma di assoluto prestigio: la proiezione di La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer con una copia fresca di restauro e con l’esecuzione delle musiche originali, appositamente composte da Arnaud Petit […]. “Da subito – racconta Petit – mi sono reso conto che l’intervento musicale sulle immagini ne avrebbe mutato il significato. All’inizio, avevo paura di tradire Dreyer, ma era un rischio inevitabile. D’altra parte non sono un musicista di cinema e non volevo scrivere una partitura che fosse semplicemente di commento: mi sono avvicinato a La passione di Giovanna d’Arco come se si trattasse di scrivere la musica per un’opera lirica più che per un film”.
La composizione di Petit è una partitura divisa nettamente in tre parti: una prima sezione esclusivamente elettronica molto violenta, una seconda più orchestrale ed una terza ancora elettronica e di carattere notevolmente duro. “Del resto – precisa ancora il musicista francese – il film di Dreyer è basato su una assoluta violenza psicologica, oltre che fisica, e su un paradosso molto stimolante per un compositore; si tratta, infatti, di un film muto nel quale, trattandosi di un processo, ciò che conta è la parola che non si può udire. Si è trattato di un lavoro molto interessante””.
(Franco Montini, La “Passione” di Dreyer, la Repubblica, 5 luglio 1996)