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Toccata


Photo © Piero Tauro

Introduzione allo spettacolo
Bach in movimento
Classici moderni e postmoderni Coreografia Anne Teresa de Keersmaeker
Ensemble Rosas
Musica Johann Sebastian Bach (Toccata BWV 914, Fantasia e Fuga in la bemolle BWV 904, Suite francese V BWV 816, Sonata in re bemolle BWV 964, Num Komm’ der Heiden Heiland)
Analisi musicale Georges-Elie Octors
Consulenza danza barocca Irene Ginger
Direzione tecnica Luc Galle
Direzione palcoscenico Frank Vandezande
Scenografia Herman Sorgeloos
Luci Remon Fromont
Direzione luci Guy Peeters
Costumi Carine Lauwers
Supervisione costumi Nathalie Douxfils
Calzature Yvonne Hamstra
Interpreti (danzatori) Marion Ballester, Vincent Dunoyer, Suman Hsu, Marion Levy
Interpreti (musicisti) Jos van Immerseel
Produzione Rosas/La Monnaie-De Munt, in collaborazione con Holland Festival (Amsterdam), Octobre en Normandie (Rouen), Theater am Turn (Frankfurt am Main)
Durata 70 minuti

Tra le più innovative coreografe europee, a soli 36 anni artista residente a La Monnaie con Rosas, la sua compagnia, Anne Teresa de Keersmaeker porta al Romaeuropa Festival un lavoro del 1993, Toccata, costruito lungo cinque brani di Bach eseguiti dal vivo dal pianista Jos van Immerseel. Da sempre attenta nell’uso di partiture musicali complesse e capaci di assumere un ruolo preponderante all’interno dei suoi spettacoli (l’elenco va da Schönberg a Steve Reich), la coreografa fiamminga ha dovuto compiere un lungo lavoro di analisi nei confronti del vocabolario musicale di Bach, al fianco di Georges-Elie Octors, prima di affiancargli le invenzioni visive e gestuali che guidano i quattro danzatori in scena: è anche per questo che, come scrive il critico olandese Willem van Toorn, la Keersmaeker “ci ha insegnato a guardare la musica”. Oltre una toccata, una fantasia e fuga, una suite francese ed una sonata, verrà eseguito il corale conclusivo Num Komm’ der Heiden Heiland, aggiunto solo dopo la prima di Amsterdam.

Classici moderni e postmoderni BACH IN MOVIMENTO
di Kees van Houten

Bach in movimento … una definizione che potrebbe essere appropriata per lo spettacolo Toccata. Muoversi sulla musica di Johann Sebastian Bach non è certo semplice. Bach in realtà non ha mai composto opere destinate al ballo, come hanno fatto invece i suoi contemporanei Telemann e Rameau. Perfino le sue danze strumentali, per esempio la suite per orchestra o per clavicembalo, non sono state scritte per essere danzate.

Bach in movimento … una definizione che può essere considerata secondo una prospettiva più generale. Bach è infatti in movimento da moltissimo tempo. Fin da quando, nel 1829, Mendelssohn ha riportato alla luce la Passione secondo Matteo, a cento anni dalla prima esecuzione, la musica di Bach ha ricevuto un tale impulso che le sue vibrazioni continuano a propagarsi, animate da una forza irresistibile. In poco più di 150 anni, questa costante vibrazione ha assunto una tale ampiezza che oggi – e non è esagerato dirlo – non passa un giorno, né un’ora, né un minuto senza che in qualche angolo del mondo non risuoni la musica di Bach.

Bach in movimento … la musica del Cantore di St. Thomas possiede una tale forza imperiosa che anche oggi, a 275 anni dalla sua nascita, ha ancora qualcosa da insegnare all’uomo moderno, qualcosa che lo tocca e lo commuove nel profondo dell’animo. L’universalità di Bach ha fatto in modo che le sue opere resistessero ad ogni sorta di influsso e di condizionamento… Bach alla fisarmonica. Bach al sintetizzatore. Bach manipolato dal Jazz. Bach secondo le Swingle Sisters… poco importa come ci si avvicini alla sua musica, se questo avviene con rispetto e comprensione, essa resiste sempre. Bach in movimento…

Toccata ci propone la mirabile unione di tre discipline artistiche molto vicine tra loro: le belle lettere, la musica e la coreografia. Arti immateriali, che si producono nel tempo, a differenza della pittura e della scultura, che hanno invece a che fare con il concreto, con la materia, con la sostanza. Nelle arti immateriali l’ossatura dell’opera si affida alla carta, sotto forma di simboli scritti. E bisogna che un intermediario infonda in essa il soffio vitale perché questa ossatura diventi udibile o visibile.

Bach in movimento… Toccata può essere un esempio dei livelli più profondi dell’arte di Bach. Da un lato c’è l’elemento soggettivo del racconto musicale e retorico di Bach, suonato – o meglio, raccontato – dal pianista. È un racconto denso di emozioni umane al quale il linguaggio coreografico dona una dimensione emozionale assai particolare. Dall’altro lato ci sono il confronto e la visualizzazione del livelli oggettivi, cosmici della musica di Bach. Questa visualizzazione è in parte cosciente: le due spirali opposte della scenografia, che delimitano lo spazio durante la Sonata BWV 964, sono state costruite a partire dalla serie numerica di Fibonacci 1 1 2 3 5 8 13 21 34 ecc. In questa serie ogni numero è la somma dei due precedenti ed essa è all’origine del noto Numero d’Oro, ovvero della proporzione 0,618:1 che si ritrova nel rapporto dell’orbita di Venere intorno al Sole (255,5 giorni) e in quella della Terra (365 giorni). Anche la scelta dei movimenti e dei gesti nella Suite francese è cosciente e si ispira ai motivi geometrici delle danze dell’epoca di Bach.
Noi possiamo calcolare la presenza inconscia dei livelli cosmici… per esempio delle strutture aritmetiche insite nei passi, i gesti e le figure a tre dimensioni…

Dopo aver visto più volte Toccata non posso fare a meno di vedervi una grande analogia con la Musica delle Sfere descritta da Pitagora… i movimenti del cosmo, dei pianeti, dell’universo (che sono all’origine di una concezione antichissima della musica) si riflettono nei movimenti terrestri dei corpi umani…
Il cosmo in movimento…
Bach in movimento…

(estratti da Kees van Houten, ora, in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)

Classici moderni e postmoderni I CLASSICI “MODERNI” E “POSTMODERNI” DI ANNE TERESA
di Gianfranco Capitta

Creatura unica nel panorama della danza europea, Anne Teresa De Keersmaeker rappresenta un “ibrido” che non ha uguali nel panorama contemporaneo. Apprezzata e unanimemente riconosciuta come una delle punte avanzate della danza moderna, la coreografa belga è nello stesso tempo alla direzione della venerabile istituzione di danza della capitale belga: la Monnaie di Bruxelles, lo stesso tempio contraddittorio che ha dato a Salisburgo le directeur terrible Gerard Mortier. Anche Anne Teresa ha rotto gli schemi prestabiliti. A trentasei anni è forse la coreografa più famosa e importante del continente (anche se in Italia si è vista pochissimo): le danze che crea sono delle partiture, sempre strettamente legate ad altre partiture, quelle musicali di un autore. Agli inizi Steve Reich e Thierry De Mey, fino ai grandi classici di oggi e del passato: Ligeti, Bartók, Webern, Schnittke, e poi risalendo fino a Monteverdi, Beethoven, Mozart, Bach, alla fine presenti nel titolo stesso delle sue opere. Con la sola differenza, oggi rispetto a ieri, che un tempo dominava “l’unisono, oggi sono più affascinata dal contrappunto”, come ha dichiarato in una intervista.
Per questa consonanza musicale (con ognuno di questi compositori, verrebbe da dire), è fiera e non rinuncerebbe alla sua “residenza” presso la Monnaie. Questo le permette, ad esempio, di avere i musicisti dal vivo in scena, a fianco ai suoi danzatori, anche se la tirannia dei bilanci le impedisce di sviluppare maggiormente lo scambio musica/danza. Quello che le pesa, anche se lucidamente lo accetta perché utile a rendere meno angusti quei bilanci, è il titolo pomposo di “ambasciatrice culturale delle Fiandre”. Non rinnega l’amore per la terra dove è nata (Malines), ma le è chiarissimo il peso delle complicazioni e dei doppioni burocratici creati in Belgio dall’esistenza delle due comunità, la fiamminga e la vallona, attestate sulle diversità di lingua e di cultura. Questo, tra l’altro, le ha impedito finora di poter dar luogo a una scuola. Ma soprattutto, questo odore di nazionalismo le sembra “penoso, pensando che nella capitale d’Europa l’apertura mentale dovrebbe essere esemplare”.

Ad una scuola che era allora l’avanguardia, il Mudra di Béjart, lei ha cominciato a formarsi, prima di volare a New York per tornarne, nel 1982, con le idee già chiare e il progetto di molti spettacoli. Un itinerario affrontato senza spasimi, ma che già l’anno dopo le permetteva il primo successo internazionale, Rosas danst Rosas, così che quel titolo appellativo è diventato il nome del suo gruppo. Un gruppo che è rimasto costante negli anni nonostante gli avvicendamenti, con qualche tenero e ricorrente ritorno, come usa a Wuppertal da Pina Bausch, uno dei pochi nomi cui può, almeno per qualche tratto, essere avvicinata. E non solo per le sedie, che quando non affollano, costituiscono in ogni caso nei suoi spettacoli l’interlocutore del danzatore. O meglio della danzatrice, perché pur non disdegnando in scena i danzatori, l’universo De Keersmaeker è protagonisticamente femminile. Un femminile ibrido, come la sua danza, dove modernità e postmodernità servono a dare linguaggio ai classici: dove le sue ragazze sprizzano glamour e seduttività, conturbanti su vertiginosi tacchi a spillo (che servivano in Achterland a elaborare l’arte ossessiva della caduta), come dentro quella sorta di anfibi che costituivano i coturni delle prime coreografie. In ogni caso è un universo femminile ben issato sulla forza della solidarietà e della complicità, che può tranquillamente assorbire, come in questa Toccata bachiana, tutta la ribalderia genetiana e macho dell’unico uomo in scena.
La prestigiosa ospitalità della Monnaie ha tra l’altro permesso alla coreografa (anche se agli inizi le era parsa una costrizione) di tenere in piedi l’intero suo repertorio, caso quasi unico nella danza contemporanea europea. Così che nello stesso spazio di queste settimane lei sta girando per i maggiori festival mondiali anche con Mozart/Concert Arias, un moto di gioia (a Dresda, per Theater der Welt), e con il suo ultimo lavoro Verklärte Nacht su musiche di Schönberg (alle Festwochen viennesi). Proprio quest’ultima sua creazione (ha debuttato a Bruxelles nel novembre ’95) conferma la sua parentela col teatro tout court. A volerla come coreografa del celebre brano schönberghiano (insieme allo scenografo Gilles Aillaud) è stato Klaus Michael Grüber, uno dei più rigorosi e geniali registi della scena d’oggi, che preferisce in genere una recitazione, o un canto, rarefatti al limite dell’immobilità.

Proprio perché partecipe di un olimpo teatrale dove siedono Bausch e Wilson, lei aveva potuto realizzare qualche anno fa il testo bello e lancinante di Heiner Müller su Medea e il ciclo degli Argonauti. Da lei un regista come Peter Greenaway ha voluto girare un film superpremiato come Rosa. Se appaiono lontani, in meno di quindici anni, i toni quasi violenti delle sue prime coreografie, la loro carica distruttiva e sessista, le iterazioni estenuate alla Lucinda Childs degli inizi, ne è rimasta intatta la carica comunicativa e la compressione interiore. E la ragazzina delle Rosas è ormai una signora della danza e dello spettacolo, non meno polemica e aggressiva di allora, che nonostante il successo e la maternità (che le impedì di danzare nel ’93 al debutto di Toccata) continua a non volersi riconciliare, neanche nella convenzione teatrale della danza.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)

 

TOCCATA: INTRODUZIONE ALLO SPETTACOLO
di Theo Van Rompay

Toccata è la tredicesima coreografia firmata da Anne Teresa de Keersmaeker.
La musica, sia che si esprima attraverso il grigiore di Steve Reich (Fase), il virtuosismo di Eugene Ysaÿe (Achterland) o la malinconia di Alfred Schnittke (Erts), ha sempre costituito per Anne Teresa il punto di partenza per scoprire il proprio universo. Come ha detto giustamente il critico olandese Willem van Toorn, la Keersmaeker “ci ha insegnato a guardare la musica”: una espressione fortunata che da qualche anno costituisce la premessa a qualsiasi considerazione sul lavoro della coreografa.
Toccata è costruita su cinque composizioni di Bach eseguite dal vivo: una toccata, una fantasia e fuga, una suite francese, una sonata e, infine, un corale.
Fin dall’inizio risulta chiaro il ruolo preminente della musica: nessun ballerino in scena, solo Jos Van Immerseel, seduto al pianoforte in primo piano, e la sua virtuosistica interpretazione della Toccata BWV 914.
Quattro ballerini, tre donne e un uomo, entrano in scena.
Johanne Saunier (a Roma il suo ruolo è interpretato da Marion Ballester, ndr) si toglie la giacca e le scarpe. Van Immerseel attacca la Fantasia e fuga, gli altri restano a guardare Johanne che, approfittando di un assolo, pone le prime basi della scrittura coreografica: le braccia si uniscono in un arco sopra la testa, il corpo ancheggiante rimane immobile. Quando la fantasia diventa fuga la luce disegna a terra quattro grandi cerchi obliqui, una figura spesso utilizzata da Rosas.
Languido, occasionalmente percorso da improvvise accelerazioni, lo spazio viene occupato da movimenti circolari, poi attraversato da linee dritte. Ma la forma perfetta della figura chiusa viene immediatamente annientata: non appena la forma ha raggiunto la sua perfezione, già un danzatore inventa una nuova variazione.

Senza alcuna transizione si passa alla composizione seguente. I colori della Suite francese n° 5, composta di sette parti, sono diametralmente opposti allo spirito meditativo della Fantasia e fuga. I ballerini sviluppano uno stile personale, basato sulle figure delle danze francesi del Rinascimento: allemanda, corrente, sarabanda, gavotta, bourrée, loure, giga.

Solo all’attacco del quarto brano musicale, Anne Teresa De Keersmaeker fa il suo ingresso in scena. Esitante, lascia la sua immobilità per liberarsi in scatti bruschi e precipitosi, in un movimento mai continuo, ma sempre seguito da battute d’arresto e che si conclude a terra. Per la prima volta i danzatori sono tutti in scena: assoli e un quartetto, i duetti e un trio si alternano in un susseguirsi di strutture geometriche definite e poi subito messe in discussione.

L’ultima parte, il corale Nun Komm’ der Heiden Heiland, è stata aggiunta dopo la prima di Amsterdam. La scena è ora del tutto sgombra e dopo l’apoteosi che ha caratterizzato il finale della sonata, domina un senso di vuoto. I ballerini abbandonano la scena lasciando Marion Ballester sul palcoscenico deserto: lo spettacolo si spegne al ritmo dei suoi movimenti lenti.

(da Theo Van Rompay, 1994, ora, in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)

 

Rassegna stampa

Toccata, su cinque composizioni di J.S. Bach eseguite dal vivo al pianoforte da Jos van Immerseel, è una danza fatta di studiate e temperate movenze, meticolosamente regolata da accurato e geometrico calcolo, in rigoroso e felice accordo con le preziose partiture musicali alle quali si accompagna, e appare oggi, trascorsi i furori aggressivi del passato, miracolosamente istintiva, infantile, deliziosamente spontanea. In una parola: perfetta. […] Ciascuno è utilizzato per l’inconfondibile timbro dinamico che lo distingue e in scena prevale una femminilità piena, concreta, espansiva, ma anche guizzante, intrigante, assertiva, seducente, vitale. Certo c’è un intimo risvolto intellettuale nella sua creazione: alchemici calcoli in discreto contrappunto con le fluide armonie di Johann Sebastian Bach, e questo rende la danza preziosamente incolore, giocata su una gamma soffusa di toni che ipnotizzano, e possono annoiare. Ma la splendida carica di vitalità interiore dell’autrice è intatta, appena celata da un elegante, intricato disegno di passi”.
(Donatella Bertozzi, Platea “toccata” dalla principessa fiamminga, Il Messaggero, 13 luglio 1996)

“L’accostamento tra il barocco cristallino di Bach e le asciutte linearità escogitate da de Keersmaeker funziona. Andrebbe meglio al chiuso, piuttosto che sul palcoscenico all’aperto del Giardino del museo degli Strumenti Musicali, per meglio concentrare l’attenzione degli spettatori sui preziosi dettagli di movimento che sono tessitura e senso profondo dello spettacolo. Su tale spazio, aggettante all’infinito, invece, è facile perdere di vista le sfumature e percepire una trama più omogenea e monotona di quella che in effetti si va svolgendo. È un compito doppio per gli interpreti danzare “a voce alta” per farsi vedere. E almeno un paio di volte ci riescono alla grande: nella gigue, finale della Suite francese, interpretata da Vincent Dunoyer con straordinaria perizia e scioltezza. Leggero e vibrante, scuotendosi di dosso pesi e pensieri, Dunoyer si stacca dal gruppo e fa emergere una personalità dalla grinte vellutata. Gli risponde, per parte femminile, la bionda e fluttuante Marion Ballester. Adagiandosi fremente su una striscia di spazio all’estremità del palcoscenico, srotolando una storia di palpiti e di intese, di pulsioni e riflessioni che proseguono oltre la musica (il coro finale Num Komm’ der Heiden Heiland) e si inoltrano nel buio”.
(Rossella Battisti, Teresa alla corte di Bach, l’Unità, 13 luglio 1996)

“Di Anne Teresa de Keersmaeker e della sua danza, dicono che ha insegnato a “guardare la musica”. Ora, l’itinerario di Toccata si avvale di cinque composizioni di Bach alle quali l’ingegno coreografico ha carpito un segreto importante. Un segreto valido anche per i musicisti. Ma sì, il contrappunto bachiano non è solo quello che appare. Asettico. Geometrico. Sublime (certo), però astratto. Per una straordinaria intuizione la Keersmaeker ne ha identificato la radice emotiva, il nocciolo imprevedibile della sensualità, quindi l’ha materializzato. […] La tecnica è coinvolgente, vale a dire mai fine a se stessa. Lucida, espressiva. Ed è questa in effetti la rivelazione del Dna di Bach. Le sensualità insita nelle note musicali non è “inventata” dalla Keersmaeker, bensì scoperta – trasmessa – nelle improvvise accelerazioni dei gesti, suggerite dal suo segno, dal “segno” del compositore, Bach”.
(Mya Tannenbaum, Keersmaeker, la sensualità delle ombre cinesi, Corriere della Sera, 13 luglio 1996)

“I ballerini, in bianco e nero molto quotidiano, si parlano e si guardano attraverso la musica, che offre ai loro movimenti una morbida resistenza che si comporta come uno spazio plastico in cui lanciarsi, avvolgersi, abbandonarsi all’abbraccio del suono.
Della Keersmaeker che conoscevamo è rimasta la voglia di gioco e di lotta con/contro le forze interiori e potenti della musica, ma il suo stile si è arricchito e raffinato: adesso si sono aggiunti salti guizzanti, corse a contrappunto, persino port de bras e ronde de jambe classici, scivolate dolci, sorrisi felici, balzi leggeri dentro la musica. Sembra di tornare ragazzi, davanti al mare, con il respiro pronto al tuffo: anziché di acqua si tratta di gighe, allemande, gavotte offerte dalle mani eleganti di un pianista che sa dare valori scultorei alle note e risalto “fisico” alle cadenze musicali. Una serata di grazia con un finale delizioso, un candido a solo femminile su Num Komm’ der Heiden Heiland, che rimane nella memoria come visione di pura sonorità fatta corpo”.
(Elisa Vaccarino, Una Toccata dove la danza è surf su onde immaginate, Il Giorno, 13 luglio 1996)

“L’intero spettacolo, quasi di tipo concertante nonostante il taglio post-modern, alterna giudiziosamente danze di gruppo, solistiche, a canoni imitativi, movimenti diversificati nella contemporaneità, ma tenuti assieme dal comune ritmo musicale che le sottende. Negli Adagio la danza si fa, per così dire, forse ancor più “formale” in sintonia con autentiche oasi di alta espressività, ovvero vi prendono il sopravvento aspetti e valori formali, dimensioni di puro movimento, mera forma.
Progressivamente il movimento, inizialmente quasi strascinato con capriole, rotolamenti sul terreno, cadute, si fa più ampio, più libero, guadagna maggiore spazio, si illumina. Nulla di nuovo, nella linea evolutiva della coreografa belga, se si pensa che la Keersmaeker, che torna a Romaeuropa dopo tre anni di assenza, da sempre si attiene scrupolosamente a grandi partiture musicali, da Steve Reich a Ligeti, da Beethoven sino a Schnittke, da Mozart sino a Bartók o Webern. E non a torto, perché cercando ispirazione nella grande musica del passato, rende la sua ideazione coreografica e la necessaria struttura del suo pensiero cinetico più “classica”, più soggetta a leggi universali ed eterne, non caduche”.
(Lorenzo Tozzi, Il virtuosismo delle note di Bach in “Toccata” della Keersmaeker, Il Tempo, 18 luglio 1996)

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