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HEINER GOEBBELS

Hashirigaki


È necessario pensare il lavoro di Heiner Goebbels come fosse una performance jazz, dove i vari strumenti, pur concertati insieme, mantengono una forte presenza sonora e, grazie all’improvvisazione, una propria autonomia espressiva. D’altra parte il compositore tedesco, dopo aver iniziato in un gruppo rock, i Cassiber, ha suonato con Don Cherry e Arto Lindsay, per poi dedicarsi alla musica da camera ed ai drammi radiofonici con quell’altro geniale maestro che è Heiner Müller. E proprio da quest’ultimo ha avuto in eredità l’interesse vitale per le altre arti ed il desiderio di farle interagire in una formula che sbarazzandosi dei confini fra generi musicali, mescola le chitarre elettriche con l’orchestra sinfonica e con i suoni manipolati al computer. Affascinato dalla musicalità dal testo di Getrude Stein The making of americans, Goebbels vi unisce alcuni brani estratti da Pet sounds, l’indiscusso capolavoro dei Beach Boys, oltre che campionature di rumori distorti e musiche tradizionali giapponesi. La miscela sonora viene amplificata e legata suggestivamente dal gioco pirotecnico di luci che dal fondale lascia emergere le sagome delle tre attrici, musiciste e ballerine, in un universo di visioni ed immagini sonore.
Musica, parole, immagini e luci creano Hashirigaki, un luogo dell’immaginario, territorio incantato, un’isola che “mette in scena un enigma”.

Testo Heiner Goebbels (da Gertrude Stein)
Scenografia e illuminazione Klaus Grüberg
Disegno suono Willi Bopp
Costumi Florence V. Gerkan
Interpreti Charlotte Engelkes, Marie Goyette, Yumiko Tanaka
Produzione Roameuropa Festival, Mission 2000 en France, Società Musica per Roma, Théâtre de Vidy-Lausanne E.T.E., T&M – Nanterre (Parigi), Deutsches Schauspielhaus (Amburgo), Hebbel-Theater (Berlino)

 

HEINER GOEBBELS, COMPOSITORE CITTADINO
di Bruno Serrou

Compositore, interprete, scenografo, Heiner Goebbels, in questi tempi di eclettismi trionfanti dove l’ibridazione è elevata al rango di estetica, è una sorta di Kurt Weill fine secolo, iconoclasta e popolare. Si rallegra volentieri del fatto che la sua musica combina free jazz, rock, pop music, rap, rumori, avanguardia, classicismo. “Vengo dall’improvvisazione”, ci ricorda. “Ancora studente, dirigevo un gruppo rock, i Cassiber, prima di lavorare con i grandi improvvisatori Don Cherry e Arlo Lindsay. Eppure le mie opere non avevano niente d’improvvisato. Perché il jazz, l’hard rock si mescolano alla mia cultura della storia della musica, da Bach a Schönberg. Non apprezzo molto il romanticismo, che trovo troppo cupo, mentre le mie tessiture sono liquide, trasparenti”.

Ammiratore di Prince, Helmut Lachenmann, Luigi Nono e Steve Reich, amico di Daniel Cohn Bendit, Goebbels si lusinga di scrivere non per gli specialisti, ma per il grande pubblico. In Germania si è fatto una reputazione invidiabile per il suo teatro musicale, le sue musiche di scena, film e balletto, e per le sue pièce radiofoniche, ma il suo catalogo copre tutti i generi, dalla musica da camera alla grande orchestra. Nato il 17 agosto 1952 a Neustadt/Weinstrasse, vivendo dal 1972 a Francoforte sul Meno, Goebbels è dagli anni Settanta uno dei compositori viventi più rappresentato del mondo, senza dubbio perché le sue opere intere risuonano dei suoni della città, della vita di quartiere, suo vero universo. “Non voglio essere, illustrativo”, mitiga tuttavia. “Il mio proposito ha piuttosto del soggettivo. Mi interesso all’architettura delle città, quello che mi suggeriscono le diverse masse strumentali che utilizzo. Come il tessuto urbano, la mia musica non cessa di evolversi. Sia che si ami o che la si detesti, che sia minacciosa o protettrice, la città è più affascinante della campagna. Non può certo dare tutto, e spesso non è che un succedaneo”.

La sua collaborazione con il drammaturgo Heiner Müller ha condotto Goebbels a considerare la musica come un mezzo d’espressione e di comunicazione inestricabilmente legato a tutte le arti, che lo incita ad un linguaggio che è per lui personale, a dispetto del suo eclettismo, tenendo principalmente del teatro, l’improvvisazione.
Fra le sue opere più significative, si rilevano le pièce di teatro musicale Ou bien le débarquement désastreux, creato a Parigi nel 1993, Surrogate Cities, la sua prima partitura per grande orchestra suonata in prima mondiale dalla Junge Deutsche Philarmonie, La Industrie & Idleness, creata nel 1996 alla Radio Hilversum.
In questo inizio stagione 2000-2001, Heiner Goebbels sta lavorando a due grandi partiture, che saranno tutte e due suonate in prima mondiale, una a Monaco il 28 settembre, …même Soir – commissionata da Les Percussions de Strasbourg e ripresa l’1 ottobre al festival Musica di Strasbourg -, l’altra, Hashirigaki, pièce di teatro musicale scritto su testi di Gertrude Stein, di cui il compositore firma anche la regia, una coproduzione del Romaeuropa Festival, che sarà rappresentata a Roma il 10 e 11 ottobre.

Rassegna stampa

“Liberamente ispirato a The making of americans di Gertrude Stein, al suo gusto delle domande senza risposta, al Giappone per le forme, alla pittura e alle illuminazioni di Rimbaud, Hashirigaki è un mix di stili e materiali eterogenei, dal pop all’avanguardia, dotato di una forte impronta teatrale che permette quasi di “vedere con le orecchie”. Dopo aver collaborato con maestri dell’improvvisazione quali Don Cherry e Arto Lindsay, l’arte di Goebbels approda a soluzioni innovative nel mondo della musica contemporanea europea. Il compositore tedesco immagina altri rapporti tra il corpo e il suo doppio, tra la persona e lo spazio e sorride davanti ad elementi musicali inverosimili, alla meraviglia dei miraggi dell’effimero. Hashirigaki è uno spettacolo di grande bellezza, dove l’allegria viene dalla leggerezza dell’opera”.
(Rossella Fabiani, La leggerezza allegra di Hashirigaki, La Stampa, 11 ottobre 2000)

“Lui propone in versione “radicale” il criterio dell’uso a tutto campo di una pluralità di linguaggi. Non gioca alla “contaminazione” pensando che così ci si accomoda sul sofà del dialogo tra melodramma, jazz, rock, Novecento a confezionare stupidi patchwork dedicati furbescamente alla Grande Restaurazione. Si trovano – storicamente – nella sua musica richiami etnici, hard-rock e underground-rock, free-jazz, improvvisazione totale, radiodramma, teatro, neo-avanguardia europea e americana, musica da film, pop music. Richiami? Molto di più. Nei suoi lavori ci sono tutti questi idiomi nella pienezza del loro messaggio comunicativo dentro la miscela rigorosa da cui scaturisce un ulteriore linguaggio. Ammaliante. […] Perché la sensazione è questa: in Hashirigaki l’ascolto costituisce il punto di coinvolgimento, di piacevole crisi, di eccitante rottura con le convenzioni teatrali”.
(Mario Gamba, L’avventura del suono, il manifesto, 13 ottobre 2000)

“Tre attrici, fisicamente diversissime tra loro e che dunque provocano un effetto di dissimmetria, evocano un piccolo paradiso: in prima istanza la musica, poi il mistico sviluppo delle immagini introducono in un mondo che non c’è ma nel quale si vorrebbe restare. Le tre ragazze sono lì, con i loro strumenti musicali, e la quinta si colora di rosso o d’azzurro canarino. Piccoli oggetti infantili (una casa, una automobilina, una carrozza: tutte sagome di cartone) cullandoci vincono le nostre resistenze, vale a dire le nostre attive abitudini di consumatori di storie e significati. […] Hashirigaki rivela che se il teatro italiano o europeo, è ridotto alla sua funzione didattica, all’Est (penso ai russi, ma anche, appunto, a Nadj), in Giappone o negli Stati Uniti la sua funzione estetica è ancora elevatissima”.
(Franco Cordelli, Il tedesco che volò nel paradiso giapponese, Corriere della Sera, 25 ottobre 2000)

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