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JOSEF NADJ

Les veilleurs


Photo © Piero Tauro

Le coreografie create da Josef Nadj si nutrono di memoria, di umori personali, di quel carattere quasi espressionista della cultura ungherese intriso di humour nero e di un vitale senso del burlesco o anche grottesco, oltre che della deflagrante carica immaginifica. Lavorando spesso a partire da opere letterarie, Nadj ne assimila le atmosfere, elabora movimenti ed immagini attorno ad alcune frasi, delineando i contorni dei personaggi e dando vita ad un universo di visioni e di sentimenti autonomo, dal carattere surreale: dall’incontro con Franz Kafka e con quel ritratto tragico e grottesco che lo scrittore traccia dell’uomo e della società contemporanea, nasce Les Veilleurs, i veglianti, coloro che non dormono perché sospesi in un avvicendarsi di accadimenti senza senso, passivamente subiti ed accettati.
Il coreografo crea uno spazio labirintico popolato di uomini governati da una irresistibile forza interiore che li costringe a muoversi in continuazione, mentre le note del compositore argentino Mauricio Kagel dettano i tempi di questo instancabile moto perpetuo: è un universo onirico e malinconico di donne-nuvole, di esseri piantati nel muro, di corpi che diventano oggetti abbandonati distrattamente, come cappotti, sul canapè o ripiegati in posizioni al limite dell’acrobazia, ma anche di corpi che volano a testa in giù o camminano su tavole sospese nel vuoto.
Lavorando sensibilmente sulla commistione di teatro, danza e arti circensi, Nadj consegna al pubblico un quadro allucinato della società contemporanea e delle sue più irriducibili angosce.

Coreografia Josef Nadj
Musica Maurizio Kagel (Variété – Durand S.A. Editions Musicales)
Ensemble Centre Chorégraphique National d’Orléans
Scenografia Michel Tardif con l’assistenza di Bertrand Terreyre
Pittura della scenografia Jacqueline Bosson
Luci Rémi Nicolas con l’assistenza di Xavier Lazarini
Costumi Bjanka Ursulov con l’assistenza di Ouria Khouhli
Direzione tecnica Raymond Blot
Regia luci Xavier Lazarini
Direttore di palcoscenico Laurent Grillon
Produzione e diffusione Martine Dionisio
Danzatori Istvan Bickei, Denes Debreï, Samuel Dutertre, Peter Gemza, Mathilde Lapostolle, Nasser Martin-Gousset, Ivan Mathis, Josef Nadj, Laszlo Rokas, Jozsef Sarvari, Cécile Thiéblemont, Henrieta Varga
Produzione Centre Chorégraphique National d’Orléans, Théâtre de la Ville Paris, Théâtre Garonne-Toulouse, L’Hippodrome-Scène Nationale de Douai, Theater Der Stadt-Remascheid. Con il sostegno di Carré Saint-Vincent-Scène Nationale d’Orléans insieme a la Comédie de Saint Etienne – Centre Dramatique National (Le Centre Chorégraphique National d’Orléans è sovvenzionato dal Ministère de la Culture et de la Communication – Direction de la musique, de la danse, du théâtre et des spectacles, la D.R.A.C. Centre, la ville d’Orleans, le Conseil Régional du Centre, le Conseil Général du Loiret. Riceve l’aiuto dell’AFAA- Association Française d’Action Artistique – Ministère des Affaires Etrangères, per le sue tournée all’estero).

JOSEF NADJ E LES VEILLEURS
di Jean-Marc Adolphe

Ricostruire il reale per renderlo conforme al desiderio, e farne nascere la “fabula”. Impastando la materia dei propri ricordi alla poesia delle opere di Kafka, Csath, Borges, Beckett, Büchner, Schulz e qualche altro, Josef Nadj dà forma alla meccanica di precisione di una vera “chansons de geste”. Dopo il famoso Canard Pékinois, creato nel 1987 nella piccola sala del Théâtre de la Bastille a Parigi, Josef Nadj ha costruito di spettacolo in spettacolo la straordinaria saga di un teatro coreografico popolato di contorsioni, di immagini allucinate, di corpi aggrovigliati e di scenografie costruite con diversi cassetti che si aprono uno dopo l’altro. Dei suoi ricordi d’infanzia a Kanisza, enclave di lingua ungherese nella ex-Jugoslavia, Nadj ha ricamato una sorta di burlesco nero, abitato da fantasmi sbalorditi. Una troupe di teatro amatoriale che sognava di convolare fino in Cina e i cui attori si suicidano misteriosamente; i corsi della lotta greco-romana sulla scena del teatro municipale; un nonno che rivela, in articolo di morte, i suoi crudi ricordi di una guerra d’operetta; le prodezze sportive della squadra locale di vigili del fuoco volontari, ecc…; tutto fu un pretesto per scatenare una delirante sequela di gesti.

Sept peaux de rhinocéros, la Mort de I’empereur, Les échelles d’Orphée, Comedia tempio, hanno irrigato la danza contemporanea delle risorse della pantomima come della facondia di un immaginario dell’Europa centrale. Sciamano di immagini, Nadj rompe il salvadanaio della memoria per rincollarne i pezzi, e riformulare una logica nell’assurdità leggera della vita. Mette in scena i fuochi fatui accesi nell’infanzia, scatena una sarabanda di spettri, e tira ad una ad una le cordicelle di questi rituali affascinanti, seguendo il filo di drammaturgie in movimento che dissolvono i contorni del reale e della fantasia.
In questo contesto, la letteratura agisce sull’universo di Nadj come un catalizzatore d’immaginario. Anche quando firma un Woyzeck (Festival d’Avignon, 1997), non è una regia letterale del testo di Büchner, ma una traslazione porosa, enigmatica che opera il regista-coreografo: una lettura di segni, immagini e condensazioni.

Altri autori sono stati così “scandagliati”, ma Kafka sembra svolgere, di primo acchito, la funzione di figura tutelare; c’è come un’eco tra lo spettacolo di Nadj e l’autore di La Metamorfosi. Una macchina di Kafka, notano Gilles Deleuze e Félix Guattardi, “è costituita da contenuti ed espressioni formalizzate a gradi diversi per le materie non formate che vi entrano, ne escono e passano attraverso tutti gli stati. Entrare, uscire dalla macchina, essere nella macchina, rasentarla, avvicinarsi ad essa, fa ancora parte della macchina; questi sono gli stati del desiderio, indipendentemente da ogni interpretazione. La linea di fuga fa parte della macchina. […] Il problema: non essere per niente libero, ma trovare una via d’uscita, oppure un’entrata, oppure un lato, un corridoio, qualcosa adiacente, ecc.”.
Si potrà più o meno dire la stessa cosa delle architetture scenografiche negli spettacoli di Josef Nadj, ma lo spazio teatrale potrebbe essere un’altra cosa che un frammento di spazio mentale; uno spazio che, per di più, sembra lavorare per proprio conto… Il coreografo sembra in ogni caso fidarsi di una sorta di “logica interna del divenire scenico”, vivendo la creazione come una lingua insonne, al limite tra coscienza e sogno.

Ispirato molto liberamente a svariati testi di Kafka, Les Veilleurs forma un delizioso teatro d’ombre dove figure in carne ed ossa sono i fantocci disincantati di un mondo messo di traverso. Una composizione di Mauricio Kagel (Variété) concorre alla dinamica di queste vertigini gioiosamente inquietanti, popolate di immagini a doppio fondo, tanto vivaci quanto perturbanti e maliziose.

Rassegna stampa

“Nel suo mondo grigio ci sono coloro che vegliano e comandano; nella musica allusiva e perfino frivola di Mauricio Kagel (Variété) c’è tutto il colore argentino, che fa da contrappunto grottesco a quelli che subiscono e vengono maltrattati. Dal subconscio kafkiano dell’autore tornano camuffate in una recita da Berlino anni ’20 tutte le pene sofferte dall’uomo. Le torture, le violenze, il disprezzo, le umiliazioni, perfino la morte. È un rituale espressionista e surreale dove le metafore circensi – fino al contorsionismo e alla magia – ci riportano ad esilii vietati. Il carro dei morti, l’impiccato, il fuggiasco, i buchi nel sottosuolo: queste sono le note di un tango balcanico, di un ballo con la morte in un povero mondo che nella scenografia di Michel Tardit diventa un luogo stile giapponese. Gli artisti sono straordinari, forti e non belli: ma così deve essere”.
(Mario Pasi, Nell’universo di Franz Kafka ballerini sull’orlo della vertigine, Corriere della Sera, 14 ottobre 2000)

“C’è un modo straordinario della danza di raccontare: quello di dire tutto senza pretendere di raccontare niente di specifico. Rendere atmosfere inafferrabili, climi ineffabili, surreali ed onirici, difficilmente esprimibili con uno specifico diverso da quello del muto movimento corporeo. Ma senza una storia logica, semmai con la sola somma scenica di tante ministorie psichiche individuali. A questa chiave rimanda […] Les Veilleurs […]. Un’umanità in abito scuro, sospesa (anche in senso letterale) tra realtà e fantasia, tra tragico e ridicolo è quella disegnata da Nadj in riquadri scenici multipli, con nonsense gestuali (persone piegate in due in simbiosi con una sedia, calzanti per cappello un materasso e via discorrendo) che destano al contempo risate e angoscia. Un visionario ritratto allo specchio di quello che siamo, senza fronzoli né ipocrisie. Un’allucinazione tra il film muto, la clownerie, il cabaret danzato e il teatro di ombre cinesi, una magia in bilico sul baratro visto che la compagnia […] è una macchina da spettacolo perfettamente oleata quanto inquietante”.
(Lorenzo Tozzi, Danzare senza raccontare nulla, Il Tempo, 14 ottobre 2000)

“Una scenografia articolata su tre soppalchi quello centrale più ampio e fatto a piani, teatro nel teatro, dove ha vita un universo onirico e surreale, angoscioso e a volte grottesco, deformato e sdoppiato dagli specchi, imbrigliato tra i fili di una ragnatela, soffocato fino alla cancellazione da un nugolo improvviso di polvere. Grigio e beige sono i colori dominanti negli arredi e nei costumi, la musica di Mauricio Kagel contempla cupe dissonanze mediante gli archi e trasuda umori etnici dalle ciarde. I danzatori del Centre Chorégraphique National d’Orléans, bravissimi, si muovono come costretti fra invisibili spazi angusti, sono contorsionisti e assumono forme da invertebrati, camminano incastrati dentro le sedie, fanno capolino dal pavimento o dai tavoli, rimangono in posture che paiono vincere le leggi di gravità, caracollano a mozzafiato come fantocci. Quando l’immaginario sposa la vera arte”.
(Maria Cristina Buttà, “Les vellieurs” al Nazionale, Italia Sera, 17 ottobre 2000)

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