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ENSEMBLE NEDERLANDS DANS THEATER

Whereabouts Unknown;
Start to Finish;
Bella Figura


Photo © Piero Tauro

Direttore artistico del Nederlands Dans Theater dal 1978 al 1999, anno in cui cede la carica a Marian Sarstädt, conservando per sé quella di consulente, Jirí Kylián è uno dei maggiori coreografi viventi. Il suo linguaggio che pure ha radici profonde nella danza classica, ha sempre conservato la libertà di giocare e percorrere molteplici traiettorie, siano esse indirizzate verso la danza contemporanea che verso quella tradizionale o rituale. “umanista e mai moralista”, come sottolinea Vaccarino, Kylián ha creato opere che hanno suscitato, ogni volta, nuova meraviglia e stupore: il corpo ed il movimento, sottratti a qualsiasi grammatica definita, ma ancorati ad una assoluta disciplina, lasciano emergere storie e immagini in un affascinante racconto dell’anima,
E così, Whereabouts unknown, coreografia di apertura del programma romano, che deve il nome al termine tecnico usato per indicare dipinti persi o rubati, si pone come interrogativo sull’esistenza, domanda su un luogo sconosciuto, che è l’anima. Cosa e dove è stato perso? In quale nascondiglio si trova? Quale strada percorrere per andare dove si deve andare? Lo sguardo di Kylián che va indietro nel tempo, verso le radici della storia e della danza – in realtà dell’uomo -, crea un drammatico cortocircuito quando l’evocazione della cultura aborigena si pone e si sustanzia accanto alla rappresentazione di quella contemporanea, travagliata e irrisolta, relegata, fisicamente, in una sezione di palco inclinato lateralmente, quasi fosse stato divelto. Antiche vestigia dell’umanità ed interrogativi destinati a rimanere senza risposta animano un movimento che respira la musica, quella italiana di Vivaldi, Pergolesi, Torelli fra gli altri: Bella figura è una incursione del sogno nella vita, confine tra purezza ed erotismo, realtà e finzione. Il palcoscenico è percorso da angoli di luce che svelano di volta in volta, complice un gioco di sipari, scene di grande sontuosità visiva, capaci di tracciare un cammino verso la liberazione attraverso una progressiva spoliazione dalle convenzioni.
Infine, Start to finish, firmato da Paul Lightfood, primo ballerino della compagnia e cresciuto artisticamente con Kylián, traccia con disincanto la moderna vita di coppia, fatta di un amore assuefatto ed anestetizzato dalla passiva visione di programmi televisivi che conduce, a poco a poco, alla incomunicabilità e solitudine, tappe di un isterico e possibile calvario.

Coreografia Jirí Kylián
Musica Arvo Pärt, Anton Webern, Steve Reich, Charles Ives, Michael de Roo
Scenografie e luci Michael Simon
Costumi Joke Visser

START TO FINISH
Coreografia Paul Lightfood
Musica Henry Purcell, Thomas Tollet, Tommaso Albinoni, The Cramberries, Georg Friederich Händel
Palcoscenico Paul Lightfood
Costumi Sol León
Luci Tom Bevoort

BELLA FIGURA
Coreografia Jirí Kylián
Musica Lukas Foss, Giovanni Battista Pergolesi, Alessandro Marcello, Antonio Vivaldi, Giuseppe Torelli
Scenografia e luci Jirí Kylián
Realizzazione tecnica Tom Bevoort
Costumi Joke Visser

JIRÍ KYLIÁN
di Elisa Maccarino

Jirí Kylián, coreografo nel senso più pieno del termine, proprio per questo ha a lungo costituito un problema di catalogazione. Di fronte all’esplosione delle nuove danze europee, che azzeravano tutti i canoni, dove collocare questo artista (o meglio musicista della danza) dal tocco contemporaneo, ma dalla provenienza classica, pigmentata all’inizio di sentori folklorici dell’est? Meglio non definirlo affatto, anche perché Kylián si è rivelato autore evolutivo come pochi, vibrante nel suo tempo, aperto al nuovo come sa esserlo chi si è trovato, per destino, al crocevia di storie e geografie, dalla nascita nel dopoguerra a Praga, al 1968 nella swinging London per passare poi al Balletto di Stoccarda di John Cranko, dove inizia (come John Neumeier e William Forsythe) la sua avventura coreografica, nel 1970. Lì conosce la sua Musa e compagna – non sorprende che prediliga dichiaratamente la forma del passo a due – Sabine Kupferberg (inventerà per lei Silent Cries, introspettivo remake del Fauno), oggi pilastro del Nederlands 3, il gruppo degli “anziani di lusso”, che Kylián ha aggregato al NDT 1, la compagnia che dirige all’Aja dalla metà degli anni ’70, corredata di un super-team junior, il Nederlands 2.

Se oggi finalmente, dopo tanta “danza senza coreografia”, Kylián è riconosciuto a pieno titolo come autore che prescinde da mode, correnti, schemi, è grazie al suo percorso personalissimo, quanto mai articolato nei modi e nei toni. Dai suoi titoli su Janáãek, specie Sinfonietta, dove esplode quella fluidità che respira con la partitura – marchio distintivo del suo stile – ai titoli narrativi, sempre però con i mezzi autentici della danza più ispirata, come Notte trasfigurata di Schönberg, Noces e Histoire du soldat di Stravinskij, L’enfant et le sortilege di Ravel-Colette, Kaguyahime di Maki Ishii – ama il Giappone per l’essenzialità del design – alle coloriture modernamente liriche per La Cathédrale Engloutie e Nuages su Debussy, ai guizzi pastello per Dreams sui Folk Songs di Berio, Kylián cambia sempre, per restare se stesso, e ama i contrasti: a un duo drammatico, sullo spaesamento, come Torso del 1975 fa seguire nel 1981 Symphony in D, parodia ironica sui tic del mondo del balletto, tutto rosa e celeste, in corsa veloce sulla musica di Haydn. Nel 1983 con Stamping Ground e Dreamtime, profetiche opere di proto-world dance nate dalla suggestione delle danze aborigene australiane, accende le discussioni sulla legittimità della “contaminazione inautentica” tra culture. Ma lui, umanista e mai moralista, insiste sulla sua strada e in Whereabouts Unknown (1993), in cinque sezioni, su Pärt, Webern, Reich, Ives, con interludi percussivi di Michael de Roo, torna a riflettere sulla compromessa civiltà occidentale, utilizzando stavolta maschere africane, sabbia e un tappeto scenico posto di traverso per denunciare il sottofondo precario e distruttivo, nonostante l’amore, della natura umana. È un brano del suo cosiddetto “periodo bianco e nero”, che si distingue per l’impaginazione, con mezzi sipari, “luci buie”, costumi-non costumi, e per la complessità e ricchezza delle combinazioni di movimento, allineando titoli come No more Play e Sweet Dreams su Webern, Petite mort su Mozart, Sarabande, tutto maschile, su Bach, Falling Angels, tutto femminile, su Drumming di Steve Reich. Ma ecco poi arrivare la fase del rosso nelle grandi gonne unisex con Bella figura (1995) su musica di Lukas Foss e italiana antica, sacra e non: un magnifico brano al confine tra vita e sogno, erotismo e purezza, di splendore quasi insostenibile. Ma intanto Kylián, che sempre di più chiede ai suoi ballerini di farsi co-creatori, laurea anche coreografi, come già Nacho Duato ora l’inglese Paul Lightfoot, che propone a Romaeuropa il suo Start to finish (1996), un pezzo anticonvenzionale su una colonna sonora che va da Purcell ai Cranberries, tra tamburini, monologhi isterici e incomprensibili, gravidanze istantanee da TV, addii d’amore multipli e inopinati, mettendo a nudo corpi e anime; il tutto a modo suo, e non catalogabile, proprio secondo la lezione del maestro.

Rassegna stampa
Maccarino su Kylián
Archivio Romaeuropa Festival
2000 – WHEREABOUTS UNKNOWN; START TO FINISH; BELLA FIGURA

BELLA FIGURA
Teatro dell’Opera, 21, 22 ottobre 2000 Rassegna stampa

“Kylián ha lanciato la sua dinamica compagnia alla ricerca dell’uomo, avvalendosi del solo gesto muto e semmai di una significativa scelta di musiche che spaziavano dal barocco al contemporaneo d’avanguardia. Whereabouts unknown è difatti un dichiarato ritorno alle origini, alle radici etniche dell’uomo, alle antiche civiltà tribali, alla ricerca di eventuali affinità col mondo di oggi. All’insegna dell’anticonvenzionale e dell’assurdo viaggiava poi Start to finish del suo pupillo Paul Lightfood, mirato a ritrarre le contraddizioni e complessità di un rapporto di coppia impietrito dinanzi all’imperante tubo catodico televisivo. Una sorta di Requiem dell’amore di coppia con tanto di musiche funebri di Purcell. Infine Kylián propone in Bella figura, su antiche musiche italiane, una sorta di ricerca dell’Eden originario, con un progressivo processo di purificazione che spoglia i danzatori (non solo in senso allegorico) delle successive convenzioni sociali”.
(Lorenzo Tozzi, Kylián, alle radici dell’uomo, Il Tempo, 23 ottobre 2000)

“Era il trionfo della leggerezza. La rivincita dell’ironia, grande assente della danza accademica. La musica aderiva al disegno coreografico, come se fosse nata dopo il gesto – penso al primo brano intitolato Whereabouts unknown, legato agli estri di diversi compositori […]. Penso a certi passi a due devastanti, realizzati, a tratti, al rallentatore, oppure accelerati, sulla falsariga esistenziale del titolo di Ives, The unanswered question (la domanda senza risposta). Se Kylián disponeva di una miniera di idee, il suo giovane allievo Lightfood, autore della seconda coreografia, ne aveva appena una, risicata, cupa, grottesca, Start to finish, una storia di sdoppiamenti di persona, alienazioni televisive e fallimenti esistenziali. Infine, l’ultimo Kylián, Bella figura, caleidoscopio di immagini sconvolgenti – certi astuti tagli del sipario esaltavano alcuni episodi particolari. Inquadrature da cinema muto. Flash back. Ricordi. Fughe verso il futuro”.
(Mya Tannenbaum, Ballando le tredici ragazze dirette “chissadove” di Jirí Kylián, Corriere della Sera, 24 ottobre 2000)

“Whereabouts unknown ha qualcosa di acquatico. I danzatori fluttuano sul terreno come sospinti da una languida carezza, una forza che fa pensare alla sensualità degli angeli, delle creature che stanno oltre la terra desolata, in una terra morbida, lineare, regno dell’intelligenza e della libertà. […] Ci sono [in Start to finish, ndr] quattro percussionisti che suonano una marcia simil-militare. C’è un danzatore in crisi isterica che viene come accolto, in una vertiginosa varietà di movenze, da una danzatrice che lo sostiene, gli risponde, lo asseconda e lo consola. […] Due sudari trasparenti appesi per aria [in Bella figura, ndr], fiamme che si levano da alcuni bracieri, figure di danza sottilmente nevrotiche che si stemperano in riprese affettuose di figure classiche. Tutto in una tenebra illuminata solo in porzioni del palcoscenico, quelle che servono a mostrarci il più commovente “corpo di ballo” che si ricordi: uomini e donne a torso nudo con identiche gonne rosso-fiamma”.
(Mario Gamba, Kylián, l’acquatico, il manifesto, 25 ottobre 2000)

“Bella figura è un atto d’amore nei confronti dei danzatori. Comunque, qualsiasi cosa succeda (è malato, triste, si è acciaccato) il ballerino deve proiettare in palcoscenico una bella immagine di sé. Ecco allora la scena vuota, la danza che a poco a poco si anima. […] Barocca la musica, Pergolesi, Torelli, Marcello,Vivaldi: musica ascoltata mille volte […] qui fa da sfondo a una danza di superba bellezza, che sgorga naturale e fluisce elegante. […] C’è inquietudine [in Whereabouts unknown, ndr], tensione, che poi esplode nella parte centrale in una danza parossistica con una serie di assoli che sono pure scariche di energia ad altissima velocità. Poi tutto ritorna calmo e teso come prima. […] su uno sfondo musicale di tamburi, barocco e rock, scatena i ballerini in una danza altamente energetica e riempie il palcoscenico di simboli [in Start to finish, ndr]. Forse troppi, come se avesse paura del vuoto”.
(Sergio Trombetta, Fanno “Bella Figura” i ballerini di Kylián, La Stampa, 25 ottobre 2000)

“Grandiosa e da manuale è stata la resa dello spettacolo. La personalizzazione del movimento codificato dovuta a libertà d’ispirazione ereditata dalla danza libera centroeuropea, le legazioni trasudanti lirismo o adrenalina a tratti anche ironia, una simbiosi che è osmosi di tecniche stilistiche differenti quali classico, modern e jazz (bizzarre le scivolate sul pavimento del palcoscenico). L’uso prospettico e architettonico della posizione delle luci, l’inimmaginabile frammentazione o moltiplicazione dello spazio scenico grazie a un umorale alzare e socchiudere in verticale e in orizzontale di teloni e sipari. Vedendo Kylián con Lightfoot e i co-realizzatori Michael Simon, Tom Bevoort, Joke Visser, Sol Léon si può sostenere che nel nuovo millennio la danza ha ancora tanto da dire”.
(Maria Cristina Buttà, Le magiche coreografie del grande Jirí Kylián, Italia Sera, 25 ottobre 2000)

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