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Sasha Waltz

Impromptus


Photo © Piero Tauro

Come, di recente, in occasione di uno spettacolo della coreografa del Burkina Faso Irène Tessambedo, qui parlo non già in qualità di critico di qualcosa, di teatro, di danza, o di teatro-danza. Non parlo neppure come cronista. Cercherò di descrivere da semplice spettatore l’ evento inaugurale di Romaeuropa Festival, Impromptus di Sasha Waltz, creato nel 2004 e che avevo visto a Avignone in quell’ anno. Sono tornato a vederlo per verificare la fondatezza delle acute impressioni di allora, ma anche per capire quanto di uno spettacolo importante resta nella memoria. In più, avevo un’ altra domanda, che continuo a pormi. Che cos’ è il teatro-danza? Quali sono i confini di una disciplina e quelli dell’ altra? Questa domanda si è complicata nel corso del tempo. Quando vidi a maggio Chris Haring venni a conoscenza (in gran ritardo!) del cosiddetto «Phisical Theatre». Ora, per Impromptus, si legge degli sconfinamenti operati dalla regista verso l’ arte e la musica contemporanea, ma soprattutto verso un teatro-installazione di cui mai avevo sentito parlare. A me viene alla memoria un’ altra nomenclatura, che ebbe grande successo negli anni Settanta e che anzi designava, rispetto al teatro tradizionale, subordinato a un ordine del dialogo e perfino delle didascalie, una vera e propria rivoluzione. Mi riferisco al teatro gestuale (ma anche al teatro-immagine): il gesto riassumeva il sé, in modo simbolico o non simbolico, una quantità di elementi verbali, scorciava la durata della rappresentazione, ovvero del racconto, in poche parole metteva il teatro al passo con i tempi, lo poneva in concorrenza con il cinema – dico rispetto a noi spettatori, abituati a tempi di ricezione e assimilazione assai veloci (ormai sono così veloci che sia teatro che cinema appaiono arti del XX secolo, ovvero arti del passato). Mario Pasi osservava che rispetto a Pina Bausch la Waltz si colloca, sul piano stilistico e concettuale, come artista astratta: espressionista (cioè socialmente impegnata la Bausch), intimista la Waltz (ai limiti, aggiungo, della metafisica). Sempre in Germania siamo! In Impromptus ciò che immediatamente colpisce è la disposizione della scena di Thomas Schenk: tre tavole trapezoidali poste in modo sghembo l’ una rispetto all’ altra. Su di esse si muovono sette persone, né ballerini né danzatori né attori. Costoro, quattro donne e tre uomini, sono e restano persone, neppure personaggi. Sono persone in lotta tra di loro, o che cercano di accostarsi l’ una all’ altra. Tutti si battono per la vita, per difenderne un brandello, di eleganza, o di dignità. Prima sono uno e uno; poi due da una parte e cinque dall’ altra (sull’ altra tavola, o zattera: perché non pensare a una zattera disegnata da un artista in difficoltà?). Di nuovo, sono faccia a faccia in costumi neri, uno e uno, o due e due. Un uomo solleva un altro uomo a squadra. Una donna si poggia sulla pancia, appena sporgente, di un uomo, in una posizione di equilibrio quasi acrobatico. Un altro, seguito da un secondo, entra in scena con stivali pieni d’ acqua. All’ improvviso, in una delle due tavole coricate, o semi-coricate, si apre una piscina. Vi si immergono in tre: è un inferno o un bagno lustrale? Lentamente, ai limiti della ieraticità, i sette si accostano, fanno gruppo. Ma, alla fine, restano in due. Sembrano l’ uno proprietà inalienabile dell’altro. Così non è. Si separano. Tutto si separa, anche questi corpi non-corpi che hanno cercato il silenzio, ovvero il movimento impossibile. La vera croce, io credo, di Sasha Waltz.

@ Franco Cordelli – Corriere della Sera

@ Foto Piero Tauro

Crediti

Musiche Franz Schubert
Piano Cristina Marton
Canto Ruth Sandhoff

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