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Emanuel Gat

Silent Ballet; Sixty Four


Risiede in Francia dove dirige la Maison de la danse di Istres. Israeliano, con studi di direttore d’orchestra. Ma coreografo. Il 39enne Emanuel Gat ha scoperto la danza a ventitre anni. A Tel Aviv. Ed è stato amore a prima vista. Il suo è un movimento puro, raffinatamente forgiato tra le morbidezze delle linee e la vertigine dei punti. Al quale non aggiunge altro. Semmai toglie. In “Silent Ballet” rimuove anche la musica, per far parlare solo i corpi. Nel silenzio più totale. Dove si ode soltanto l’ansimare della danza, il rumore dei passi, dei tonfi, dei salti, delle corse. E tutto ciò diventa suono. E’ una coreografia che richiede ascolto. Per farsi visione della danza stessa. Nel vasto palcoscenico tagliato da una striscia di luce orizzontale, un ballerino vi si muove come su un filo sospeso. Altri si aggiungono per poi da lì promanarsi sull’intera scena. A movimenti ripetuti con forza e rigore, con giochi di gambe e di braccia veloci, se ne aggiungono altri rubati a un processo di esattezza meccanica. Dal sommarsi continuo di gesti si creano, improvvisi, dei blocchi scultorei con i ballerini immobilizzati in fissità dinamiche. Stasi prolungate da cui si stacca un pezzo per congiungersi con un altro blocco plastico. Ma è una danza che non esplode mai. Riflette su se stessa ma non riesce a oltrepassare quella fatica. E rimane raggelata nel suo stesso segno. Nel secondo titolo della serata, “Sixty Four”, l’idea di movimento viene invece esaltata dalla musica. Sull'”Arte della fuga” di Bach, come la musica ragiona su di sé, così Gat fa con la danza. Tratta i movimenti, e quindi i corpi, come note vive di uno spartito musicale. Note dapprima isolate, con i ballerini fermi a testa in giù e gambe in aria, piantati sul pavimento, che subito si allungano e si inseguono mani in bocca. Si rispondono e si fondono, per staccarsi ancora. In abiti bianco e nero gli interpreti agiscono dentro due zone di luce: due quadrati che si illuminano alternativamente sfumando l’una nell’altra. Gli uomini dapprima scrutano la donna da lontano, poi le vanno incontro, riprendono i suoi movimenti. Avanzano insieme e indietreggiano correndo. Lei va incontro a loro, si unisce ad uno, a tutti. Si stacca, fugge, osserva. Tra attraversamenti che tagliano lo spazio in diagonale, tutti convergono al centro a formare un’architettura unica. Sulle note tortuose di Bach Gat installa una bellezza formale dove la danza non insegue né intende illustrare la musica. Ma dialoga con essa. E manifesta pure un compiacimento estetico che non arriva ad emozionare.

@ Giuseppe Distefano – Il Sole 24 Ore

Crediti

Coreografia, luci, costumi Emanuel Gat
Produzione Emanuel Gat Dance
Coproduzione Montpellier Danse, Romaeuropa 2008, Sadler’s Wells, Lincoln Center Festival, Maison des Arts Créteil.
In prima nazionale all’Auditorium Conciliazione per il Romaeuropa Festival. Il 5 dicembre a Draguignan, Francia, con “Winter Voyage / The Rite of Spring”, il 9 a Malaga, Spagna; il 18 a Villacoublay, Francia, con “K626”.

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