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Prima assoluta
Alessandro Baricco | Nicola Tescari | Dario Voltolini

Pacific Palisades

Pacific Palisades
12 - 22 ottobre 2017
MACRO Testaccio - La Pelanda
h 21 - domenica h 18
Piazza Orazio Giustiniani, 4 00153 Roma
da € 30 a € 40
ACQUISTA ON LINE

Mettete insieme la scrittura di Dario Voltolini, la potenza oratoria e narrativa di Alessandro Baricco, i percorsi musicali del pianista e compositore Nicola Tescari (già collaboratore di Baricco e al fianco di artisti del calibro di Rufus Wainwright, Madonna, Nouvelle Vague, Sting) e otterrete quell’avvolgente paesaggio che è la lectures musicale Pacific Palisades. Per scoprire i contenuti di questo progetto, gli artisti v’invitano a visitare quotidianamente questa pagina. Qui le parole di Voltolini andranno pian piano a comporre il paesaggio virtuale di Pacific Palisades: un luogo di parole e memorie, di geografie fisiche e interiori, un momento d’intimità che ci conduce giornalmente all’evento performativo.

Dario Voltolini
Pacific Palisades

U N O. Dentro di noi.

(Tiglio)

Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui,
nel 1932, nacque mio padre,
piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto,
era satura del profumo dei tigli.
C’era una luna bella grassa in cielo,
ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi
erano bui.
(Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia
era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda,
e così era in tutta la città in ogni ora senza vento
nei suoi viali inondati di fogliame
quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.)
Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare
scene passate,
ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni
legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono
le dannate scuole.
Dietro i casamenti, girato l’angolo dell’isolato,
pannelli lampeggianti segnalano
i centri massaggi silenziosi, luci al neon,
blu: c’è una stanza oltre la porta,
poi altre porte.
Puttane cinesi lavorano nel retro.

(Qui)

Qui ci abitava una mia compagna di studi con la sua famiglia
passavo a trovarla certe mattine
se ne stava a letto e parlavamo
suo fratello era molto simpatico, come lei del resto
e come tutta la famiglia
il padre l’ho conosciuto poco.

(Pacific Palisades)

Era un periodo in cui si andava di sera anche in una casa anni ’30
in riva al fiume
la padrona di casa emanava in certe sere una bellezza primordiale
e in altre sere sembrava vecchia e stanca
così il risultato era che di volta in volta era irriconoscibile.
Ebbene, tanti ma tanti anni dopo,
ci siamo rivisti.
Andava poi a fare un viaggio in California
e più o meno nello stesso periodo ci sarei dovuto andare anche io
nei messaggi che ci si era scambiati in quell’occasione
comparve l’espressione Pacific Palisades
che da allora non mi ha più lasciato
mi ha seguito come un cagnolino
come quei fazzoletti che un tempo si annodavano al dito
per ricordarci di ricordare qualcosa:
Pacific Palisades.
Un distretto occidentale della città di Los Angeles
messo lì
tra Brentwood,
Malibu,
Topanga e Santa
Monica.
Un luogo mescolato al suono del suo nome
una scena oceanica dalla costa
ma con dentro,
all’interno,
un nocciolo un seme
qualcosa che vuole fiorire
che chiede a qualcuno di farlo aprire
di lasciargli dire quello che ha da dire.

Pacific Palisades.

(Dentro di noi)

Dentro ciascuno di noi c’è un territorio
non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso
in questo spazio nasce continuamente
non sai cosa
e non ha un centro forse
forse è il centro.
Quel territorio è dove si nasce di continuo.
Chi lo raggiunge può farne razzia.
Non possiamo erigere muraglie a sua difesa,
perché ci sono già, sono le ossa,
eppure qualcosa come un limite viene il sospetto
che si possa allestire in qualche modo
non tanto un confine quanto un parapetto, una ringhiera fragile,
che dia solamente un segno, spazzabile via,
ma un segno, un confine,
anche all’interno di ciò che non ha differenze,
il territorio dove continuamente si nasce.

 

D U E. La donna che va nei bar.

 

(Prologo)

Gira gira gira intorno al concetto, a quel nome:
“Pacific Palisades”,
gira intorno all’idea che ti dà
all’immagine che ti porta
all’intuizione che ti prende.
Gira gira con l’aiuto del vocabolario
della tua lingua,
nel mio caso una delle più belle mai concepite,
ma gira e gira attorno a un punto
e quel punto alla fine è vuoto.
Volendo planare in questo vuoto
per vedere come è fatto
abbiamo tutti bisogno di chiamare,
di convocare accanto a noi,
persone che sono state vive.
Le chiamiamo per farci aiutare.

(La donna che va nei bar)

Prendiamo la donna che va nei bar.
Esce di casa: quando è sul marciapiede ha un attimo di incertezza,
se prendere a destra o a sinistra,
non cambia molto, perché o fa un giro in senso orario
o lo fa in senso antiorario
ma in tutti e due i casi passerà dagli stessi bar
solo in ordine diverso
e prendiamo a sinistra, dice,
verso l’ombra con il sole alle spalle
che grande conforto uscire di casa e pensare
che fatti quattro passi nell’aria profumata
saresti entrata
in uno di quei bar
e lì riconosciuta
e salutata
la tua verve naturale
la propensione alla battuta e il timbro di voce
con un tintinnare di sonaglio dalla gola
aprivano immediata la comunicazione
con il barista
con gli altri avventori
e il tempo passava
il pomeriggio declinava
uscivi dal bar e passeggiavi lungo il viale
attraversavi sulle strisce
verso dove il suolo della città leggermente era in salita
e raggiungevi un incrocio
già le luci dal cielo si erano fatte più radenti
non era ancora sera
ma l’aria aveva preso un punto di frescura
che ti piaceva
all’improvviso stavi ferma per il semaforo
che era rosso e le automobili passavano davanti a te
e le guardavi
e forse ripensavi alle antiche ferie al mare
con la strada sempre percorsa da veicoli
che rumoreggiava alle tue spalle mentre scendevi alla spiaggia
e ora
trasportata dai pensieri rivivevi l’estate.
Poi veniva il verde e ti riportava al presente
forse primavera
forse autunno
ma con un sapore in bocca,
che restava lì, dal passato,
raggiungevi un’osteria
davvero molto accogliente
con i suoi scaffali di legno
di legno scuro e lucido e, forse,
profumato
e i vetri colorati
le bottiglie tutte bene
scaffalate
lo specchio alle spalle dell’oste
con pubblicità di un tempo
passato
le vecchie imposte
le lampade ancora spente
i giocatori con mazzi di carte.
Un ambiente immotivato,
ma, appunto, accogliente
più discreto
sì, certo, ti conoscevano anche lì dentro,
però c’era più distanza
quasi deferenza
e a te piaceva
a te piaceva tutto
perché la tua sete era travolgente
solo pallidamente estinta dalle bevande
solo parzialmente assopita dall’alcol
la tua sete era perenne
era come una fame
era come il volo del falco
che cerca la preda
e volando si distende.
Trapassava il vetro una luce calante e verde
oppure gialla a seconda del vetro
la mescita era silenziosa
l’oste scompariva dietro
il muro alle sue spalle
poi tornava con un canovaccio in mano
senza dire niente
senza chiederti niente
e diversamente dal bar di prima
e diversamente dal bar di dopo
ti rasserenavi
nell’accoglienza
che tanto profondamente cercavi
che tanto dolorosamente desideravi.
Poi ti bastava un attimo di calore
e il mondo ti scintillava di nuovo davanti
(tanti anni erano passati
e non ne vedevi molti davanti
a te
perché
qualcosa che potevi ancora sopportare
stava dentro di te lievitando
e fino a quando
l’avresti contenuto?)
intanto
un poco di alcol
ti scaldava
poche parole nell’osteria
un saluto
un po’ di monete
e poi via
fuori sul corso verso una nuova osteria
un altro bar
nella tua testa qualcosa si rilassava
il mondo intorno si modificava
si ammorbidiva
la luce si abbassava
tra poco si accenderanno
i lampioni
alcuni sono circondati dai rami
e quei rami, illuminati dalla lampada comunale,
porteranno le loro foglie
molto più avanti negli autunni
delle foglie degli altri rami
anche tu hai bisogno di luce
mentre cammini rasserenata
in cerca di altro vino o grappa o birra
e mentre quella del cielo si spegne
aspetti con amore
quella dei lampioni
sei sola
sei molto sola
questa cosa cresce dentro di te
gli occhi umidi guardano le strade
inspiri
il profumo dei tubi di scappamento
si mescola a chissà cos’altro
attraversi la strada quando il semaforo
è verde.
Tutta la grande scena degli alberi
che accompagnano i lati delle strade
diventando via via più scuri
sparati contro il cielo ancora blu
ti accompagna e un poco ti contiene
respiri forte inspiri con coraggio
pensi che tra poco sarai a casa
nelle tue stanze
piene di bambole e bamboline
e soprammobili vezzosi, piccolini,
i fumetti un poco porno lasciati sotto il letto
le ombre nel corridoio
buie nelle rientranze dei muri
la luce elettrica verrà per un conforto
che per adesso rimandi con un gesto
cioè punti un altro angolo di vie
dove di fronte alla chiesa brutta
c’è una pergola frusciante e fresca
dove ti siedi, ti lasci, respiri e guardi
e tra le foglie della vite sembra di essere davanti al Duomo
e non al sagrato di calcestruzzo
mal calpestato:
ordini da bere
nell’ultima stazione
poi tornerai per le scale bianche dal mancorrente scuro
lisciato, ligneo, duro
nella casa silenziosa,
una replica di quella in cui abitavi con la famiglia
con tuo padre e tua madre e i tuoi fratelli
poi solo con tua madre e con tuo padre
poi solo con lei
poi sola.
Rivedi la figura del tuo uomo
che finalmente avevi avuto compagno in casa
dopo anni svirgolati
e tornavi finalmente a casa pensando a lui
il tuo uomo, che una sera stava lì per terra accanto al frigo aperto
morto.
Quanto poco era durata quella felicità così spremuta
subito rinsecchita.
Ma c’era stata, e la tua casa ora era quasi uguale a quella
solo una scala più in là
un piano di differenza
stesso palazzo
una sistemazione simile e in qualche misura
bella
piena di pupazzi oramai.
Bevi mentre viene buio.
Devi andare: ma, ancora per un poco, stai.

 

 

(continua)

Ricordami questo evento 2017-10-12 21:00:00 2017-10-22 18:00:00 Europe/Rome Pacific Palisades Alessandro Baricco | Nicola Tescari | Dario Voltolini MACRO Testaccio - La Pelanda Romaeuropa info@romaeuropa.net

17.10
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Regia, Voce recitante Alessandro Baricco Composizione, Pianoforte Nicola Tescari Testi Dario Voltolini Strumenti a fiato Mario Arcari Percussioni Lorenzo Gasperoni Creazione video Matteo Manzini Scenografia Federica Parolini Mapping Tommaso Arosio Disegno luci Stefano Stacchini Mixer, Audio Alfredo Sebastiano Costumista Giovanna Buzzi Foto Alessandro Baricco © Simone Cecchetti


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