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Prima assoluta
Alessandro Baricco | Nicola Tescari | Dario Voltolini

Pacific Palisades

Pacific Palisades
12 - 22 ottobre 2017
MACRO Testaccio - La Pelanda
h 21 - domenica h 18
Piazza Orazio Giustiniani, 4 00153 Roma
da € 30 a € 40
ACQUISTA ONLINE

Mettete insieme la scrittura di Dario Voltolini, la potenza oratoria e narrativa di Alessandro Baricco, i percorsi musicali del pianista e compositore Nicola Tescari (già collaboratore di Baricco e al fianco di artisti del calibro di Rufus Wainwright, Madonna, Nouvelle Vague, Sting) e otterrete quell’avvolgente paesaggio che è la lectures musicale Pacific Palisades. Per scoprire i contenuti di questo progetto, gli artisti v’invitano a visitare quotidianamente questa pagina. Qui troverete, una goccia alla volta fino all’evento performativo, tre delle sei “Songs” che Baricco ha modulato dal testo di Voltolini, in uscita nella versione integrale presso l’editore Einaudi all’inizio di ottobre. Pacific Palisades è un luogo di parole e memorie, di geografie fisiche e interiori, un momento d’intimità

Dario Voltolini
Pacific Palisades

 

# UNO. Dentro di noi.

# DUE. La donna che va nei bar.

# TRE. Fabbrica demolita.

# QUATTRO. Latte e anice.

# CINQUE. 45° parallelo Nord

# SEI. Tutto il brillare dei cristalli.

 

 

*****

 

 

U N O. Dentro di noi.

(Tiglio)

Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui,
nel 1932, nacque mio padre,
piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto,
era satura del profumo dei tigli.
C’era una luna bella grassa in cielo,
ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi
erano bui.
(Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia
era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda,
e così era in tutta la città in ogni ora senza vento
nei suoi viali inondati di fogliame
quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.)
Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare
scene passate,
ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni
legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono
le dannate scuole.
Dietro i casamenti, girato l’angolo dell’isolato,
pannelli lampeggianti segnalano
i centri massaggi silenziosi, luci al neon,
blu: c’è una stanza oltre la porta,
poi altre porte.
Puttane cinesi lavorano nel retro.

(Qui)

Qui ci abitava una mia compagna di studi con la sua famiglia
passavo a trovarla certe mattine
se ne stava a letto e parlavamo
suo fratello era molto simpatico, come lei del resto
e come tutta la famiglia
il padre l’ho conosciuto poco.

(Pacific Palisades)

Era un periodo in cui si andava di sera anche in una casa anni ’30
in riva al fiume
la padrona di casa emanava in certe sere una bellezza primordiale
e in altre sere sembrava vecchia e stanca
così il risultato era che di volta in volta era irriconoscibile.
Ebbene, tanti ma tanti anni dopo,
ci siamo rivisti.
Andava poi a fare un viaggio in California
e più o meno nello stesso periodo ci sarei dovuto andare anche io
nei messaggi che ci si era scambiati in quell’occasione
comparve l’espressione Pacific Palisades
che da allora non mi ha più lasciato
mi ha seguito come un cagnolino
come quei fazzoletti che un tempo si annodavano al dito
per ricordarci di ricordare qualcosa:
Pacific Palisades.
Un distretto occidentale della città di Los Angeles
messo lì
tra Brentwood,
Malibu,
Topanga e Santa
Monica.
Un luogo mescolato al suono del suo nome
una scena oceanica dalla costa
ma con dentro,
all’interno,
un nocciolo un seme
qualcosa che vuole fiorire
che chiede a qualcuno di farlo aprire
di lasciargli dire quello che ha da dire.

Pacific Palisades.

(Dentro di noi)

Dentro ciascuno di noi c’è un territorio
non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso
in questo spazio nasce continuamente
non sai cosa
e non ha un centro forse
forse è il centro.
Quel territorio è dove si nasce di continuo.
Chi lo raggiunge può farne razzia.
Non possiamo erigere muraglie a sua difesa,
perché ci sono già, sono le ossa,
eppure qualcosa come un limite viene il sospetto
che si possa allestire in qualche modo
non tanto un confine quanto un parapetto, una ringhiera fragile,
che dia solamente un segno, spazzabile via,
ma un segno, un confine,
anche all’interno di ciò che non ha differenze,
il territorio dove continuamente si nasce.

 

D U E. La donna che va nei bar.

 

(Prologo)

Gira gira gira intorno al concetto, a quel nome:
“Pacific Palisades”,
gira intorno all’idea che ti dà
all’immagine che ti porta
all’intuizione che ti prende.
Gira gira con l’aiuto del vocabolario
della tua lingua,
nel mio caso una delle più belle mai concepite,
ma gira e gira attorno a un punto
e quel punto alla fine è vuoto.
Volendo planare in questo vuoto
per vedere come è fatto
abbiamo tutti bisogno di chiamare,
di convocare accanto a noi,
persone che sono state vive.
Le chiamiamo per farci aiutare.

(La donna che va nei bar)

Prendiamo la donna che va nei bar.
Esce di casa: quando è sul marciapiede ha un attimo di incertezza,
se prendere a destra o a sinistra,
non cambia molto, perché o fa un giro in senso orario
o lo fa in senso antiorario
ma in tutti e due i casi passerà dagli stessi bar
solo in ordine diverso
e prendiamo a sinistra, dice,
verso l’ombra con il sole alle spalle
che grande conforto uscire di casa e pensare
che fatti quattro passi nell’aria profumata
saresti entrata
in uno di quei bar
e lì riconosciuta
e salutata
la tua verve naturale
la propensione alla battuta e il timbro di voce
con un tintinnare di sonaglio dalla gola
aprivano immediata la comunicazione
con il barista
con gli altri avventori
e il tempo passava
il pomeriggio declinava
uscivi dal bar e passeggiavi lungo il viale
attraversavi sulle strisce
verso dove il suolo della città leggermente era in salita
e raggiungevi un incrocio
già le luci dal cielo si erano fatte più radenti
non era ancora sera
ma l’aria aveva preso un punto di frescura
che ti piaceva
all’improvviso stavi ferma per il semaforo
che era rosso e le automobili passavano davanti a te
e le guardavi
e forse ripensavi alle antiche ferie al mare
con la strada sempre percorsa da veicoli
che rumoreggiava alle tue spalle mentre scendevi alla spiaggia
e ora
trasportata dai pensieri rivivevi l’estate.
Poi veniva il verde e ti riportava al presente
forse primavera
forse autunno
ma con un sapore in bocca,
che restava lì, dal passato,
raggiungevi un’osteria
davvero molto accogliente
con i suoi scaffali di legno
di legno scuro e lucido e, forse,
profumato
e i vetri colorati
le bottiglie tutte bene
scaffalate
lo specchio alle spalle dell’oste
con pubblicità di un tempo
passato
le vecchie imposte
le lampade ancora spente
i giocatori con mazzi di carte.
Un ambiente immotivato,
ma, appunto, accogliente
più discreto
sì, certo, ti conoscevano anche lì dentro,
però c’era più distanza
quasi deferenza
e a te piaceva
a te piaceva tutto
perché la tua sete era travolgente
solo pallidamente estinta dalle bevande
solo parzialmente assopita dall’alcol
la tua sete era perenne
era come una fame
era come il volo del falco
che cerca la preda
e volando si distende.
Trapassava il vetro una luce calante e verde
oppure gialla a seconda del vetro
la mescita era silenziosa
l’oste scompariva dietro
il muro alle sue spalle
poi tornava con un canovaccio in mano
senza dire niente
senza chiederti niente
e diversamente dal bar di prima
e diversamente dal bar di dopo
ti rasserenavi
nell’accoglienza
che tanto profondamente cercavi
che tanto dolorosamente desideravi.
Poi ti bastava un attimo di calore
e il mondo ti scintillava di nuovo davanti
(tanti anni erano passati
e non ne vedevi molti davanti
a te
perché
qualcosa che potevi ancora sopportare
stava dentro di te lievitando
e fino a quando
l’avresti contenuto?)
intanto
un poco di alcol
ti scaldava
poche parole nell’osteria
un saluto
un po’ di monete
e poi via
fuori sul corso verso una nuova osteria
un altro bar
nella tua testa qualcosa si rilassava
il mondo intorno si modificava
si ammorbidiva
la luce si abbassava
tra poco si accenderanno
i lampioni
alcuni sono circondati dai rami
e quei rami, illuminati dalla lampada comunale,
porteranno le loro foglie
molto più avanti negli autunni
delle foglie degli altri rami
anche tu hai bisogno di luce
mentre cammini rasserenata
in cerca di altro vino o grappa o birra
e mentre quella del cielo si spegne
aspetti con amore
quella dei lampioni
sei sola
sei molto sola
questa cosa cresce dentro di te
gli occhi umidi guardano le strade
inspiri
il profumo dei tubi di scappamento
si mescola a chissà cos’altro
attraversi la strada quando il semaforo
è verde.
Tutta la grande scena degli alberi
che accompagnano i lati delle strade
diventando via via più scuri
sparati contro il cielo ancora blu
ti accompagna e un poco ti contiene
respiri forte inspiri con coraggio
pensi che tra poco sarai a casa
nelle tue stanze
piene di bambole e bamboline
e soprammobili vezzosi, piccolini,
i fumetti un poco porno lasciati sotto il letto
le ombre nel corridoio
buie nelle rientranze dei muri
la luce elettrica verrà per un conforto
che per adesso rimandi con un gesto
cioè punti un altro angolo di vie
dove di fronte alla chiesa brutta
c’è una pergola frusciante e fresca
dove ti siedi, ti lasci, respiri e guardi
e tra le foglie della vite sembra di essere davanti al Duomo
e non al sagrato di calcestruzzo
mal calpestato:
ordini da bere
nell’ultima stazione
poi tornerai per le scale bianche dal mancorrente scuro
lisciato, ligneo, duro
nella casa silenziosa,
una replica di quella in cui abitavi con la famiglia
con tuo padre e tua madre e i tuoi fratelli
poi solo con tua madre e con tuo padre
poi solo con lei
poi sola.
Rivedi la figura del tuo uomo
che finalmente avevi avuto compagno in casa
dopo anni svirgolati
e tornavi finalmente a casa pensando a lui
il tuo uomo, che una sera stava lì per terra accanto al frigo aperto
morto.
Quanto poco era durata quella felicità così spremuta
subito rinsecchita.
Ma c’era stata, e la tua casa ora era quasi uguale a quella
solo una scala più in là
un piano di differenza
stesso palazzo
una sistemazione simile e in qualche misura
bella
piena di pupazzi oramai.
Bevi mentre viene buio.
Devi andare: ma, ancora per un poco, stai.

 

T R E. Fabbrica demolita.

 

(Sagrato)

Vedo la pergola dove la donna beve
il suo bicchiere serale.
Vedo la brutta chiesa oltre la strada.
Sul suo sagrato di calcestruzzo
in un altro tempo, tempo di guerra
vedo un giovane seduto a terra affranto
vicino alla chiesa
appoggiato alla chiesa con la schiena
ha lo sguardo assente, o, meglio:
fissa un punto preciso dove gli altri non vedono però niente.
Vedo questo giovane, è mio padre.
Era il terzo, la donna che va nei bar era la quinta
erano sei, cinque maschi e una femmina.
È stato il secondo a raccontarmi questa scena
di suo fratello, mio padre,  affranto
traumatizzato
per aver visto un morto ammazzato (fucilato, credo di ricordare)
uno morto di morte violenta
fissava un punto nel campo visivo di sé stesso?
Il punto dove il morto aveva fatto irruzione nelle sue retine?
Ora lo sento così vicino e intimo
quel ragazzo
e vado dentro la memoria
a prendere immagini di lui
e lo vedo e lo riconosco e lo capisco
vedo che i suoi occhi guardano le cose, ma che tra quelle cose
ce n’è una che vede solo lui
io penso che sia quel morto ammazzato
sento che la sua mente ha un’area irraggiungibile
dove rimane impressa la scena,
e, sembra incredibile, io sono perfettamente sovrapponibile a lui
il punto del suo campo visivo è mio.
L’area della mente è mia.
Come è difficile distanziarsi,
papà,
non capivo a quale distanza stessimo tu ed io
spesso ritenevo fosse enorme
per il senso lacerante di mancanza
talvolta l’ipotizzavo minima
come quando guidavi con me a fianco
per la città negli anni Sessanta
non capivo se era poca o tanta e in quale direzione o senso fosse
mi lambiccavo
e non lo capivo perché quella distanza
non c’era.
Era entrato nella tua zona dove si continua a nascere,
quel morto,
violentando la tua difesa
la tua pacifica palizzata
violata, e lui
ti si era annidato nel midollo
continuavi a nascere, e lui con te.
E tutto questo concerneva me,
che simile a una sala alta, lunga, larga
e illuminata
ero visitato dai convocati al ballo
che parlavano tra di loro
con tutte le voci che salivano in alto
raccolte in un vapore
ondeggianti accanto ai finestroni.
Vibravano tra le mie pareti
tutte le somiglianze di famiglia.
Nella visione che appariva
parlando con la figlia del secondo,
mia cugina,
un giorno di tepore lungo un ponte
consideravamo insieme, guardando il luogo,
che, forse
(ma proprio: “forse”),
se avessero demolito quel lungo muro di mattoni
anneriti di fumo, di polluzione delle gomme,
lo avessero abbattuto prima e avessero cominciato prima
a costruire quella strampalata piazza con la multisala,
il supermercato e le case intorno, con le loro colonnine eccetera,
se avessero distrutto quella fabbrica totale a cui
afferiva anche il palazzo dove vivevano i nostri padri e i nonni
se avessero deciso prima la demolizione
della babelica immensa fabbrica
forse la donna che andava per i bar avrebbe avuto, uscendo di casa,
una visione totalmente nuova dell’ambiente
dello sfondo su cui proiettare le sue camminate
e
nella sua mente qualcosa avrebbe preso un altro posto
una specie di novità che ti distrae
invece, per un gioco dei tempi, no,
sempre l’identica visione le appariva
uscendo dal portone
e pertanto non fu distratta dalla sua decisiva decisione.
La prese un giorno, salendo le scale
invece di scendere in strada
per andare nei bar.
Aveva con sé una sedia, saliva all’ultimo piano.
Per le scale la videro i vicini, le chiesero cosa stesse facendo:
lei rientrò in casa.
La riprese un altro giorno, scale, sedia, ultimo piano.
Nessun vicino, nessuno per le scale.
All’ultimo piano sistemò la sedia
senza la quale sarebbe stato troppo difficile
salire sul vano del finestrone.
Aperto il vetro passò di fuori
Nessuno per le scale, nessuno in strada.
Nessuno in fabbrica, nessuno in casa.
Così fu l’aria reclusa tra il palazzo e la fabbrica
che le scompigliò i vestiti e i capelli
ma i pensieri, forse, quelli no.
Quanto rapido l’arrivo del selciato
quanto disabitato il quartiere
mentre non sappiamo se fosse
per chiudere un libro
o per aprirne un altro
che lei aveva volato.

 

Q U A T T R O. Latte e anice.

(L’urna)

Forse è quel territorio, dove continuamente nasciamo,
che cerchiamo di ritrovare nel vetro del bicchiere,
il territorio
che un nemico ha un tempo raggiunto e violato
che continua a vivere ma restando turbato
potrebbe essere un’urna messa chissà dove
nella quale il nostro punto sorgivo
continua a zampillare,
ma in cui una mano profanatrice
si è immersa,
come le mani dei balenieri del Pequod
nel prezioso spermaceti,
dopo aver varcato limiti e confini:
il nemico è già dentro le mura
– bastioni inutili –
e si avvicina al nostro punto vitale
possiamo tracciare un segno che vale soprattutto per noi stessi
erigere fragili trasparenti pacifiche palizzate
per aiutarci a ricordare
che chi le varca ha la possibilità di straziare questo luogo
e chi le varca può essere mosso da forze differenti
sovente dall’amore.
Allora dove le sistemiamo queste pacifiche tranquille
ipotetiche palizzate?
che l’onda trapassa e poi ritorna via?
Nel mistero dello spazio:
dove ogni confine può essere oltrepassato.

(Latte e anice)

Nella casa di fronte alla fabbrica
il padre di mio padre, dei suoi fratelli e di sua sorella,
in un tempo andato si intossicava
nei reparti danteschi dove i fumi erano grassi
e andavano dritti nei polmoni.
Miscelavano copertoni.
Il primo gli portava latte e anice
– a suo padre –
perché questa miscela sembrava stoppare
l’altra mescola mefitica
che scendeva nei polmoni, nel fegato e nella mente.
E comunque: gliela portava al lavoro,
immagino la scena affumicata torinese
di città muscolarmente industriale
e latte e anice
per tornare a respirare.
Per riuscire a non vomitare.
Nelle luci ferme della casa
fratelli e sorella
padre e madre.
Un sentimento impassibile.
Un istinto sessuale, una spinta,
un calmiere nella pinta di vino
e poi ricominciare.
Emergere per primo dalle nebbie del nerofumo
bere latte e anice.
Si dispiegava allora la città industriale,
di cui oggi restano disancorate vestigia,
nelle pieghe della quale si annidavano
bordelli pieni di angoscia e piacere
angoli contorti fatti di siepi e di pietra di Luserna
nelle traverse dei lunghi viali che cadevano a pezzi.
Dov’è il mio Signore?
Fuori da tutte le religioni
che sono incidentalmente il dramma dell’umanità
lo cerchiamo nella mamma
lo cerchiamo nel papà
lo cerchiamo in ogni dove:
dentro l’amore possono essere
impacchettate altre cose
in ogni cosa ci sono tante cose, siccome
tutte le cose sono una sola cosa.

(Luoghi)

Ogni confine può essere oltrepassato, ma lo spazio continuamente sezionato.
L’aggressore ha vinto, è entrato.
Ora segnaliamo che qui, non oltre:
ma quello passa ancora,
forse si ritrae
forse continua a penetrare
a violentare a profanare
allora facciamo un altro segno
più interno ancora, ma quella forza
inonda ancora
e così, come salendo come capre,
rinculando sul dirupo
ridefiniamo vellutate palizzate
che forse saranno oltrepassate
mai rispettate
ma noi continuamente le dobbiamo
reimpiantare
se ci è dato il tempo
o almeno riprogettare
segnare
disegnare pensare immaginare.

 

C I N Q U E. 45° paralleo Nord.

(Il mare)

C’è stata questa onda che più robusta delle altre
è arrivata, ha spumeggiato, si è ritirata.
Tracciamo qualcosa dove batte il mare trascinando sulla sabbia un tallone:
quando l’acqua arriva cancella tutto, poi se ne va.
Ricominciamo a tracciare un segno, poi l’acqua arriva e se ne va.
Se al di qua di questo segno ci sei tu nella tua infinita intimità
ecco che l’acqua ti violenta, anche se poi,
com’è arrivata, se ne va.

(45° parallelo Nord)

E di questo in qualche modo parlavamo,
la figlia del primo e io,
in un ristorante di pesce
sul 45° parallelo Nord
del nostro pianeta.

(Il figlio del primo)

Suo fratello, il maggiore di noi cugini
era un atleta, nuotatore, un agonista
(io mi ricordo che da bambino vedevo al mare questo mio
grande cugino nuotare da quel rettangolo galleggiante
che chiamavamo “boa”
ancorato qualche decina di metri in mare
davanti allo stabilimento balneare “Vittoria”
nuotare verso l’analoga “boa” dello stabilimento balneare confinante
“Bagni America”
filava come un natante, come uno squalo, avanti e indietro battendo
il suo crawl
nella mia proiezione fantastica il mare al suo passaggio spumeggiava)
la mia era una percezione mista:
orgoglio per la parentela con l’atleta
e dolore dietro lo sterno dietro la fronte e in gola
per quelle frasi di mia madre che guardava la mia coscia
poco muscolosa e domandava al cielo perché?
perché? perché io non ero come lui?
Di lui
parlavamo al ristorante di pesce sul 45° parallelo Nord del nostro pianeta:
lei – la sorella – e io
e mi diceva che , l’atleta, che l’agonista,
ma quando poi il mare cresce e si gonfia e muggisce
quando tutto il concetto e la fisiologia nutriti in piscina
venivano esposti alla prova naturale
quanto fragile, quanto sconcertato e impossibilitato ad aver paura
era poi davvero:
indifeso.
Come la donna che va nei bar,
come anche io,
stiamo cercando di ricordare qualcosa
così
cominciò a bere
iniziò normalmente
fino a regredire verso il mattino presto
l’ora del primo bicchiere.
Lavorava, orari antelucani, dato il mestiere.
E nel bar a bere.
Vorrei precisamente capire se qualcuno sa stabilire
se sia fragilità o forza che uno va cercando nel bicchiere.
Forza fisica ne aveva più di tutti. Forse edificata
attorno a un velo mobile e sfuggente:
l’alcol serve a irrobustire quel velo
o a disciogliere la forza?
Devono (il velo e la forza) trovare un compromesso,
un punto di armonia,
sembra che non possa esserci altra via,
altra direzione.
E poi (però):
l’obnubilamento, guidando un camion troppo pesante
lungo viali e controviali troppo sfuggenti
verso quegli appuntamenti che a poco a poco sfumano
la merce che aspettano i clienti, e che aspettino!
Io scendo da questo cazzo di camion e vado a farmi un giro
per i cazzi miei
solo che ho perduto ormai il senso dei cazzi miei
e anche il senso dei cazzi loro
che si trovano incagliati in un traffico
incartocciato
per via del mio cazzo di camion abbandonato sbieco
non so dove. Su quale aiuola.
Ora sua sorella mi ha mandato con WhatsApp
una foto di lui – primo piano, divisa militare –
e lui mi guarda e io lo ricordo,
era il maggiore, nuotava come uno squalo.
Per quanti anni non l’ho visto
dov’era andato a farsi disintossicare?
E poi ci eravamo di nuovo incontrati e ci eravamo dati
i rispettivi numeri di cellulare
“Vediamoci”
quante cose da raccontare,
lo chiamo oggi, lo chiamo domani,
così è andata, con una macchina che esce dalla strada.
Ho questa foto e vedo nei suoi occhi e nel disegno non occidentale
delle labbra
definirsi quello che da ragazzo confusamente
o forse assai precisamente
sapevo:
una mitezza estrema, una furia dolente.
Chi che cosa come – e quando
l’onda salata aveva valicato la sua linea disegnata?
Quale oltraggio aveva penetrato la sua ipotetica pacifica palizzata?
Cosa aveva lasciato in lui l’onda schiumata, una volta
che si era ritirata?

S E ITutto il brillare dei cristalli.

 

(Pacific Palisades)

Tra tutte le cose viste va anche detto che vedo,
dal picco della mia balconata,
se mi sporgo e guardo in basso,
me bambino,
io vedo me bambino
laggiù sul terreno, come un punto
più piccolo del leone marino sulla spiaggia
un bambino su un terreno uniforme
senza nulla intorno
come una spiaggia senza mare
senza colori
come una tavola che si perde in una luce nera.
Il bambino sta fermo, tiene la posizione. Vedo da qui sopra
che si contrae
come per resistere a un vento che lo vuole sradicare
come per anticipare un’onda che lo vuole demolire.
Il suo peso specifico aumenta:
appare come una bitta piantata nel terreno.
come un paracarro di cemento,
una nera incudine di acciaio.
Nel suo spaesamento sta fisso come un piccolo,
tarchiato menhir:
da ogni parte può giungere un attacco.
Da qui sopra mi sembra di vedere
che il territorio in cui continua a nascere
ha un punto di sorgente
da cui soffia un vento verso fuori
verso lo spazio esterno,
è spaesato e cerca questo punto
da qualche parte lì intorno,
nel dubbio che non sia all’interno di sé.
Invece il punto senza dimensioni non può essere da qualche parte
in quella landa che sotto il cielo nero splende
alla luce bianca di una invisibile Luna.

(Il cartoncino di Natale)

Per raggiungere quel punto
deve usare la fantasia
guardare da qualche parte e vedersi
pensarsi come un luogo
dentro cui da un punto segreto
continuamente lui rinasce.
Niente attorno è un bastione,
niente è un molo, una fortificazione,
solo dentro ribadisce e costruisce e segna
un altro segno
con le sue pacifiche palizzate.
E, fantasticando, quel bambino
ritrova nelle sue mani
un piccolo cartoncino di Natale,
che aveva scartato da una busta
nella sua piccola camera
una sera
uno di quelli che si aprono e dentro si scrive “Auguri” eccetera.
In quel cartoncino appare una specie di movimento
e lui lo affianca come accordandosi
tanti, ma tanti anni fa.
Sul cartoncino c’è una scena invernale
con neve bianca, tanta, con una slitta,
poche figure che passano in un bosco.
Anche nel cartoncino è notte.
Spruzzata sulla superficie del cartoncino
c’è una sabbiolina argentata: non è neve,
ma brilla a seconda di come incide la luce, minuscoli specchietti
brilla come il cristallo di neve brilla.
C’è una casetta. Finestre illuminate.
Tanto concentrata e prepotente è la fantasia
del bambino che la scena si mette in movimento.
La neve fiocca lentamente, le luci dalla casa vibrano.
Si muovono le figure, ne arrivano altre.
Cominciano a sentirsi dei suoni.
Le slitte slittano.
Il bosco ondeggia, si piegano gli abeti e i larici,
animali lasciano impronte nel sottobosco,
la notte è gelida ma il respiro del bosco è fresco,
il calore nella casa è certo: sale un fumo dal camino sul suo tetto.
Nella scena il bambino è accolto e ne fa parte
per andarci non ha dovuto abbandonare la posizione
che presidiava impietrito.
Una leggera e dolce vibrazione
permea ogni cosa nella scena, permea la scena
e permea lui.
Tutto il brillare dei cristalli è una gioia.
Nessuna cosa è ferma, ma niente irrompe, niente si scontra
e, quindi, niente si frantuma.
Nulla viene strappato, nulla piegato, nulla soffocato.
È come un fiore che si illumina sbocciando
e ha più petali di una rosa.
Poi, anche la fantasia si riposa.
E passeranno anni prima che il ricordo di questa trasfigurazione
ritorni in mente a lui, a me.
Era svanito il cartoncino, la scena era passata.
Ora che è ritornata vedo la direzione di quella fantasia
che ha investito il pezzo di carta disegnato e lo ha trasfigurato
fino a un punto di luce tale che la scena
potesse essere ricordata
come un fatto reale
e come tale anche dimenticata.
Così sul mondo noi lanciamo talvolta
immagini da un nostro interno
proiettore:
filtra oltre le nostre pacifiche permeabili palizzate
una forza che talvolta non è rancore
non è orrore
e va a incontrare cose ferme
e soffia loro intorno un vento
che a poco a poco dona loro un movimento sereno
non le scompiglia ma le profuma
arreda stanze vuote e piene di echi
apre finestre e toglie ragnatele
una forza che soffia accordando le corde
e forse questo, che ha a che fare sicuramente
con il nostro territorio segreto
e midollare
forse ha a che fare anche con qualcosa
che nella nostra bella lingua chiamiamo anima.
È per lei
che esistono in giro
le piazze dedicate a Pitagora
in cui stasera,
il 25 dicembre del 2016,
dormono insieme
i tigli e le puttane.

 

Ricordami questo evento 2017-10-12 21:00:00 2017-10-22 18:00:00 Europe/Rome Pacific Palisades Alessandro Baricco | Nicola Tescari | Dario Voltolini MACRO Testaccio - La Pelanda Romaeuropa info@romaeuropa.net

17.10
+ Post It

Regia, Voce recitante Alessandro Baricco Composizione, Pianoforte Nicola Tescari Testi Dario Voltolini Strumenti a fiato Mario Arcari Violoncello Martina Rudic Percussioni Lorenzo Gasperoni Creazione video Matteo Manzini Scenografia Federica Parolini Costumi Slow Costume di Giovanna Buzzi Mapping Tommaso Arosio Produzione video spettacolo Block 10 S.a.s. Disegno luci Stefano Stacchini Mixer audio Alfredo Sebastiano Tecnico audio di palco Riccardo Cola Elettricisti Emanuele Lepore, Andrea Rocchi Macchinisti, Costruttori Luca Dadalto, Massimiliano Peirone Sarte di scena Ulrike Lerch, Martina Grenna


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