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Il valore della rappresentazione


“Il valore della rappresentazione”
Intervento di Matteo Antonaci per il Focus Milo Rau NTGent del GUT – Sapienza Università di Rom

 

Negli ultimi anni, con la direzione generale e artistica di Fabrizio Grifasi, Romaeuropa ha incontrato più volte Milo Rau, presentando al pubblico di Roma la sua doppia anima: quella ancorata a un percorso che lui stesso definisce “ottimista” e “attivista” e quella più cupa e “pessimista”, tesa, invece, ad affrontare la questione del “male” attraverso il teatro. Se la prima anima corrisponde a opere come The Congo tribunal (presentato nella sua versione filmica al REf18), Orestes in Mosul (coprodotto e presentato durante il Romaeuropa Festival 2019) e Antigone in Amazzonia (che sarà presentato nel 2021), la seconda identità di Rau coincide con lavori come The Repetition – Histoire (s) du Theatre (I) (al festival ancora nel 2018) o Familie (al momento programmato per l’edizione 2020 del festival e di cui Ref è nuovamente coproduttore).

È innegabile che dal 2018 – anno in cui assume la direzione dell’NTGent in Belgio e pubblica il suo NTGent Manifesto – l’attenzione raccoltasi interno al regista è cresciuta esponenzialmente rendendolo, forse, uno degli artisti teatrali oggi più dibattuti. Per la sua capacità di aderire e rinnovare la figura dell’intellettuale militante ma anche per quel background da sociologo e giornalista che gli permette di aderire all’attualità in maniera certamente complessa. Il suo “realismo globale” segna e definisce un modo di guardare e pensare il teatro capace di coinvolgere un’intera generazione di studiosi e di artisti. Spesso si parla di Rau nei termini del suo attivismo politico, lui stesso ci ha abituato, anche negli ultimi mesi, a una narrazione del suo impegno in chiave sociologica, pubblicando lettere e resoconti sull’attuale situazione legata al Covid-19, oppure al suo impegno in Brasile. Molto meno mi sembra si parli dei suoi spettacoli: dei processi finzionali, meramente estetici, strutturali, drammaturgici e compositivi attraverso i quali sono realizzati.

Certo, proprio a partire dall’attività sociologica e giornalistica di Rau, così come dai primi punti del suo manifesto, molti hanno collocato il suo lavoro all’interno del così detto reality trend che sembra caratterizzare buona parte della produzione teatrale contemporanea. «Non si tratta più soltanto di rappresentare il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione» afferma Rau. Ma cosa vuol dire per Rau rendere reale la rappresentazione?

Sono d’accordo con Renato Palazzi, quando, all’interno del volume presentato da Stratagemmi, scrive che il lavoro di Rau con particolare riferimento a questo punto del suo manifesto sia stato spesso interpretato in maniera fuorviante. Palazzi riassume in maniera molto concisa l’idea alla base del così detto Reality Trend o Teatro del Reale: «l’idea di realtà che il teatro contemporaneo va proponendo è un particolare statuto di verità dove tutto è giocato sull’elementare evidenza dei fatti, dei gesti spogliati di ogni risonanza simbolica, è una dimensione concettuale in cui tutto ciò che accade non accade che in quel preciso luogo e in quel preciso momento, tutto si svolge nel qui e ora del palco». Anche Valentina Valentini nella sua ultima pubblicazione Teatro Contemporaneo. 1989 – 2019 trova nel “Reality Trend” la forma teatrale oggi più diffusa a livello internazionale, con il suo collegamento di pratiche che fondano la drammaturgia su procedimenti giornalisti, radunando atti di processi, statistiche, testimonianze, fonti esterne al repertorio letterario, biografie. E lo vediamo spesso sulla scena, basti pensare alcuni spettacoli recentemente presentati proprio da Romaeuropa che rispondono ad un’esigenza di disintermediazione, di rapporto immediato con una realtà narrata da punti di vista estremamente soggettivi (per esempio Panorama di Motus, a Lybia Back Home della Ballata dei Lenna o le produzioni di Rimini Protokoll) o alla necessità di riappropriarsi della Storia sottraendola alle narrazioni culturalmente dominanti (come accade in Campo Minato di Lola Arias o in Red di Wen Hui). Cosa rende distante il lavoro di Milo Rau da questi altri esempi, nonostante le somiglianze anche dal punto di vista della costruzione scenica e degli apparati visivi che li accomunano (ad esempio nell’utilizzo del video)?

Come afferma Palazzi, credo che il lavoro di Rau, analizzato dal punto di vista meramente scenico, sia completamente distante dalla nuova tradizione del Teatro Documentario.  Gli spettacoli di Rau non aderiscono mai al mero presente, gli attori professionisti e non professionisti che abitano la scena non aderiscono mai alle loro biografie, i suoi renactment non sono mai pedissequi, mai integrali, le sue scenografie hanno sempre qualcosa in meno e qualcosa in più della semplice ricostruzione dei luoghi e dei fatti a cui sono ispirate, ma soprattutto le sue posizioni nascondono sempre il tarlo di una possibilità di contraddittorio, una non finitezza, una pacata violenza che sembra lasciare allo spettatore il completamento del pensiero esposto. Sono proprio questi processi, a mio parere, a svolgere un ruolo centrale nella sua idea di realtà e di attivismo, nel suo porre nuovamente al centro del discorso culturale il teatro. Un teatro che si fa prima di tutto e nuovamente luogo della mediazione.

Così se vogliamo trovare in Milo Rau la figura di un rivoluzionario, ci tocca descriverla in assoluta controtendenza in un ossimoro che ci potrebbe portare a definirlo addirittura un reazionario. Mi sembra che Milo Rau ami il teatro nel senso più classico del termine.

Quando ci racconta la storia di Ihsane Jarfi, ragazzo omosessuale brutalmente assassinato a Liegi (protagonista di The Repetition), quando ci racconta senza fronzoli la storia di un’intera famiglia che senza ragione decide, una sera qualunque, di togliersi la vita (come in Familie), ma persino quando costruisce un tribunale inventato per il Congo, o allestisce l’Orestea a Mosul, Rau non fa altro che interrogare la forza del teatro nella sua matrice più classica, ovvero la forza della rappresentazione e della mediazione.

Sulla scena di The Repetition, l’omicidio di Ihsane Jarfi, è ricostruito a partire da un’assenza e da un’apparizione, quella dello stesso ragazzo assassinato che nessun teatro riporterà mai in vita, ma che invece proprio la scena (e quindi la finzione) lascia riapparire, come un fantasma in Amleto, per ripetere l’evento tragico ed invitare il pubblico ad una forma di azione. Anche la casa in cui si presenta, cena, vive la famiglia protagonista di Familie, ci parla sin dall’inizio dello spettacolo di un’insensatezza, di un enigma, la rappresentazione del fatto reale si trasforma in un buco nero dal quale non perverrà nessuna logica se non quella della forza simbolica dell’atto violento. Anche l’anima più attivista di Rau si muove su queste tracce: i suoi tribunali, come quello per il Congo, ben prima di diventare azioni politiche, sono strutture simboliche, rappresentazioni dei meccanismi che muovono il mondo, costruzioni di modelli prospettici di cambiamento per il futuro.  Spetta a chi guarda (o a chi partecipa) fare in modo che si trasformino in realtà. Ha affermato non a caso Rau: «Quando i media hanno raccontato che avevo rimesso in scena il processo contro le Pussy Riot a Mosca, invece, era accaduto esattamente il contrario The Moscow Trials metteva in scena ciò che era per l’appunto impossibile fare in Russia».

Ma, per tornare alla domanda iniziale, in che senso Rau intende rendere reale la rappresentazione?

Credo che quello di Rau sia un recupero del teatro in quanto mediatore della brutalità della storia con tutti i suoi piccoli e grandi traumi. Non solo l’agorà in cui posizioni politiche e culturali inconciliabili s’incontrano e scontrano ma anche il luogo in cui si smontano, una per una, tutte le sovrastrutture narrative, le ideologie, gli immaginari traumatici e sensibili della nostra Storia, del modo in cui l’abbiamo ereditata e abitata. Rendere reale la rappresentazione vuol dire allora, forse, recuperare ed elevare la rappresentazione stessa – e la sua funzione di mediazione – come valore fondante la nostra società democratica occidentale.

Per concludere credo che proprio questa visione, questa funzione di mediazione, faccia parte del ruolo che svolge un festival come Romaeuropa nel tessuto culturale e sociale di una città: mediare i racconti del nostro presente con attenzione ai linguaggi contemporanei, ma farlo anche con la leggerezza della conciliazione – almeno per il tempo del festival – tra visioni differenti, prospettive plurime del nostro futuro spogliate da tutti i fanatismi e le tifoserie ideologiche.  E anche questo credo sia un modo di agire politicamente.

Matteo Antonaci

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