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REf18 STORIE


 

 

Ci sono i Viet Kieu parigini che ricordano una Saigon persa nel tempo e incarnata in un ristorante del 13° arrondissement di Parigi, le ballerine della Cina maoista che nel loro corpo conservano, come in un archivio, le gesta del balleto The Red detachment of Women simbolo della rivoluzione culturale cinese; ci sono gli attori de La MaMa di New York che raccontano la loro identità trans-nazionale e i reduci della guerra delle Malvinas, inglesi e argentini, che cantano i Beatles per ricucire le ferite di un passato non troppo lontano. Sono le STORIE dei mondi di REf18 raccontate dai loro autori: Caroline Guiela Nguyen, Wen Hui, MOTUS, Lola Arias. Ve ne parliamo questa settimana.

 

 

«Ci capita così spesso di andare a mangiare Bo Bun in ristoranti vietnamiti, ce ne sono tantissimi in Francia, e di solito non ci rendiamo conto di tutto il paesaggio e il cammino percorso dalla donna vietnamita che cucina piatti prelibati per noi. Questa donna in cucina si chiama Marie-Antoinette ed è tra i personaggi del mio spettacolo. Nessuno ne conosce il percorso ma la sua vita ci appartiene poiché è frutto della storia del nostro paese, rappresenta una vasta parte delle persone con cui viviamo oggi». Ci ha detto Caroline Guiela Nguyen, regista francese di origini vietnamite, classe 1981, in scena per la prima volta in Italia con lo spettacolo con cui ha conquistato l’attenzione internazionale: Saigon.

 

E in effetti, come suggerisce il titolo, è nella città vietnamita, liberata dalla colonizzazione francese, che la regista affonda le sue radici per ricostruirle all’interno di uno dei tanti ristoranti di Parigi, dove Viet Kieu, francesi e vietnamiti s’incontrano. Tra il profumo dei piatti della loro terra natia, la raffigurazione di una madonnina appesa al muro e un altare per gli antenati, evocano ricordi del loro passato, storie d’amore, canzoni perdute nel tempo, lacrime, lingue per sempre mutate dalla storia. «Dovevo ricostruire la storia della guerra d’indipendenza vietnamita e il successivo esilio perché nei libri di studio o nel modo in cui oggi la politica francese narra il percorso del Paese, questa realtà è completamente taciuta» dice ancora Caroline «E invece doveva esistere da qualche parte, poiché esiste nelle lacrime di mia madre che non finirà mai di piangere il suo esilio; frutto della decolonizzazione e ancora prima della colonizzazione francese. Era necessario che queste lacrime appartenessero ad altri oltre che a me; che non venissero “asciugate” dal lettino di uno psicanalista ma che fossero assorbite in un contesto pubblico». Come muta la nostra identità a seconda dei nostri tragitti, dei luoghi che abbandoniamo? Cosa rimane della nostra storia? Qui un trailer dello spettacolo in scena in Auditorium Parco della Musica il 29 e 30 settembre.

 

 

Nella Cina maoista degli anni ’50 e ’60 ci riporta invece la coreografa Wen Hui, direttrice del Living Dance Studio Beijing, una delle prime compagnie indipendenti in Cina. In scena il 13 e 14 ottobre al Teatro Vascello, Red – A Documentary Performance fonde coreografia e documentario ripercorrendo le tecniche, le forme, le estetiche del balletto The Red Detachment of Women, che, ispirato all’omonimo film – dopo il debutto nel 1964 – divenne simbolo della rivoluzione culturale cinese. Cosa ha voluto dire, per le danzatrici dell’epoca, partecipare a quel balletto (in una delle versioni integrali su YouTube)? E cosa vuol dire trasmettere oggi quella storia alle nuove generazioni? Come cambiano i significati dei gesti e delle azioni? E i riferimenti culturali ed estetici?

 

 

Di cambiamento, identità, movimento, parla anche PANORAMA lo spettacolo che MOTUS ha realizzato insieme ai membri della Great Jones Repertory Company, una comunità interetnica di attori migranti, stabilizzatisi a New York in seguito all’incontro con Ellen Stewart, fondatrice del teatro La MaMa. Con la forma di un’audizione la compagnia fondata da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò sviscera la biografia dei singoli attori per costruire un ritratto di un’unica identità multipla e trans-nazionale; o di una New York inclusiva che cerca di abbattere ogni forma di confine.

 

«Lo spettacolo è stato prima di tutto un’esperienza umana importante, d’incontro e dialogo con le persone che hanno lavorato con noi. Ascoltando le vite di questi attori migranti si ha uno spaccato di storia mondiale attraverso piccole storie ‘quotidiane’. I vissuti dei sei attori sono diversissimi tra loro, appartenendo anche a generazioni diverse. Alcuni sono nati negli Usa da genitori emigrati dalla Cina per motivi economici, dal Vietnam e dalla Corea a causa della guerra. (…) Ogni storia è un esempio delle contraddizioni che stiamo affrontando anche in Europa. Sebbene i background siano diversi, la questione è sempre e solo una: l’inclusione e la percezione della diversità come risorsa, ricchezza e non come attentato al proprio benessere e alla propria identità culturale».

 

 

Anche l’argentina Lola Arias, regista teatrale e cinematografica oltre che artista visiva usa la forma dell’audizione per portare in scena, nel suo MINEFIELD reduci di entrambe le fazioni della guerra delle Malvinas. Finzione e realtà, memorie personali e collettive, biografie e avvenimenti politici si scontrano in scena smontandosi in un’inedita tenerezza: l’immaginario militaresco si sgretola all’insegna della musica, dei ricordi delle canzoni cantate e di quella sottile ironia che attraversa la nostra esistenza. Perché quello di Lola Arias è sì il racconto di una parte della sua storia, ma anche e soprattutto quello di una riconciliazione. Come una macchina del tempo sospesa tra set cinematografico e live musicale la scena di Minefield sembra ricucire le ferite ancora aperte di un passato a noi vicino e segnato dalla guerra.

 


 

INTANTO…

 

 

A proposito di STORIE: Kirina, lo spettacolo che inaugurerà REf18 ha finalmente debuttato. Siamo andati a vederlo e vi abbiamo portato qualche scatto.

 

 


 

Fuori programma propone uno sguardo sul vasto paesaggio della scena internazionale, raccogliendo una gamma di creazioni espressione di linguaggi differenti, legate a una geografia altrettanto variegata per portare in scena in sei appuntamenti, durante i diciotto giorni di Festival,?una sintesi delle più interessanti e recenti produzioni coreografiche.?L’approccio alla danza contemporanea diventa quindi un atto di fiducia per rinnovare i propri interessi, per ridisegnare la poetica e il senso estetico che appartiene alla nostra civiltà, e si pone come dispositivo per riscoprire, attraverso l’uso del corpo e la musica, una sensibilità volta alla pluralità e alle differenze. Per tutti gli abbonati REf un prezzo speciale (€ 15) per lo spettacolo One, One & One di Vertigo Dance Company e un biglietto a prezzo ridotto (€ 12) per tutte le performance in programma.