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5 Maggio 2021
Oxymoron, Roma
di Valerio Callieri

Valerio Callieri è nato a Roma nel 1980. Ha scritto e diretto il documentario I nomi del padre.
Vive a Ciampino, a margine del raccordo anulare e degli aerei in decollo. Per Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Teorema dell’incompletezza (2017), vincitore del Premio Italo Calvino, e Le furie (2021).

Per circa un anno sono stato una piccola ruota dell’ingranaggio della gentrificazione.
Insieme a un mio amico affittavamo un piccolo appartamento e lo subaffittavamo su Airbnb, per lo più a turisti stranieri. Si trovava al Rione Campitelli, luogo che un depliant piuttosto sincero descriverebbe così: una piccola oasi di pace tra il Foro Romano, il Campidoglio e il Circo Massimo, lontana dal turismo massivo di Campo de’ Fiori e Trastevere; sono presenti due ristoranti, un pub, un bar, un alimentari, tre botteghe artigiane, e basta.

 

Guidavo uno scooter Leonardo decisamente non omologato per la ZTL del centro storico. Partivo da Ciampino (dove abito tutt’ora) salutato dal rombo degli aerei e tagliavo il raccordo anulare come un coltello deciso a raggiungere il cuore di un frutto; costeggiavo l’ippodromo di Capannelle, svoltavo al Quarto Miglio e raggiungevo il basolato dell’Appia Antica, attraversavo le Mura Aureliane, osservavo le Terme di Caracalla e, ogni volta con un’emozione bambina, sobbalzavo sulla strada di sanpietrini accanto al Circo Massimo prima di arrivare a Piazza della Consolazione. Parcheggiavo alle spalle del Campidoglio, proprio sotto la Rupe Tarpea. Entravo nell’appartamento e lo liberavo dai rimasugli degli ospiti precedenti. All’arrivo dei nuovi, fornivo un benvenuto di informazioni disparate e immotivatamente sorridenti. Prima di lasciar loro le chiavi, insistevo perché mi contattassero su whatsapp per eventuali problemi o curiosità. Accadeva molto di rado. Credo che avessero paura di ritrovarsi di nuovo addosso quell’individuo anglosgrammaticato e gesticolante. Eccomi: ruotavo la punta dell’indice in mezzo alla guancia: “That restaurant is very good”. Rovesciavo più volte una mano aperta per esprimere un “so so”, o anche, nei momenti di maggiore ispirazione, condivo gli interrogativi con il gesto del carciofo di Totò: “Why do you buy water in plastic bottle?”, e ammiccavo alla coscienza ecologista dei nordeuropei (ovviamente inconsapevoli del mio scooter mefitico): “You can drink tap water!”. In qualche maniera plasmavo il mio comportamento su quelle che ritenevo essere le aspettative turistiche: la voce un po’ troppo alta, una prossemica imperialista – sebbene non ricordi di aver mai messo la mano sulla spalla di qualcuno -, l’ironia insistita e il fatalismo pre-liberale del sospiro con gli occhi al cielo. Credo che inconsciamente volessi diventare un pezzo di racconto del loro viaggio romano o, forse, volevo metterli in allerta, allenarli alla città. Ma quale?

A James Joyce Roma ricordava un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna. Il New York Times ha parlato di un grande teatro a cielo aperto in cui le persone chiacchierano anche con le mani.[1] Giulio Andreotti affermò: “Non attribuiamo i guai di Roma all’eccesso di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro.” Le Monde ne ha sottolineato il caos e il degrado.[2] 

Negli ultimi anni si sente spesso ripetere “Roma fa schifo”, molte più volte di “Roma è la Grande Bellezza”. In ogni modo, entrambe le espressioni contengono una figura retorica particolarmente efficace. Il nome indica il tutto, la città intera, ma si riferisce a una parte di quel tutto, alcune zone della città. Il nome tecnico è sineddoche generalizzante. Si rivela molto utile per i poeti, i pubblicitari e le campagne elettorali. Eppure, credo che ci serva un altro paio di occhiali per osservare meglio la città.

Ab ovo: nella Troia devastata dai Greci, Enea fugge caricandosi il padre Anchise sulle spalle e prendendo per mano il figlio Ascanio. Dopo diverse tappe giunge sulle coste laziali, in cui deve fondare una città. Il problema è che non gli va. È il Fato che lo spinge. All’amata Didone dice: “Desine meque tuis incendere teque querellis: Italiam non sponte sequor.”[3] Il capostipite della dinastia che fonderà Roma avrebbe preferito morire in battaglia. O costruire un grande altare per i morti troiani. L’eroe che Virgilio (su richiesta di Augusto, quindi del potere imperiale che vuole glorificare le sue origini) descrive è un tipo complicato, contraddittorio, non è l’implacabile eroe omerico. È un profugo riluttante, o un colonizzatore abulico, se la vediamo dal punto di vista di Turno e dei popoli italici che nel corso del tempo saranno soggiogati dai Romani.

Con un salto di circa tremila anni, mi viene in mente la mia infanzia, quando ogni domenica, in compagnia di mio padre, andavo in un bar di periferia il cui proprietario era soprannominato, con scarsa fantasia, “Ciccio”. Tutti lo interpellavano anteponendo al nomignolo uno sguaiato “Ah”, ovvero la particella del romanesco preposta alla funzione fàtica[4] del linguaggio. Quindi, dopo che le mandibole si contraevano in una robusta sillaba “Ci”, la parola crollava all’improvviso avvolta in una sibilante “S” che annichiliva il resto: “Ah Cissscio…” Quella “S” testimoniava un’apatia abbastanza misteriosa. Come se, dopo l’impeto iniziale, l’avventore non desiderasse più né il caffè, né nient’altro.

Mi voglio illudere che nelle radici mitiche di Roma e nella S apatica si possa già intravedere un indizio sulla sostanza poetica della città.

Durante l’anno trascorso subaffittando l’appartamento al Rione Campitelli, a volte, prima di tornare a casa, mi fermavo a San Lorenzo. Un quartiere costruito alla fine del diciannovesimo secolo al di fuori delle Mura Aureliane (infatti qui circolare con il mio scooter Leonardo tornava a essere legale). Le sue vie sono intitolate ai popoli italici colonizzati dai discendenti di Enea: Volsci, Equi, Marsi. Qui si respinsero manu militari i primi assalti della marcia su Roma, qui si aprirono le sedi di quasi tutti i movimenti di sinistra extraparlamentare negli anni Settanta. Oggi è perlopiù un quartiere di locali, rigonfio di studenti e attraversato da pusher vagamente molesti.

Mi fermavo per partecipare alla preparazione del Festival di Storia all’interno del Nuovo Cinema Palazzo. Il bauletto dello scooter non riusciva a contenere le due paia di lenzuola matrimoniali, le federe e gli asciugamani variopinti che avrei portato in una lavanderia. Quindi ero costretto a trascinare il bustone nero all’interno. Per inciso: il Nuovo Cinema Palazzo era un posto occupato. È stato sgomberato qualche mese fa. Non è chiaro cosa voglia farne il Comune, in ogni modo per dieci anni gli occupanti con continue iniziative sociali e artistiche hanno impedito che diventasse una sala Bingo. Di sicuro c’è che il posto d’inverno riusciva a raggiungere temperature più fredde di quelle esterne (per qualche paradosso fisico presente nei centri sociali), e – mentre gli interventi dell’assemblea si esaurivano – i panni sporchi rilasciavano nell’aria odori muffo-dolciastri. Nessuno sembrava far caso al bustone nero, cosa che non dovrebbe destare nessuno stupore: è abbastanza imperscrutabile la comparsa di strane-cose-nuove all’interno di un posto occupato e per qualche motivo diventano subito arredamento.

Eppure una sera, quando eravamo fuori, in piazza dei Sanniti, un ragazzo alto e occhialuto presente all’assemblea – non lo conoscevo molto bene -, notò che mi trascinavo l’arredamento alle mie spalle, e mi domandò cosa fosse. L’aria era umida e limpida, il cielo era stato lavato dalla pioggia. Infilai lo sguardo lungo via degli Ausoni dove una torma di studenti si accalcava di fronte a un locale che vendeva gli shottini a un euro. “Orsù compagno, vogliamo parlare dei residenti che saranno presto costretti a vendere gli appartamenti dopo aver constatato il fallimento dei doppi vetri come argine sonoro?”, avrei voluto dire, invece raccontai la mia opera di sfruttamento turistico del centro storico, con un senso di colpa che, a distanza di anni, ritengo un po’ eccessivo. Dall’altra parte si infierì: quello che stavo facendo era un po’ come il Bingo, lo stesso processo di svuotamento dell’anima della città. Il discorso poi si assestò sostanzialmente sulle argomentazioni: “Ma per adesso è l’unico modo in cui riesco a mantenermi!” versus “Probabilmente è lo stesso alibi difensivo che tirerebbero fuori gli imprenditori del Bingo i quali, in più, darebbero lavoro a decine di persone”. Ci salutammo senza particolare gioia. Mentre montavo con un equilibrio ammirevole sul mio scooter, appoggiando il bustone nero sul pianale e stringendolo tra le gambe, osservai la scritta arcuata e tondeggiante Pommidoro, il ristorante sulla piazza. Il ristorante dell’ultima cena di Pasolini, prima del suo assassinio a Ostia. Cosa avrebbe pensato della gentrificazione? E poi: saremmo veramente curiosi di conoscere le sue riflessioni?

 

Come molti non-romani quali Flaiano, Gadda, Fellini, Sonego, Pasolini, è stato un acutissimo osservatore della città. E Roma lo celebra (e, tra l’altro, anche Ciampino[5], dove insegnò alle scuole elementari). È un’icona pop. Per quanto mi riguarda è un poeta enorme, e un enorme regista per quel che concerne il 27% dei suoi film. Confesso che rimasi folgorato di fronte ad Accattone; avevo sedici anni e il film mi restituì l’atmosfera che vivevo bambino da Cissscio. Una delle location più famose del film è infatti un bar in cui i borgatari si sfottono in continuazione con insulti fantasiosi e antilavoristi.

In parte della sua opera Pasolini ha costruito il mito della allegra vitalità sottoproletaria. Oggi i romanzi di Walter Siti ci mostrano un altro aspetto di quel mondo: non è (era) né ingenuo, né incontaminato dall’omologazione. Inoltre il discorso pasoliniano sull’omologazione culturale era stato abbastanza scopiazzato dai francofortesi Adorno e Horckeimer. È probabile che ogni singolo critico letterario-cinematografico alla lettura stia strappandosi le unghie per la rabbia, quindi vado al dunque: forse sarebbe interessante capire cosa abbia visto Roma in Pasolini, e non viceversa

Daniele Giglioli si azzarda a sostenere che sia diventato iconico non solo per la morte violenta ma anche per “l’ingente quantità di motivi vittimari e di identificazioni cristologiche disseminati a piene mani in tutta la sua opera”.[6] Anche Franco Fortini non ci va giù leggero: “Troppo ti piace il martirio, il miracoloso sketch del Calvario dove incoroni te stesso[7].” E se Roma idolatrasse Pasolini perché in grado di essere lo specchio poetico di una città vanagloriosa, immobile nel mito e compiaciuta delle sue ferite? Forse è un’ipotesi troppo semplice. Trovo la mia personale risposta lungo la strada di quel giorno. Dopo aver messo in moto lo scooter, da Piazza dei Sanniti imboccai via dei Volsci, la strada simbolo delle lotte, delle occupazioni e tutt’oggi sede di Radio onda Rossa. Il bustone nero mi impediva quasi la visuale ma assolveva la funzione di coperta termica riparandomi le ginocchia dal freddo. Qui capisco: dopo aver affittato un appartamento nel centro storico, sono stato in un posto occupato. Una contraddizione, o perlomeno una stranezza catastale. E se si trattasse di questo? Ancora Franco Fortini scriveva che il tratto dominante della poetica di Pasolini era “quella sottospecie dell’oxymoron, […] con la quale si affermano, d’uno stesso soggetto, due contrari[8]”. E se, dopo aver svolto la funzione di capro espiatorio, fosse diventato oggi un totem in grado di proteggerci dallo scandalo delle nostre contraddizioni? “Stupenda e misera città, che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre, come andare duri e pronti nella ressa delle strade[9]…”, se fosse stato lui invece ad averci insegnato, rivelato e accettato per come siamo?

Enea è già un eroe dell’ossimoro: fa ciò che non vuole. Il romanesco presenta intensità iniziali seguite da improvvisi afflosciamenti Ci-ssscio, ma anche Gue-ra, quan-no, famì-a[10]. Il nostro poeta scrive: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te”[11]. E c’è un’altra una specie di oxymoron urbano: la compresenza di meraviglie architettoniche e di edilizia brutal-fatiscente.

Da adolescente chiesi a mio padre di Pasolini e lui, indicando a mano aperta un generico spazio al di là del bar, disse: “Quanno qua giocavamo a pallone da ragazzini, c’era qualcuno che ogni tanto gridava ‘Aho! Ce sta Pasolini!’, me lo ricordo.” D’altronde io, per parecchi chilometri intorno al bar, vidi solo palazzi, quindi chiesi ancora: “Ma ndo’ giocavate?” E qui calava la risposta più usurata della storia delle risposte dei genitori romani: “Eh, ma qui ‘na vorta era tutto prato…”

Una brevissima storia dell’oxymoron palazzinaro: quando i bersaglieri entrarono in città attraverso la breccia di Porta Pia nel 20 settembre 1870, a Roma risiedevano duecentomila persone. Nel giro di un secolo si decuplicò, arrivando a due milioni nel 1971. Negli anni Ottanta si attestò sul numero attuale, poco meno di tre milioni di abitanti. Un’esplosione demografica più sudamericana che europea, niente a che vedere con Londra o Madrid, per intenderci.

Le baracche[12] – le ultime vengono demolite all’inizio degli anni Ottanta – erano disseminate in tutta la città. Sì, anche ai Parioli e molto numerose[13]

Nel 2010 il comune stimò che il più di un terzo del territorio urbanizzato è stato realizzato abusivamente. Interi quartieri al di fuori del piano regolatore. Non parliamo solo dei nostri nonni che in fretta e furia cercarono di alzare il tetto di notte e di ricreare la casa con orticello del paese, ma di un vero e proprio patto tra grandi costruttori e politica. In più: l’intera popolazione di Bologna potrebbe abitare nei palazzi costruiti e rimasti invenduti[14].

A causa di questo scelte politiche, a Roma centinaia di migliaia di persone vivono in territori privi di biblioteche, spazi verdi, consultori e trasporti pubblici. Mi rendo conto che tutto ciò è molto noioso e faticoso. Credo che se facessi solo un decimo dello sforzo degli storici, urbanisti, sociologi che hanno prodotto gli studi da cui ho tratto le informazioni, farei fatica a rimanere in piedi. Figurarsi capire le responsabilità di chi ha permesso che ciò accadesse, e provare a cambiare la città. Per questo oggi, probabilmente, è molto più cool concentrarsi sul decoro e sulle scritte sui muri[15].

Tuttavia questo mio sarcasmo potrebbe essere a sua volta un forma di coolness saccente ancora più spiacevole. L’incontro che ebbi con Said mi fa dubitare molto di quello che suppongo di sapere.

 

Dopo la pulizia e la consegna chiavi, un giorno con il mio bustone nero raggiunsi il Quarticciolo. Una borgata “ufficiale” costruita sotto il regime fascista alla fine degli anni Trenta. Quando arrivai lo trovai più curato[16] dell’ultima volta: i giardinetti adiacenti alle case risplendevano sotto il sole. Inoltre le case basse mi diedero l’impressione che ancora ci fosse un’idea di comunità negli urbanisti dei primi del ‘900 (anche se queste borgate furono costruite lontano dal centro per motivi di controllo sociale, e in ogni modo non metterei la mano sul fuoco sulla qualità edilizia degli interni). La mia amica Francesca mi presentò Said[17] che mi chiese immediatamente cosa ci facessi in giro con un bustone. Provai a spiegarlo e mi lanciò lo stesso sguardo che ha fatto ognuno di noi mentre gli spiegavano i derivati in borsa: che senso ha? Perché esiste questa roba? E perché non lo fa il proprietario dell’appartamento?

 

 

Said era vissuto dentro la buca dell’Ostiense[18], un accampamento di baracche allestito nel cantiere di un palazzo in costruzione, a due chilometri dal Colosseo. Poi aveva conosciuto Francesca in un centro d’accoglienza per rifugiati denominato, anche questo con scarsa fantasia, “Enea”. Al momento della nostra passeggiata lavorava a Bolzano, operaio in un’acciaieria. Era passato a trovare la sua operatrice-amica mostrandole un contratto a tempo indeterminato e un sorriso novecentesco.

Mentre passeggiavamo, una macchina della polizia rallentò leggermente per osservarci meglio. Per essere strani eravamo strani: Francesca indossava vestiti color entusiasta-hippie, Said, allora poco più che ventenne, mulatto[19], agghindato come mio zio[20] – orologio al polso, polacchine, capelli imbrillantinati -, e il terzo, che come un losco Babbo Natale trascinava il solito fardello maleodorante, vestiva pantaloni e felpa color opaco-anziano, per non offendere i depressi. Malgrado ciò, la volante riacquistò velocità. Said disse all’improvviso: “Meno male. Mica ti puoi fidare della polizia romana”, e mentre noi ci preparavamo a una generica condanna di metodi troppo spicci, lui proseguì elogiando la durezza della polizia altoatesina. Con cui non si poteva sgarrare. Preferiva una chiara intransigenza alle situazioni che aveva vissuto a Roma: perdere intere giornate in questura perché l’agente non capiva che il suo permesso di soggiorno era in regola o, paradossalmente, essere rilasciato quando il permesso era scaduto perché un altro agente preferiva assestargli un paio di scapaccioni e rimandarlo in strada. Al di là delle connotazioni stereotipiche evidenti – il romano scansafatiche, l’altoatesino efficiente – Said non sopportava l’evidente contraddizione tra una legge e la sua applicazione da parte della polizia romana.

Ma quel giorno fui io a trovare un oxymoron nel mio sguardo: Said era un ragazzo determinato, in grado di affilare giudizi, sfottere e sorridere spensierato. Devo confessare che qualche parte dentro di me desiderava che fosse dimesso, sofferente, bisognoso. Invece non rientrava nel canone cristologico tramite il quale vogliamo[21] immaginarci i migranti.

Da quello che sono riuscito a capire, la dinamica è simile a quella che accadeva nel mio appartamento al Rione Campitelli. I migranti a volte indossano i panni della vittima perché sanno che solamente in quel modo saranno accettati; e non parlo di un affetto generico, ma delle prove che devono continuamente esibire[22] (di torture, di violenze) di fronte alle commissioni che decidono sull’asilo politico, per esempio. In fondo anch’io non ero così diverso: nonostante la posta in gioco fosse un po’ più bassa, diciamo così, anche lo spettacolo di sorridente caciara che offrivo ai turisti era allestito per venire incontro a ipotetici desideri di allegria e gestualità romana.

Non vorrei concludere con una considerazione frusta tipo Said è molto più simile a Enea di quanto non lo sia ognuno di noi, tuttavia, in una città che in centodieci anni (1870 – 1980) ha moltiplicato per quindici i suoi abitanti, risulta comunque difficile credere a tutti coloro che ripetono il vecchio adagio “Aho! Io so’ romano da sette generazioni!”, con la mano aperta accanto alla bocca e, chissà perché, lo sguardo didattico e idrofobo allo stesso tempo.

È una frase che potrebbe proferire tranquillamente qualche cliente del bar di Cisssscio che, tra le altre cose, si trova proprio nella vicina Centocelle. Un quartiere che ha indubbiamente subito una trasformazione radicale negli ultimi anni, diventando quasi un luna park gastronomico. La frase ricorrente in certi ambienti molto sensibili alla questione è: “Centocelle si sta pignetizzando”, ovvero: “sta subendo un processo di gentrificazione”. Anche se diventa molto complicato approfondire adesso le differenze tra la gentrificazione di vecchi quartieri del centro storico e quelli semi-centrali, tipo Pigneto o San Lorenzo, brevemente diremo che i secondi più che per l’afflusso turistico si trasformano per l’azione di una nuova classe sociale, vagamente creativa, amante della barba curata, delle biciclette come accessori di sottoconsumo ostentato, del design minimalista, del cibo bio, insomma avete capito.

In ogni modo, il bar ha cambiato di proprietà. Adesso lo gestisce una coppia rumena sulla cinquantina, assolutamente benvoluta dai vecchi clienti che hanno continuato (fino al covid19, ahimè) ad affollare i tavolini con lo stesso piglio sguaiato. Benché sia stato rinominato bistrot non è stato ristrutturato con un arredamento che simula autenticità e non ci sono gentilissimi camerieri a utilizzare un registro epico per la salamella dell’aperitivo.

Qualche giorno fa sono tornato al Rione Campitelli, con uno scooter omologato, e ne sono uscito, finalmente, senza bustone nero. Mi sono fermato di fronte al ristorante che si affaccia su piazza della Consolazione. Era una trattoria storica, location del meraviglioso film C’eravamo tanto amati. È qui che, in una della prime scene del film, Nino Manfredi incontra Vittorio Gassman, appena trasferitosi a Roma, e poco dopo chiede al proprietario: “Un’altra mezza porzione! Abbondante, mi raccomando…”, e ottiene la risposta: “Mai una sana scarsa eh!?” Diciamo che sarà più probabile che vi imbattiate in questa specie di ironia oximoron nei bar tipo Cissscio piuttosto che in alcuni locali riqualificati del centro storico.

In questa piazza, verso la fine del film, dopo aver cenato al “Re della mezza porzione” tre amici ex partigiani si accapigliano mentre fanno i conti con i loro ideali messi alla prova del tempo: un intellettuale frustrato, un portantino che ancora crede nella lotta e un costruttore spietato. È lui, Vittorio Gassman, uno degli artefici della speculazione edilizia che ha trasformato Roma. Sarà stato un caso che Ettore Scola abbia ambientato questa resa dei conti sotto la rupe Tarpea, il luogo in cui i Romani condannavano i traditori della patria? Molto probabile.

È invece sicuramente fortuita la scoperta che ho fatto mentre controllavo tutte le altre location del film[23]. Più o meno a meta film Vittorio Gassman partecipa all’inaugurazione di un cantiere edile: ebbene, le palazzine che saranno costruite veramente di lì a poco (siamo nei primi anni Settanta), si trovano a poche centinaia di metri da via Igino Giordani 2, ovvero la casa in cui avvenne il delitto Varani. [24]
Probabilmente adesso il vostro chissenefregometro tocca quota cento, eppure a me questo dettaglio è servito: non ricordo cos’altro accadde quel giorno però fu proprio mentre strofinavo il piatto-doccia e ascoltavo la radio che mi raggiunse la notizia dell’omicidio. Quindi è nel 2016 che conviene collocare gli episodi di questo testo. Mentre scrivo percepisco quest’ultima informazione di cronaca nera alla stregua della “S” afflosciante, fastidiosa e contraddittoria di Cissscio; forse è per questo che resisto alla tentazione di cancellarla.

Affido il mio oxymoron finale alle parole di Charlie Kaufman a proposito del protagonista del suo film Synecdoche, New York:

“Non credo che Roma[25] esista oggettivamente nel modo in cui noi pensiamo che esista, sapete? C’è una sorta di costante processo di narrazione. […] È il processo creativo dell’esistenza. Come tutti, lui sta tentando di esaminare la sua vita, di assegnarle un significato, e invecchia mentre tenta di metterne a fuoco i problemi.”

[1] https://www.nytimes.com/2013/07/01/world/europe/when-italians-chat-hands-and-fingers-do-the-talking.html

[2] https://www.lemonde.fr/europe/article/2015/07/28/rome-la-degradee_4701614_3214.html

[3] Eneide Libro IV 360-361 – “Smetti di amareggiarci con i tuoi pianti: non è di mia volontà che cerco l’Italia.”

[4] Quella funzione che non ha altro scopo che la comunicazione stessa, tipo “pronto?” al telefono.

[5] La biblioteca cittadina ha il suo nome. E possiede un archivio cospicuo con tutte le sue opere.

[6] Daniele Giglioli. Critica della Vittima. Nottetempo.

[7] Ibidem

[8] Franco Fortini. Attraverso Pasolini. Einaudi

[9] Pierpaolo Pasolini. Poesie – Il pianto della scavatrice. Garzanti. (I corsivi ossimorici sono stati aggiunti da chi scrive.)

[10] Indebolimento della doppia r, assimilazione della d, perdita della laterale palatale gli. E l’elisione delle sillabe finali di tutti i verbi.

[11] Pierpaolo Pasolini. Poesie – Le ceneri di Gramsci. Garzanti

[12] Milena Farina, Luciano Villani. Borgate romane. Storia e forma urbana. Libria 

[13] Uno studio approfondito e delle immagini belle e spietate:
https://www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/Alloggi_Precari_a_Roma_1957.pdf

[14] Rossella Marchini, Antonello Sotgia. Roma, alla conquista del West. DeriveApprodi

[15] Con risultati a volte imbarazzanti: https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/03/13/news/roma_cancellata_storica_scritta_su_garibaldi_a_garbatella_sfregiata_la_memoria_comune_errore_la_ripristiniamo_-221458466/

[16] Per chiarirci, non faccio il tifo per quartieri immondezzai, macchine in doppia fila e microcriminalità diffusa. Mi sembra che il problema vada affrontato alla radice, e non sulla superficie dei muri. Benaltrista chi?

[17] Non è il suo nome reale, ho preferito modificarlo.

[18] Un posto attaccato alla stazione dei treni, poco sopra alla Garbatella, uno dei quartieri più belli di Roma.  https://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/afghani-ostiense/afghani-ostiense/afghani-ostiense.html

[19] Proprio così. Sì, è rilevante ai fini del filtro poliziesco.

[20] O semplicemente non come me e i miei amici trenta/quarantenni con lo stile da tardoadolescente: felpa con cappuccio e sneakers sdrucite per testimoniare che non-ci avrete-mai (ma chi, poi? ma chi se ne frega?) che ormai non ottiene nemmeno più severe reprimende ma solo alzate di spalle impietosite.

[21] Il soggetto può essere: “noi di sinistra” o “noi buonisti” o “noi che indugiamo nella semplificazione delle sineddochi generalizzanti”.

[22] Danilo Palmisano. Per una critica della vittima. Percorsi di accoglienza fra immaginario vittimario e politica del sospetto, in Welfare e ergonomia. Ignazia Bartholini (a cura di), 2/2020.

[23] Su questo sito: https://www.davinotti.com/location

[24] Ricostruito narrativamente da un altro acuto osservatore non-romano della città: Nicola Lagioia. La città dei vivi. Einaudi

[25] Ho sostituito “the world” con “Roma”. Stavolta una sineddoche particolarizzante. Ai limiti dell’illegalità. Spero questa nota valga come tutela.
Qui l’originale:
https://editorial.rottentomatoes.com/article/rt-interview-charlie-kaufman-on-synecdoche-new-york/

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