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Compagnia Maguy Marin

Calambre; Hymen


Photo © Piero Tauro

Gli spettacoli proposti da Maguy Marin al Festival sembrano rimandare non a caso ai due temi fondamentali di questa edizione: i “Barocchi” per Hymen e le “Tendenze” per Calambre. Il primo si pone come una celebrazione, eccessiva e provocante, del corpo e dell’erotismo che ne scaturisce, attraverso un fasto visivo quasi orgiastico che si aggancia dichiaratamente ad un gusto barocco: lungo un percorso che tiene insieme Velasquez e Fellini, Maguy Marin giunge infine alla visione di una Madonna attorniata da monaci e suore circondati a loro volta da insegne pubblicitarie come fossero aureole, in una contaminazione che rilegge l’esuberanza del barocco in chiave evidentemente dissacratoria.
Maggiormente proiettata verso il futuro la messinscena di Calambre, letteralmente “scarica elettrica”: qui la Marin, allieva di Maurice Béjart e sospesa tra le due identità di francese e spagnola, recupera il flamenco, mettendo a punto una rappresentazione più sobria e rigorosa, in cui, come sostiene ella stessa, i ballerini si concentrano spesso su una sola parte del corpo, con la conseguenza di un maggiore controllo del gesto. La tradizione del flamenco si allaccia però, in un nuovo corto circuito, all’aggressività del rock, protagonista sul palco grazie alle tre chitarre elettriche del gruppo Soleda Distor: il risultato è una nuova celebrazione dell’energia contagiosa e inesauribile del corpo umano.


SU CALAMBRE
di Maguy Marin

Avevo alle mie spalle l’esperienza di Hymen, un balletto piuttosto “caricaturale” (io sono notevolmente “pesante” in genere). Per mettermi in una situazione completamente differente (io sono anche “gemelli”) ho desiderato, con Calambre, di lavorare a una composizione molto rigorosa, con una coreografia semplice e un piccolo numero di ballerini, una coreografia per cui non avrei fatto ricorso ai soliti elementi teatrali.
In realtà, ciò che m’interessa nel mio mestiere, è il solo piacere del movimento e come far nascere questa magia, vedere qualcuno preso dal e nel movimento. Il Flamenco è per me una danza sacra, spirituale come le danze indù o africane. Ho pensato che appoggiandomi ad esso a cui sono vicina, mi sarei offerta maggiori possibilità di toccare codesta magia. Dal flamenco ho preso l’Isolamento, il modo con cui i ballerini animano esattamente una parte del corpo, la mano, il polso – l’effetto è terribile.

Io cerco anche lo spirito del flamenco, il grido immenso ch’esso lancia. E ho trovato una eco, un grido identico che lanciano i gruppi rock. Tutto a un tratto, attraverso riferimenti organici, il flamenco m’ha condotta al rock. Non si può dire che le interpretazioni dei cantanti rock siano fatte di movimenti graziosi. La domanda sarebbe piuttosto “fin dove può mettersi per intero nelle cose?”. I tre chitarristi di rock che eseguono la musica di Calambre saranno sulla scena a fianco dei ballerini. Chitarra, canto, danza sono riferimenti al flamenco per uno spettacolo che sarà bastardo, impuro, a mia immagine e a quella di tanti altri, allo stesso modo che io non mi sento né totalmente spagnola né totalmente francese.

Ho cercato a lungo. Avrei preferito Duende ma il titolo è già stato preso da un altro che ha fatto un lavoro su Lorca. Lorca parla della Musa per i Greci, dell’Angelo per gli Italiani, e del Duende, del Demonio (ma un demone fertile) per gli Spagnoli. Quando un ballerino balla, un cantante canta, un chitarrista suona, sono circondati da un’aura, sono trascesi, avviene qualcosa di completamente magico: questo è il Duende. È del fuoco che c’è, viene, parte. Ho finalmente scelto di chiamare il mio balletto Calambre. È un crampo, ma un crampo che proviene da una scarica elettrica. Tratto dal flamenco, è vero che si ha questo genere di impressione quando Ballano: essi si trattengono e poi, tutt’a un tratto, una scarica elettrica attraversa il loro corpo.

Per Calambre, io non mi sono appoggiata su nessun tema teatrale. Agli inizi, avevo semplicemente il movimento, i passi, l’energia. Ho dovuto lavorare sulla scrittura coreografica, lavorarla davvero. Un vero disegno con l’inchiostro di China. Io prendevo un movimento flamenco e lo facevo scendere un poco dal suo livello affinché divenisse rock, e viceversa. Tutto ciò che non era né flamenco né rock era danza contemporanea (così il “solo” di Françoise Leick in cui essa è NDLR). Nell’insieme, io mi sono sforzata per non cambiare, per resistere a quei Kitsch, le case ornate in una certa maniera, le cose non troppo serie. Ma là, ero in un altro stato d’animo, quasi ascetico. Allora per quella volta, ho spogliato ed ho lavorato contro me stessa. C’è anche la nozione di nostalgia. Essa era forte in May be, Babel Babel e Hymen.
Con Calambre, ho voluto un’emozione senza nostalgia, un’emozione coraggiosa.


Rassegna stampa

“C’è un’aria da show-televisivo-rock anni ’70 in tutto questo, di quelli grezzi e fatti “per piacere ai giovani”. C’è soprattutto una volgarità che aleggia, plateale e intenzionale, certamente perché Maguy “è” volgare. Eppure c’è differenza tra una provocazione mirata e il puro cattivo gusto: un confine che in Calambre è appannato più che mai. Ma quanta carica in questa autrice: anche nei suoi spettacoli peggiori, anche nella sgradevolezza, Maguy Marin comunica tenacia, voglia di mettersi in gioco rischiando tutto. Nel bene e nel male, Calambre è anche questo”.
(Leonetta Bentivoglio, Et voilà, il flamenco rock, la Repubblica, 27 giugno 1986)

“È un’ora e mezzo di tragiche parodie di un manierismo antico: la danza spagnola. Una danza che però, a tratti, appare travolgente e sublime come se fosse nata ieri e come se fosse fatta sul serio. Questa volta, anche la stessa Maguy Marin danza e canta (benissimo), in mezzo ai suoi bravissimi danzatori, con un fuoco e con una tensione interiori davvero miracolosi, per uno scricciolo di donna com’è lei. Anche nelle due canzoni iniziali, seguite da un paio di “numeri” comici, Maguy ci lascia quasi sgomenti. Sentiamo in lei una forza radicale e una violenza ribelle quasi invincibili”.
(Vittoria Ottolenghi, Flamenco elettrico, Paese Sera, 25 giugno 1986)

Il dato più interessante di Calambre è la composizione coreografica in sé: la danza si propaga nello spazio come un’infezione, un morbo; a priori ne sono prevedibili gli effetti, ma il suo dilagare è comunque abbacinante, forse per il senso di importanza che ne deriva, e che induce ad abbandonarsi ad esso. Nel momento in cui Maguy Marin rinuncia agli ermetismi intellettualoidi di una certa avanguardia, della quale pure in qualche modo in altre creazioni si è avvertito l’influsso, la composizione spazia libera nelle idee e negli stati d’animo.
(Anna Rita Crispo, Dal flamenco un nuovo rock, Il Popolo, 28 giugno 1986)

“Francamente uno spettacolo di poco valore (Calambre, ndr), che lascia perplessi e sembra già vecchio di parecchi anni. Costruito su temi di movimento banali e senza un briciolo di invenzione. Con una riduzione ai minimi termini anche di certe magnifiche essenze del folclore danzato spagnolo, come l’uso delle braccia, delle mani, delle spalle, qui appiattito e involgarito in modo insensato. Una delusione inaspettata dopo la bella prova di May B., che era ricco di ferita e dolente angoscia, di invenzioni originali, di pathos“.
(Donatella Bertozzi, E la Spagna incontra Hollywood, Il Messaggero, 25 giugno 1986)

“Difficile, in realtà, pensare a qualcosa di più mortuario di ciò che la Marin mette in scena. Ma l’equivalenza “sol y sangre”, insieme alla fascinazione del “nada”, è alla base del flamenco che la Marin vorrebbe rivisitare. Il problema è che questa rivisitazione la Marin la compie secondo una cifra stilistica precisa e datata: quella del complesso hard-rock dei “Kiss”, furoreggiante qualche anno fa. Stesso “cuoio più pizzi” (neri), abbinati a bagliori rossastri di vario tipo, che nei Kiss, tuttavia, erano più professionali, sia per la ricchezza delle soluzioni sceniche (fumi, esplosioni, eccetera), sia soprattutto per l’evidente autocaricatura dell’insieme che nella Marin continua, purtroppo, a difettare”.
(Carlo Monotti, Flamenco a Jvo Jima, Corriere della Sera, 25 giugno 1986)

Crediti

Coreografia Maguy Marin
Scene e costumi Montserrat Casanova
Musica Arturo Rayon (Calambre), Gato Barbieri, Carla Bley, Carl Orff, Arturo Rayon, Michael Mantler (Hymen)
Luci Pierre Colomer
Danzatori Helena Barthelius, Fréderic Cornet, Yann Gerbron de Graval, Christiane Glik, Mychel Lecoq, Françoise Leick, Maguy Marin, Catherine Polo, Jean-Marie Rase, Anna Rodriguez, Adolfo Vargas, Karin Vyncke
Interpreti (musicisti, per Calambre) Sven Lava Pohlammer, Arturo Rayon, Rodrigo Vasquez
Produzione Theatre de la Ville, C.A.C. d’Annecy, Théâtre du Merlan, Compagnia Maguy Marin (Calambre); Festival d’Avignon, Maison des Arts de Créteil, Compagnia Maguy Marin (Hymen)