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Mathilde Monnier, Jean-François

Mort de Rire


Photo © Piero Tauro

Dopo l’affermazione internazionale al Festival d’Avignone del 1986, con il doppio duetto di Pudique Acide e Extasis, Mathilde Monnier e Jean-François Duroure hanno presentato, in questa edizione 1987 del Festival, uno spettacolo per sei ballerini, risultato di ben tre mesi di addestramento presso il Centre National de Danse Contemporaine di Angers. Mort de rire riprende lo stile surreale e giocoso della coppia, che contamina danza e teatro proponendo un collage di episodi eterogenei, tenuti insieme unicamente da una comune vocazione al nonsense: in tale passerella ritmata ed effervescente si alternano la Berlino dell’anteguerra e la West Coast americana, canti russi e paesaggi iberici, mentre i ballerini protagonisti calcano la scena vestiti di una divisa semplice e universale, fatta di pantaloni da smoking, bretelle e reggiseni. Allievo di Pina Bausch l’uno e cresciuta alla scuola di Viola Farber l’altra, Duroure e Monnier introducono in Mort de rire elementi macabri assenti dalle creazioni precedenti, mostrando l’ambizione di proporre un lavoro più impegnativo sia nei registri della rappresentazione, sia nelle possibili chiavi di lettura esistenziali.

Rassegna stampa

“Accolto da un caloroso successo, Mort de rire, l’ultima fatica coreografica del giovane duo Monnier-Duroure, può considerarsi testimonianza realmente esemplare delle virtù e dei vizi della “nouvelle danse” francese. Il vizio principale, che è poi, si sa, una malattia, è l’intellettualismo. La nouvelle danse soffre, in maniera più o meno acuta (qui meno), di trovatine intellettuali spesso, troppo spesso, fini a se stesse. […] La virtù della nouvelle danse è invece di fare da specchio, e da interprete, ad una realtà generazionale che può definirsi punk non nel senso della relativa moda ma in quello di far propri modelli e valori ritenuti sgradevoli, o imbarazzanti, dalle generazioni precedenti, ossia dall’ancien régime, quello che sempre per definizione, sapeva cosa volesse dire la “doucer de vivre”, e in questa sua monomaniaca dimensione è giustamente irriso dai sanculotti successivi”.
(Carlo Monotti, Tirando vetriolo all’ancien régime, Corriere della Sera, 4 luglio 1987)

“In Mort de rire, coprodotto da sei istituzioni, tra le quali il Théâtre de la Ville di Parigi, il Festival d’Automne e la Maison de la Danse di Lione, dominano l’urgenza, la violenza, la follia. La scenografia firmata da Beatrice Scarpato (unica firma italiana dello spettacolo e mente figurativa di molti lavori de “La Gaia Scienza”) è costituita da un pavimento in poliuretano espanso, come una grande chiazza di acqua e fango, sovrastato da una struttura metallica, con le pareti rivestite di tendaggi usati. I sei ballerini dello spettacolo ostentano in questa strana galassia pose iperrealiste e provocatorie, come quella di riunirsi tutti per una foto di famiglia fissando la platea con imbarazzante insistenza o di mimare con le braccia l’andamento dei pesci”.
(Valeria Fortini, L’unisex su Cime tempestose, Corriere della sera, 28 giugno 1987)

“Qua e là, l’azione è lenta e scontata. Troppo lenta e scontata – quindi anche noiosa. Altre volte si fa rapida, animata, spassosa. Tra le diverse scene – tutte danzate su musiche popolari di vari paesi – deliziosa è quella “balneare”, che ha per colonna sonora uno dei nostri inni estivi: “A, A, Abbronzatissima”. […] Nell’insieme, si resta ammirati dal gran lavoro, intelligente e professionale, da parte di tutto il gruppo. Ma anche un po’ delusi e stanchi. Chissà. Forse in questo spettacolo c’è più lavoro cerebrale e formale, quasi a tavolino, che una vocazione autentica a comunicare con la danza e a raccontare con il corpo sentimenti ed emozioni, oltreché idee e concetti”.
(Vittoria Ottolenghi, Amaro sapore di mare, Paese Sera, 2 luglio 1987)

“Anche nei momenti di “magia”, che non mancano nel corpo dello spettacolo, la ricerca sul movimento – che dovrebbe costituire la ragione fondamentale di uno spettacolo come questo – non c’è o, se c’è, approda a tante piccole scoperte dell’acqua calda, a soluzioni già viste e che non trovano nuova ragione di essere. Solo sul finale – un’imprevedibile virata di atmosfera verso la satira leggera e fresche pennellate di scena campestre – il lavoro ritrova lo stile del primo duetto”.
(Donatella Bertozzi, Monnier-Doroure, la ricerca troppo fragile, Il Messaggero, 2 luglio 1987)

Crediti

Coreografia Mathilde Monnier, Jean-François Duroure
Interpreti Elena Majnoni, Mathilde Monnier, Fabrice Dasse, Herman Diephuis, Joël Luecht, Loïc Touzé
Produzione De Hexe Production
in collaborazione con E lucean le stelle e il Centro Ricerche Spettacolo Il Labirinto