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Balletto dell'Opéra de Paris

Ballet de l’Opéra de Paris: Agon


Photo © Piero Tauro

Il Balletto dell’Opéra de Paris porta a Roma un cartellone che ne rispecchia appieno quella versatilità e ricchezza che lo hanno reso negli anni una delle maggiori compagnie di danza classica d’Europa.
Quattro coreografie hanno animato i tre appuntamenti, da Agon di Balanchine, un capolavoro senza tempo del grande maestro russo, a In the Middle, Somewhat Elevated, firmato dal provocatorio William Forsythe, passando per due lavori di Twyla Tharp: un piccolo “classico” del 1973 (As Time Goes By) e l’ormai altrettanto classico, allora novità, Rules of the Game del 1989.
Agon si giova della musica di Stravinskij, che tanto collaborò con Balanchine e che qui aggiunge un terzo lavoro “greco” ai precedenti Apollo e Orfeo: il compositore che scrisse l’opera lungo oltre due anni, proprio mentre la sua musica si evolveva verso le sperimentazioni seriali, elabora una partitura dall’impianto di base che si rifà dichiaratamente alla danza della Francia del Seicento e dallo spirito essenzialmente classico.
Delle due coreografie della Tharp, As Time Goes By andò in scena per la prima volta il 10 ottobre 1973 al Joffrey Ballet New York, e deve la sua forza e originalità all’intreccio con la musica di Haydn, di cui riprende l’idea portante: una sinfonia che lentamente si svuota mentre i musicisti smettono via via di suonare, così come sul palco la prima ballerina resta progressivamente sola, dopo essersi confrontata con il resto dei danzatori. Rules of the Game si affida invece ad una partitura di Bach, riarrangiata da Michel Colombier, e segna il ritorno della Tharp ad una danza più codificata e tradizionale dopo le vivaci sperimentazioni degli anni settanta ed ottanta.
Chiude infine l’esibizione del Balletto dell’Opéra un nuovo lavoro di Forsythe, In the Middle, Somewhat Elevated, evidente testimonianza del desiderio del coreografo di emancipare il patrimonio della danza classica – pur mantenendone le regole di base – e di creare un linguaggio aggiornato che pure affondi le sue radici nella tradizione.

AGON

Agon è stato il terzo balletto composto da Stravinskij per la nostra compagnia. Stravinskij ed io abbiamo molto discusso i dettagli del balletto: in particolare io desideravo che le danze di corte comprendessero il tradizionale pas de deux, punto forte di tutto il balletto classico. Decidemmo la durata del balletto, fissandola a 20 minuti, ed anche la durata di ciascuna sequenza.
L’opera era stata prevista da Stravinskij e da me per dodici dei nostri tecnici più qualificati. Il suo argomento non è niente altro che la danza stessa; non è un vero e proprio combattimento o una competizione, quanto una costruzione nello spazio, resa con dei corpi in movimento.
Una musica come quella di Stravinskij non può essere illustrata, bisogna cercare di trovare un equivalente visivo a quello che si ascolta. Ed anche se la partitura di Agon è stata scritta per essere danzata, non è così semplice inventare una coreografia di una densità, qualità, varietà e controllo formale simile utilizzando anche la simmetria e l’asimmetria. Robert Craft racconta nelle sue note che Stravinskij aveva visto una antica incisione che rappresentava due suonatori di tromba che accompagnavano un Branle Simple [danza fracese, diffusa nei secoli XVI e XVII, di ritmo binario o ternario, spesso accompagnata dal canto, n.d.r.], e che questo gli aveva suggerito l’idea per una scrittura in canone per questi due strumenti. Ugualmente i due ballerini devono muoversi ciascuno seguendo la partizione di una delle due trombe. È un lavoro di intarsio (come l’ebanista mette insieme le diverse forme e tipi di legno) per svelare agli occhi quello che Stravinskij offre alle nostre orecchie.
George Balanchine

La musica
L’idea di Agon risale al 1950. Stravinskij accompagnava il New York City Ballet nella sua tournée a Londra. Nel corso di una conversazione, Thomas S. Eliot, Lincoln Kirstein e Stravinskij stesso parlarono della necessità di aggiungere un terzo atto ai due balletti “greci” già composti: Apollon e Orpheus. In realtà Stravinskij di greco, conserverà solo il nome “Agon” (combattimento in danza).
Il compositore ha scritto questo balletto – destinato a Balanchine – per dodici ballerini, volendo evocare una lotta fra diversi gruppi o individui utilizzando le numerose combinazioni che gli venivano offerte da questo numero.
L’Agon si riferisce alle antiche danze della Francia del XVII secolo, ma aggiunge subito il compositore “i numeri della partitura evocano le danze di corte, come un quadro cubista ricorda una pipa o una chitarra”.
Le date di composizione delle parti successive di Agon hanno la loro importanza: la fanfara inziale (ripetuta alla fine del balletto) è del 1953; nel corso del secondo semestre del 1954 la prima metà dell’opera è già composta, interrotta alla coda che segue la gaillarde. Stravinskij aveva quindi iniziato il balletto con uno stile armonico tonale. L’opera viene ripresa nel 1956, a Hollywood, continuata a Venezia durante l’estate del 1956 e portata a termine nel 1957 negli Stati Uniti.
L’interruzione di circa due anni avvenuta proprio a metà dell’opera determinano il carattere fondamentale di questa composizione che è segnata dal continuo passaggio da episodi tonali e modali ad altri concepiti secondo le più moderne tecniche seriali.
Quest’opera fu data in concerto a Los Angeles, con la direzione di Robert Craft, il 17 giugno 1957, cioè per il settantacinquesimo compleanno del compositore, prima di essere messa in scena da George Balanchine il 27 novembre dello stesso anno.

AS TIME GOES BY
di Arlene Croce

Il balletto
È sugli ultimi due movimenti di questa sinfonia (Minuetto: allegro e trio; Finale: presto e adagio) che Twyla Tharp ha costruito As Time Goes By in scena il 10 Ottobre 1973 al Joffrey Ballet New York: iniziato all’insegna della musica con l’euforia e l’energia del grande numero, il balletto termina melanconicamente, per progressiva rarefazione dei partecipanti, con la solitudine del ballerino.
Twyla Tharp è la Nijinska della nostra epoca, As Time Goes By è un’immagine astratta dell’individuo a confronto con la società tribale. Sono in qualche modo le sue Noces.
Il balletto è costituito da quattro sezioni caratterizzate da una progressione drammatica: inizia nel silenzio con l’individuo, continua con il gruppo (sextet), poi coinvolge tutti per ritornare all’individuo.
La Tharp regala alla coreografia classica delle nuove forme di linguaggio, grazie ad una nonchalance ed una aggressività che la rende più umana.

La musica
Franz-Joseph Haydn, allora maestro di cappella al castello dei principi Esterházy, ricchi signori ungheresi, compose la Sinfonia n. 45 nel 1772. Il sottotitolo è Degli Addii data l’originalità della sua conclusione dove l’ultimo movimento che si intreccia in maniera imprevista al presto tradizionale è un adagio. Già conludere una sinfonia con un tempo lento era, a quell’epoca, una cosa molto audace, ma ancora più sorprendente è una certa teatralità che entra a far parte dell’opera: i musicisti a poco a poco smettono di suonare, abbandonano il palco ad uno ad uno per lasciare, con una nuance di pianissimo su degli accordi semplici, solo i due primi violini. Haydn, in questo modo, voleva farsi portavoce, in maniera un po’ ironica, dei musicisti stanchi di una stagione che non finiva mai, obbligati a restare al castello quando speravano invece di poter raggiungere la loro famiglia nella vicina Eisenstadt. Si dice che il principe compresa l’allusione, avrebbe finalmente mandato i musicisti in licenza.

 

IN THE MIDDLE SOMEWHAT ELEVATED

La musica

Per realizzare la musica di In the middle Somewhat elevated, Tom Willems ha utilizzato un campionatore (che permette di memorizzare qualsiasi suono, di origine acustica o sintetica, e di trattarlo e di suonarlo), sottraendo i suoni al loro contesto e manipolandoli così in maniera totale, come in uno studio di registrazione.

La coreografia

“Il vocabolario non è, e non sarà mai, vecchio. È la scrittura che invecchia. Non mi pongo il problema di sapere se sono un coreografo “classico”, semplicemente, per me è più facile parlare il linguaggio classico.
Posso utilizzarlo anche per scrivere delle storie di oggi”, dice Forsythe.
All’Opéra, con i ballerini da lui scelti, ha sperimentato le differenti possibilità di sfruttare il movimento a partire da elementi di base (le parole erano le stesse, ma le frasi divenivano differenti secondo ogni ballerino). Ogni prova è stata ripresa con il video; il coreografo ha poi selezionato giorno dopo giorno, ciò che gli sembrava migliore. Poi ha messo insieme, incollato – come un puzzle – le differenti proposte, poi ha tagliato e montato, come in un film, per costruire un nuovo “tema con variazioni”.

RULES OF THE GAME
di Twyla Tharp
Rules of the game… Questo titolo mi piace molto, non solo perché ricorda un film di Jean Renoir, ma anche perché riflette le mie preoccupazioni attuali: non cerco di liberarmi della tradizione né della cultura classica del balletto, ma al contrario cerco di utilizzare in pieno quello che i ballerini hanno imparato e quello che sanno fare, per spingerli ancora più in avanti e portarli a giocare con la loro tecnica e le loro capacità. Le regole, allora, non sono più restrizioni: una volta apprese, si può giocare a superarle. Per molti anni ho cercato di non usare le regole. Ma stilizzarle voleva dire, necessariamente, formarne delle altre: e poi, un giorno, ci si domanda perché non si lavora a partire dalle regole esistenti.
Non voglio essere né postmoderna, né post-avanguardia, ed ancora meno neoclassica o post-classica. Contemporaneo, è quello che succede adesso, classico è quello che continuerà.
Questa volta ho voluto che il movimento procedesse all’unisono con la musica.
Sulla musica di Bach – esaminata battuta dopo battuta – ho costruito, per un quartetto di solisti ed un coro di otto ballerini, una architettura fantasiosa che ingloba tutti gli stili, tentando con (o nonostante) questa varietà di linguaggi e questa velocità tecnica di farla aderire il più possibile alla musica: di seguirla senza illustrarla, di potersi mettere in parallelo con lei senza fare dei pleonasmi, di intrufolarsi nei suoi ritmi o farsi portare dalle sue onde, come se la mia coreografia facesse il surf sulle note.

Rassegna stampa

“Tonificante serata l’altra sera a Villa Medici per il Festival Romaeuropa, complici le suggestioni del luogo, il fascino del giardino illuminato, la bellezza del palazzo a ridosso dei ballerini, ma sostanzialmente per l’esibizione dei danzatori dell’Opéra di Parigi in un programma molto ben congegnato. Da Balanchine a Forsythe, come dire l’alfa e l’omega del balletto moderno, un arco tracciato nello spazio a convincerci di molte cose. Nell’assistere alla riproposta di Agon (1957) e poi ai balletti di quelli che si possono considerare i nipotini e gli eredi di Balanchine: Twyla Tharp e William Forsythe, si può capire la dimensione del genio di Balanchine che sessant’anni fa (Apollo) poi trentadue anni fa (Agon, per l’appunto) anticipò quelli che sarebbero stati i grandi eventi del balletto moderno, “concertante” o, comunque, astratto. […] Con danzatori di eccellente preparazione e soprattutto di solida base classico-accademica, i due coreografi [la Tharp e Forsythe] si trovano a loro agio nel sovrapporre alla base un vertice fatto di sorprendenti sviluppi di danza contemporanea. Una danza che ha l’occhio costante all’acrobatico, a certe inflessioni che fanno molto Broadway (nella Tharp di As Time Goes By e di Rules of the Game), il balletto concertante perde con lei la compostezza sovrannaturale di Balanchine per avvicinarsi più a noi umanizzando la concezione coreografica. […] Più forte di lei Forsythe edifica con In the Middle, Somewhat Elevated il suo ultimo capolavoro creato apposta sulla misura dei ballerini dell’Opéra. Su una musica ossessiva, nevrastenica (di Tom Willems), manipolata al computer, questo balletto è percorso da un’emozione profonda senza cedimenti. Abbiamo riconosciuto, fra gli altri interpreti, la tecnica perfetta, la classe di Jean Guizerix, ben tornato anche lui, di Manuel Légris e di nuove forze giovanili”.
(Alberto Testa, Balanchine e nipoti, la Repubblica, 12 luglio 1989)

“Le innumerevoli citazioni, quasi letterali, della Tharp e di Forsythe, proprio dal Balanchine di Agon rivelano chiaramente, per l’uso spregiudicato e originale che entrambi fanno di quel materiale, sia il mutare delle influenze – la danza commerciale e d’intrattenimento della Tharp, l’Europa labaniana per Forsythe – che il trascorrere degli anni. Agon è una sorta di “Eden” coreografico dove tutto ancora si raccoglie in una serena ricomposizione di armonie e disarmonie che sembrano farne un intramontabile classico del nostro tempo, intangibile nella propria geniale modernità, ma l’opera di Forsythe lo data inesorabilmente a un periodo della storia, la prima metà del nostro secolo, in cui recondite armonie potevano ancora fiorire sul terreno della coreografia contemporanea”.
(Donatella Bertozzi, Gran finale con l’Opéra di Parigi, Il Messaggero, 13 luglio 1989)

“Troppo spesso si è affermato che la danza classica è repertorio da museo, un linguaggio morto, incapace di svilupparsi in senso moderno. Lo spettacolo presentato a Villa Medici dall’Opéra di Parigi smentisce tale assunto, dimostrando che la strada del balletto classico è ancora aperta verso attuali e inesplorati percorsi, sterminati orizzonti capaci di offrire forti e moderne emozioni.
Il programma presentato dall’Opéra ha infatti un taglio decisamente contemporaneo. Moderno è il presentare, non étoile di fama internazionale, ma una compagnia di giovani e perfetti danzatori, tutti primi ballerini. Moderno è inoltre il programma, interamente incentrato su coreografie astratte e formali di stampo neoclassico, che scorrono tra Balanchine, Twyla Tharp e William Forsythe, in un significativo ed efficace excursus nella danza classica del nostro secolo”.
(Francesca Bernabini, Così moderni, così neoclassici, Corriere della Sera, 12 luglio 1989)

“Una serata abbagliante quella proposta da Villa Medici con il Balletto dell’Opéra di Parigi, un’occasione irripetibile e assai rara nella nostra capitale di potersi lustrare gli occhi con arabesques purissimi, pirouettes vorticose e una programmazione accurata dei brani presentati. Non c’è nulla di casuale, infatti, o di improvvisato in questa splendida compagnia che sfoggia una tecnica ferrea e una disinvoltura fresca nel passare dallo stile classico e rarefatto di Balanchine alle sperimentazione più convulse di Forsythe. Del resto, la linea ideale che collega le tre firme delle coreografie in programma (George Balanchine, Twyla Tharp e Billy Forsythe) è proprio l’impostazione classica, sia sublimata e rigidamente geometrica come la pensa Balanchine, sia riscoperta e liberamente rifluita nell’ispirazione della Tharp, sia destrutturata e rivisitata dalle invenzioni di Forsythe. E se lo stravinskiano Agon impegna i danzatori in uno sforzo, a tratti visibile, per riportare tutta la classica purezza desiderata da Balanchine, l’interpretazione si fa più convinta e fluida nelle coreografie degli autori più moderni”.
(Rossella Battisti, Profili in rosso antico, l’Unità, 12 luglio 1989)

Crediti

Ensemble Ballet de l’Opéra de Paris
Direttore della danza Rudolf Nureyev

AGON
Musica Igor Stravinskij
Coreografia George Balanchine (1957)
Direzione delle prove Aleth Francillon
Danzatori (Primo Passo a Tre) Karin Averty, Marie-Claude Pietragalla, Laurent Hilaire (10, 12 luglio), Manuel Legris (11 luglio); (Secondo Passo a Tre) Monique Loudiéres (10, 12 luglio), Elisabeth Platel (11 luglio), Kader Belarbi, Wilfred Romoli; (Passo a due) Elisabeth Platel (10, 12 luglio), Clotilde Vayer (11 luglio), Jean-Yves Lormeau, Nathalie Aubin, Virginie Kempf, Nathalie Riqué, Cécile Sciaux

AS TIME GOES BY
Musica Franz-Joseph Haydn (3° e 4° movimento della Sinfonia n. 45 Les Adieux)
Coreografia Twyla Tharp
Costumi Chester Weinberg
Direzione delle prove Jean Guizerix
Danzatori (Sestetto) Monique Loudiéres (10, 12 luglio), Marie-Claude Pietragalla (11 luglio), Jean Guizerix, Karin Averty, Jean-Cristophe Paré, Delphine Moussin, Gil Isoart, Laurent Novis, Natacha Quernet, Beatrice Martel, Laure Muret, Claire-Marie Osta, Vanessa Lebouc, Fabien Roques, Cyril Fleury, José Valls, Jean-Guillaume Bart

RULES OF THE GAME (1989)
Musica Johann Sebastian Bach (Sonata per violino in Sol minore BWV 1001), Michel Colombier
Coreografia Twyla Tharp
Costumi Gilles Dufour
Direzione delle prove Patricia Ruanne
Danzatori Isabelle Guérin (10, 12 luglio), Fanny Gaïda (11 luglio), Carole Arbo, Manuel Légris, Lionel Delanoé (10, 12 luglio), Stéphane Elizabé (11 luglio), Véronique Doisnau, Nathalie Riqué, Cécile Sciaux, Eric Camillo, Pierre Darde, Félix Vivian (11 luglio), Ludovic Heiden

IN THE MIDDLE, SOMEWHAT ELEVATED
Musica Thom Willems
Coreografia, costumi, luci William Forsythe
Direzione delle prove Aleth Francillon
Danzatori Monique Loudiéres, Isabelle Guérin (10, 12 luglio), Elisabeth Platel (11 luglio), Laurent Hilaire, Manuel Legris (10, 12 luglio), Kader Belarbi (11 luglio), Clotilde Vayer (10, 12 luglio), Carole Arbo (11 luglio), Marie-Claude Pietragalla (11 luglio), Fanny Gaïda (10, 12 luglio), Lionel Delanoé (10, 12 luglio), Wilfried Romoli (11 luglio), Nathalie Aubin, Virginie Kempf