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Trisha Brown

Trisha Brown: Foray Foret, Pour MG: The Movie, One story as in falling


Photo © Piero Tauro

 

Nel 1989 Dominique Bagouet, coreografo in residenza presso il Centre Chorégraphique National de Montpellier, invita, per qualche mese, la coreografa americana Trisha Brown ad assumere la direzione del centro ed a guidare i suoi danzatori. L’offerta di Bagouet sollecita in modo specifico due interessi della coreografa americana: lavorare con un importante gruppo di danzatori francesi e sviluppare un progetto di collaborazione con la Francia che, sin dall’inizio, sostiene la sua attività.
Nasce così One story as falling, la prima coreografia creata da Trisha Brown appositamente per danzatori francesi. La scena, delimitata agli angoli da parallelepipedi bianchi, vede muoversi un gruppo di ballerini in giallo attorno all’unica solista donna, in bianco: all’interno delle figure geometriche, i danzatori appaiono come blocchi gelidi e impersonali, mentre eseguono disegni coreografici che richiamano la danza-architettura del Bauhaus, simbolo di un movimento asciugato da ogni spettacolarità.
Tracce di geometria, riconoscibile segno ieratico della danza della Brown (anch’essa in scena), sono l’anima di Pour MG: the movie, la prima delle tre creazioni nate dal soggiorno in Francia della coreografa: i ballerini, vestiti in rosa, muovendosi a scatti, compiono ripetitivi percorsi in una coreografia quasi scultorea, dove “ogni movimento è l’ultimo”, ma “anche l’inizio del seguente”.
Infine, in Foray forêt, pièce ispirata alla vita nella foresta, l’evocazione di un mondo distante e lontano vive da una parte attraverso le azioni che, come giocando con le diverse parti del corpo, si rimandano l’una all’altra, e dall’altra nella potenza della scenografia di Rauschenberg che, nelle luci dorate e argentee, ricorda un paesaggio lunare, essendo la luna, come afferma la stessa Brown, simbolo di “un mondo astratto dotato di una propria spiritualità”.
Tre coreografie che manifestano la totale passione della Brown per l’analisi del movimento, che è interno, ma anche esterno: geometrie che nel rapporto verticale-orizzontale liberano la memoria del corpo e quella dello spirito.

Coreografia Trisha Brown
Interpreti Trisha Brown Company, Compagnia Dominique Bagouet

POUR MG: THE MOVIE (1991)
Musica
Alvin Curran
Luci Spencer Brown
Costumi Trisha Brown
Danzatori Trisha Brown, Liz Carpenter, Nicole Juralewicz, Kevin Kortan, Will Swanson, David Thomson

FORAY FORÊT (1990)
Scenografia Robert Rauschenberg
Luci Spencer Brown
Musica di banda
Danzatori Trisha Brown, Liz Carpenter, Nicole Juralewicz, Kevin Kortan, Gregory Lara, Carolyn Lucas, Diane Madden, Trish Oesterling, Will Swanson, David Thomson

ONE STORY AS FALLING (1992)
Scenografia e costumi Roland Aeschilimann
Musica Alvin Curran
Costumi Dominique Lacoustille
Luci Spencer Brown
Danzatori Hélène Cathala, Matthieu Doze, Dominique Jégou, Gregory Lara, Sylvain Prunenec, Fabrice Ramalingom, Will Swanson, Juan Manuel Vicente

 

DOMINIQUE BAGOUET / TRISHA BROWN: UN INCONTRO

C’è una parentela fra l’opera di Dominique Bagouet e la mia, e un rispetto.
Nasce un’avventura rara: sei danzatori nuovi con un’estetica e una formazione diverse coprono cinque mesi e due continenti. Sono lunghe giornate di dure prove, di nuove esperienze, di cucine linguistiche nella sala prove.
La fusione di due storie, quella francese e quella americana, porta alla creazione di un’opera, in un contesto nuovo e coerente. Viva la Francia!
Trisha Brown

Scoprire l’arte di Trisha Brown proprio quando cominciavo il mio lavoro di coreografo mi ha toccato così profondamente che la mia curiosità non si è mai alterata.
Seguire più tardi la sua ricerca, sul filo dei diversi festival, mi ha provocato ogni volta un’emozione nuova, che faceva eco al mio desiderio di aprire il Centre Corégraphique National de Montpellier a percorsi diversi dal mio. Così, non appena questo diventò possibile, fu del tutto naturale proporre a Trisha, per prima, di venire a lavorare da noi con la sua compagnia, per creare un pezzo originale. Accettò con entusiasmo. Era per me la realizzazione di un vecchio sogno.
Dominique Bagouet

 

UN MISTERO CONCRETO
di Trisha Brown

Ho accumulato il mio piccolo sapere e la fiducia nel mio corpo attraverso anni di errori e di correzioni di errori, con l’aiuto di qualcuno che mi mormora nelle orecchie.
Mi racconta storie di peso, di luoghi ben definiti, di respirazione, di movimenti semplici. Ma il corpo è il dato indiscusso della danza. È il luogo dove ogni sorta di sogno può sbocciare.
Al momento dell’invenzione c’è un pensiero, un motivo, l’invio di un messaggio, e il corpo si entusiasma nell’azione. Al momento del fare corrisponde il momento del sapere, e in quel momento si prende la decisione: mantenere la rotta o provare di nuovo. Se si deve mantenere la rotta, se i criteri sono evidenti, allora certe forze su un certo asse si mettono in marcia per dare carne alla memoria del primo atto. Dico “primo atto” perché la qualità dell’innocenza presente originariamente al momento del fare, prima del sapere, è ugualmente riconquistata. La creazione di questo fatto è ri-creazione. La ri-creazione di un impulso liberato. Voi ricreate soltanto nell’aria, con le due memorie, quella del corpo e quella dello spirito. Cerco di essere concreta per parlare di questo mistero che stuzzico ogni giorno.
Utilizzo e riutilizzo la relazione del verticale e dell’orizzontale mentre il corpo si apre un passaggio attraverso l’addizione di angoli a 45 o 90 gradi: queste linee e questi angoli sono il fondamento della mia danza.
Essi procurano una chiara istanza visiva, un luogo sicuro per l’occhio dello spettatore in relazione all’invenzione. Questa ricerca ha condotto a una visione del corpo come pezzo di mobilio, non necessariamente utile come un mobile, ma solidamente costruito, quadrato, rispondente ai principi dell’equilibrio, del sostegno, e capace di conservare la propria forma, una volta appoggiato sui piedi o sui lati. Il corpo non organico. Il corpo come oggetto.
A queste attente geometrie, oppongo il contrario. Mi vedo sollevata nello spazio la testa in basso, ed è proprio questo che avviene. Prima vedo, poi sono ciò che vedo.
Il signor Spock ed io inauguriamo il teletrasporto. La logica si stacca dal manico. Tace il cervello della parola. Il corpo è ascendente.
Oltre l’invenzione, ogni movimento è responsabile del contesto nella sua totalità, di ciò che precedeva e di ciò che seguirà. Non anticipiamo un’azione, il dispositivo è rivelato apertamente ma non eseguito con l’energia dell’ “eccoci!” che lo separerebbe dalla totalità.
Ogni movimento è l’ultimo. E anche l’inizio del seguente. Il passato è legato al futuro da una frazione di tempo che si isola nettamente dai due momenti. La partecipazione mi affascina. Immersa e distaccata, pronta all’azione, quasi fosse semplice come “buongiorno”. Ma ci vuole più di un buongiorno. Ciò che ci vuole, è il saper fare e il senso del ritmo in relazione con le articolazioni e le leve come linee di forza che aspirano e ci guidano dentro – fuori attraverso le parti indissociabili di un tutto e di altre azioni. La forza muscolare è uno strumento, risalire le correnti è un altro. Ma è importante ciò che ne risulta, o con, o a causa di.
Per ogni nuova danza, c’è una serie di principi organizzatori che determina la forma e la natura di quel lavoro. La coreografia e la danza sono il risultato di quei principi. E la loro interazione è il gioco che mi appartiene.

 

Rassegna stampa

“L’artista è una sperimentatrice indefessa, una di quelle figure intellettuali apparentemente lontane mille miglia dalle tensioni della quotidianità, che tuttavia a quella quotidianità guardano con molto interesse, onde trascriverla in forma ovviamente sublimata”.
(Marinella Guatterini, Trisha Brown, la danza che non fa più scalpore, l’Unità, 10 luglio 1992)

“Trisha Brown in questi ultimi dieci anni ha recuperato il danzatore professionista e la dimensione teatrale trascinando in questo suo cammino artisti come Robert Rauschenberg, uno dei più significativi autori della pop art […]. Stessa ansia di rinnovamento ha spinto Bagouet […] a trasformarsi da coreografo “delicatamente fiorito e barocco” cesellatore di immagini evanescenti e malinconiche in autore calligrafico e geometrico, rigoroso nella composizione delle frasi danzate astratte e dalle linee purissime”.
(Francesca Bernabini, La freddezza dell’astrattismo, Corriere della Sera, 12 luglio 1992)

“La visione delle azioni dei danzatori si fanno di minuto in minuto più chiare. In Foray forêt, ispirata alla vita della foresta, con sottofondo di banda musicale, la compagnia in abiti lamé […] esegue movimenti per giocare, ricordare, ripetendo un gesto precedente in un’altra parte del corpo, in un momento successivo. Seguire la scrittura di Trisha Brown diventa così affascinante come la risoluzione di un logaritmo”.
(Fabiana Mendia, Far balletto puntando solo sul linguaggio dei corpi, Il Messaggero, 13 luglio 1992)

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