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Rica Blunck

Drifting or 500 different ways to bang your head


Una gru con un lungo braccio perennemente in movimento a diverse altezze, come un fisico ed incombente mostro meccanico, troneggia all’interno di un quadrato che ha tutte le fattezze di un ring. Rica Blunck visualizza in questo modo il terreno di gioco, o meglio ancora, il campo di battaglia dello scontro/incontro fra macchina e uomo. La macchina costringe a movimenti frenetici, – scanditi dai ritmi sostenuti dell’hip hop che il dj Pee Dee mixa a vista sul palco -, obbliga a salti e piegamenti per evitare l’urto con il braccio meccanico, induce quindi a dimenticare le leggi di natura per adeguarsi alla sua presenza, mentre emerge con evidenza l’impossibilità di instaurare rapporti interpersonali.
Drifting, or 500 different ways to bang your head (ovvero “500 diversi modi di rompersi la testa”) prosegue l’analisi condotta dal gruppo tedesco Coax che con i suoi lavori intende mostrare le conseguenze del rapporto fra l’uomo ed una società che sembra negarne la natura profonda. Nella coreografia, tesa precisa dinamica, la macchina, creata dallo scultore Baginsky, con il suo braccio metallico ai cui movimenti ed alla cui presenza i danzatori devono adattarsi, rappresenta l’ingombrante contesto che induce una convivenza spesso sconfinante nella negazione della propria più intima ed essenziale natura.

Compagnia Coax
Coreografia Rica Blunck
Danzatori Rica Blunck, Karin Lechner, Marek Jason Isleib, Arthur Stäldi
Disc- jockey Pee Dee
Macchina Nicolas A. Baginsky
Scene Carsten Wiese
Costumi Silke Löhmann
Luci Matthias Hagel, Sönke Sämer

Coproduzione COAX, Kampnagel Internationale Kulturfabrik Hamburg, OFF – TAT, Frankfurt

 

Rassegna stampa

“La loro gestualità, ossessiva, esagerata, schizzoide, ironica, è legata a un rituale. Si fanno il segno della croce (non completo), mimano l’impugnare un ricevitore telefonico, si passano una mano tra i capelli. Mescolano gesti sacri e profani, caricano con energia i loro corpi, forti, che comunicano emozioni e sentimenti. Il problema del rapporto uomo-macchina alla fine dello show si risolve, in una non mitizzazione della macchina, che mai diventa feticcio o idolo”.
(Fabiana Mendia, Uomo e macchina, vita difficile, Il Messaggero, 18 luglio 1993)

“Ne nasce una danza della resistenza che non conosce la distrazione: chi si distrae in guerra è perduto. Come è perduto anche il concetto estetico della perfezione tecnica del gesto: la precisione qui si fa sopravvivenza. Ne viene uno stile veloce, puntuale, spezzato, dove solo a tratti, con la naturalezza che è della spezzatura, riaffiorano tecnicismi classici come una memoria che torna all’improvviso prepotente per poi essere subito abbandonata”.
(Giulia D’Intino, Il palco è un ring e i ballerini lottano con le macchine, Paese Sera, 20 luglio 1993)

“E all’interno di questa costrizione diventano, a seconda dei casi, antagonisti o complici, si cercano disperatamente per intrecciare frasi, contatti frustrati, un barlume di sentimento subito negato. Erotismo, sessualità, amore gli sono impediti, riescono a strappare solo brevi attimi vissuti freneticamente, quasi con rabbia. […] Riferimenti molteplici quelli dei Coax, alla dimensione industriale appunto, ma anche a percorsi successivi, l’incubo tecnologico, l’uomo-macchina, il cyborg. Cuore, emozione e carne risucchiati da metallo, ferro, bulloni, da suoni che ne impediscono la vitalità. Un gioco estremo almeno in potenza che resta però un’occasione mancata”.
(Cristina Piccino, “Drifting”, la danza alla deriva del gruppo Coax, Il Manifesto, 20 luglio 1993)

 

RICA BLUNCK: LA DANZA TEDESCA NON SMETTE DI GUARDARE LA REALTÀ
di Francesca Pedroni

Dalla danza libera degli anni ’20 al più recente “tanztheater”, la Germania, si può ormai dire per tradizione, è un paese la cui coreografia è attenta al clima socio-politico di appartenenza e ai conflitti personali dell’uomo. Il tavolo verde (’32) di Kurt Jooss – superbo manifesto contro la politica del tempo – o quel capolavoro sulla incomunicabilità che è Cafè Müller (’78) di Pina Bausch bastino ad esempio.
Oggi, a distanza di un ventennio dalle prime affermazioni del “tanztheater” della Bausch, di Kresnik, della Hoffman e della Linke, peraltro ancora in pieno vigore, affrontare nella coreografia le problematiche sociali tipiche del proprio tempo è un punto di partenza anche per vari autori della più recente avanguardia. Allusioni al crollo del muro di Berlino o ai pericoli insiti nel rinato razzismo non sono infrequenti. La giovane compagnia Coax, diretta ad Amburgo da Rica Blunck – coreografa formatasi in seno alla Rotterdamse Dansacademie – conduce la propria ricerca mettendo a confronto sul palcoscenico uomo e macchina. Il tipico contrasto del mondo contemporaneo tra natura e industrializzazione, anima e tecnologia viene reso attraverso la realizzazione di spettacoli in cui il danzatore modula la propria performance in rapporto a fantastici e ossessivi oggetti meccanici in movimento.
La Blunck lavora in coppia con lo scultore Nicolas A. Baginsky. La sua sperimentazione di origine multimediale è caratterizzata da un ritmo dinamico e aggressivo. Archetyp, prima creazione sul confronto uomo-macchina, nasce nell’88 dalla collaborazione tra i grupi “Humunculus Project” e “Ancient Fun”. L’ambiente nel quale il danzatore si muove è popolato da robots e da particolari apparecchi telecomandati che trasportano i danzatori nello spazio. In Coax, il lavoro da cui la compagnia prenderà in seguito il nuovo nome, i danzatori sono inizialmente imprigionati in una gabbia d’acciaio. Fuori, il mondo delle macchine. Liberatisi dalla prigione, escono allo scoperto. In breve tempo subiscono l’influsso dei robots. Lo stile del movimento muta, si sclerotizza: la nuova condizione ha dato veramente la libertà? – sembra chiedersi la Blunck. Un’allusione alla caduta del muro di Berlino non sembra improbabile.

Drifting – or 500 different ways to bang your head è l’ultima creazione di Coax. In centro una struttura rotante, una gru con un braccio lungo cinque metri, che può abbassarsi fino a 30 centimetri da terra. I quattro danzatori, due donne e due uomini, sviluppano in rapporto alla omnipresente macchina una danza energica, sfrontata, sporcata da citazioni arrabbiate di tecnica classica, interrotte da violente cadute al suolo. L’abbigliamento è in sintonia: scarpe da ginnastica, ginocchiere, pantaloncini e magliette, completato per le donne da un tutù. Uno stile punk che sembra uscito da certi reportages televisivi sulla Berlino notturna e che ben si accompagna alla musica volutamente ripetitiva e intervallata da distorsioni dello spettacolo.
In Drifting il rapporto tra uomo e macchina è ancor più conflittuale che nei brani precedenti. La struttura rotante è inesorabile elemento di disturbo. I danzatori sono costretti a piegarsi, sdraiarsi, saltare. I tentativi lascivi e frenetici di costruirsi rapporti interpersonali falliscono. Coax affronta a suo modo un problema del secolo: attraverso la danza, stravolta dalla tecnologia, dà una lettura grottesca della nevrosi contemporanea.