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Daniele Abbado / Roberto Andò / Nicola Sani

Frammenti sull’Apocalisse


Photo © Piero Tauro

Ispirato direttamente tanto dalle varie versioni dell’Apocalisse evocata da Giovanni, Geremia, Ezechiele e gli altri profeti, che dalla visionarietà contemporanea di Kafka, Eliot, Enzensberger, Frammenti sull’Apocalisse è un patchwork multimediale che riflette sul rapporto fra testo, musica e immagini utilizzandolo come metafora il caos stordente della società contemporanea, e trovando una particolare ispirazione nell’esperienza del “teatro musicale” di tradizione ebraica di Moni Ovadia. Daniele Abbado, artista che da anni conduce una personale riflessione e ricerca nella direzione di una reale sinergia fra immagine, musica e testo, afferma come “Alla base è la necessità di esprimere, attraverso la coesione di elementi visivi, musicali, testuali e spaziali, un “sentimento etico” del mondo contemporaneo vissuto nella impossibilità apparente di una moderna teleologia”. Fotografia drammaturgica della “disgregazione culturale” del contemporaneo, Frammenti sull’Apocalisse riflette lo smarrimento sociale anche nel suo costante trasgredire e poi riprendere le regole teatrali. Un naufragio contraddittorio fra musica, testi, video e gesti protagonisti di “una catastrofe destinata a ricomporsi costantemente in un ordine simbolico superiore”. (Guido Barbieri)

Di Daniele Abbado, Roberto Andò, Nicola Sani
Con Moni Ovadia, Michele De Marchi, Lello Serao
Fiati Eugenio Colombo, Giancarlo Schiaffini
Percussioni Gianluca Ruggeri
Ensemble Banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio diretta da Silverio Cortesi
Drammaturgia delle immagini Daniele Abbado, Roberto Andò
Programmi video Luca Scarzella, Cinzia Rizzo
Testo Roberto Andò
Musica Nicola Sani
Ideazione e Regia Daniele Abbado
Pitture proiettate e computer-animation Mario Sasso
Storyboard e montaggio sincronizzato Cinzia Rizzo, Luca Scarzella
Immagini di repertorio a cura di Filippo Porcelli
Spazio scenico Giordano Mancioppi
Costumi Luigi Perego
Scenografo-costumista collaboratore Marina Luxardo
Luci Marco D’Andrea
Regia del suono Luca Spagnoletti
Live Electronics Stefano Benedetti, Paolo Antonini, Roberto Carapellucci (C.P.T.V. Post-produzione Audio, Salario 2, RAI, Roma)
Trascrizioni bandistiche Silverio Cortesi, Lucio Gregoretti

Produzione Romaeuropa Festival ’95
In collaborazione con Associazione “I Teatri” di Reggio Emilia, CRT – Centro di Ricerca per il Teatro – Milano, Teatro Regio di Parma, Radio-RAI, RaiTre, G. Ricordi & C. – Milano, Centro Videoarte del Palazzo dei Diamanti – Ferrara, Studio Azzurro – Milano, MusicaDuemila
Opera commissionata dal Cidim
Durata 75′

 

L’ALGORITMO DELLA TRASFORMAZIONE
di Guido Barbieri

In un saggio dal titolo ariosamente epico, Gli irati flutti, William H. Auden inscrive il topos letterario del naufragio in una cornice esplicitamente anti-romantica. Lo “shipwreck”, secondo il poeta inglese, non è affatto la metafora dell’inabissamento della coscienza, della caduta dentro se stessi o di ogni rinuncia al mondo. Rappresenta, al contrario, una semplice trasformazione di stato: dalla pretesa unità, vigile e salda, del sé, alla fertile e febbrile frammentazione della esistenza, dal l’illusione della “fine del tempo” alla certezza di una metamorfosi continua e senza tempo. A questa stessa logica metamorfica sembrano ispirarsi i Frammenti sull’Apocalisse che Daniele Abbado, Roberto Andò e Nicola Sani traggono ora dall’originario bozzolo radiofonico per liberarne una creatura compiutamente teatrale. Una “poetica della metamorfosi” denunciata sin dalla natura tipicamente antifrastica del titolo. L’Apocalisse è, nella tradizione profetica occidentale, accadimento forte, indissolubile, definitivo, risultato di una concezione coerentemente unilineare del tempo e della storia. Dunque l’idea di frammento risulta totalmente estranea alla rivelazione escatologica. Infatti non all’illustrazione di un metafisico telos tendono i Frammenti raccolti in queste pagine, bensì alla rappresentazione delle inquiete trasformazioni subite, nel tempo e nello spazio. dai “vocaboli poetici” dell’Apocalisse. La poetica della metamorfosi e la dinamica della trasformazione costituiscono del resto la nervatura, la spina dorsale, delle catastrofi della modernità. I “sistemi complessi” – ha spiegato Rene Thom qualche anno fa – vivono di “catastrofi” continue, interpretabili, entro una certa misura, attraverso un “algoritmo” ossia un procedimento di calcolo. Il cui percorso si intravede in filigrana anche dietro i suoni, le voci, le immagini di questi Frammenti. Il testo di Roberto Andò, ad esempio, non racconta alcun naufragio, alcuna profezia, alcuna Apocalisse storica. Si limita ad evocare, con un disegno ellittico e allusivo, la figura simbolica di un naufrago che patisce le “sette piaghe” (sette sono le parti in cui si “frammenta” il testo) di una catastrofe destinata a ricomporsi costantemente in un ordine simbolico superiore. Un sistema non narrativo, dunque, il cui algoritmo è costituito dalle piccole derive lessicali che conducono la lingua al tono “alto”, oracolare, del vaticinio. Anche la “partitura sonora” di Nicola Sani procede per variazioni infinitesimali, a volte quasi impercettibili, di materiali mobilissimi e in continua mutazione. Il controllo rigoroso sulla “timbrica” di base (solo fiati e percussioni) crea un ordito di fibre forti ed “elementari”, profondamente radicate nella materialità del suono. Su questa rete si disegna la trama dei suoni artificiali, elaborati secondo parametri che potremmo dire di “trasformazione relativa”: le voci strumentali si modificano con estrema rapidità e migrano ripetutamente verso le sponde della “concretezza” (la pioggia, i lamenti…), senza mai smarrire, però, la loro origine sorgiva. L’algoritmo della trasformazione, in questo caso, è rappresentato dall’estremo grado di visibilità, di figuralità immaginativa del materiale sonoro (denunciando, così, la radice esemplarmente ‘radiofonica’ di questo lavoro). Alle derive della lingua e alle immagini dei suoni imprime un cursus rappresentativo l’allestimento “teatrale” di Daniele Abbado. Una scena costruita soltanto di pareti visive (schermi, pitture fotografiche, ecc…), sulle quali scivolano gli ideogrammi materiali dell’Apocalisse. Immagini a due dimensioni che si espandono però nello spazio. L’algoritmo della trasformazione è dato infatti, in questo caso, dalla formula della moltiplicazione. Le “sette piaghe”, le “sette parole” dell’Apocalisse seguono altrettanti percorsi visivi, tutti diversi e tutti simultaneamente “agiti” sulla scena, a testimoniare la vanitas di una ricomposizione unitaria dei frammenti della catastrofe. Come racconta il Libro di Daniele, l’Apocalisse non è mai fine, è sempre e solo mutamento, trasformazione, ansia. La stessa che prende alla gola anche il naufrago di Auden, morso, ma mai ucciso, dall’ira dei flutti.

 

LA MUSICA
di Nicola Sani

Contrasti sonori ed elementi in continua trasformazione sono i criteri fondamentali della scrittura musicale di Frammenti sull’Apocalisse. Il linguaggio stesso di questa rappresentazione incentrata sul tema della annunciata compresenza della catastrofe, sprofonda in un mare di sonorità, da dove emergono sovrapposizioni del tempo, come strati di rocce sedimentati dalla storia, richiami a tradizioni del passato, lacerazioni del presente, raffigurazioni di un futuro che sfuggono alle iconografie consolanti di una fine illusoria. Entrano a fare parte di questa vasta area di sonorità diversi tipi di strumenti, diversi modi espressivi e diversi linguaggi musicali. Dagli strumenti tradizionali (fiati e percussioni) a quelli elettronici, dalle voci alla banda popolare, dai suoni concreti alle elaborazioni digitali dei live electronics, tutti questi elementi si fondono in un linguaggio della molteplicità, in cui si innescano processi di azione e reazione, attraverso il continuo rimando all’azione teatrale, al testo, alle immagini video, alla pittura e alla gestualità stessa dei diversi aspetti della prassi esecutiva. “Fui in spintu in dominica die et audivi post me vocem magnam tamquam tubae, dicentis:…” scriveva Giovanni nel primo capitolo della sua Apocalisse, e quella della voce simile ad un suono di tromba è solo una delle tante evocazioni sonore che attraversano quel testo, e di cui la più fragorosamente spaventosa è quella del silenzio che segue l’apertura del settimo sigillo. L’unica ad essere paradossalmente indicata con una precisa identificazione temporale: “si fece silenzio in cielo per quasi una mezz’ora”. Un silenzio inaudito, che non è fine ma passaggio, che segna un rapporto, una distanza inesorabile, un vuoto incolmabile, tra la caoticità del nostro universo sonoro umano (“un gorgo di parole, cantici, bugie, residui: è rottame che danza…”), attraente e consolatorio e l’immortale aspirazione al divenire infinito. Ed è proprio nella ricerca di questi contrasti, nella loro messa a nudo, nella loro deflagrazione in un’area di sonorità senza limiti, la chiave musicale di questa rappresentazione.

 

IL PROGETTO DEI FRAMMENTI SULL’APOCALISSE
di Daniele Abbado

La terra deserta e muta, l’umanità improvvisamente sottratta, il fragore dell’annientamento e poi un silenzio terribile: questo ci fa immaginare Giovanni nell’Apocalisse, esprimendo a tratti il tono definitivo del rancore. E poi Geremia, Ezechiele e altri profeti, che più di tutti hanno dovuto trasmettere la minaccia del Dio tremendamente irato. Questa una delle origini del progetto, la sua radice più lontana. Giovanni definisce con assoluta meticolosità tutti i passaggi progressivi della fine: il Tempo, condensato su di un’unica scena, diventa protagonista; come se tutti i purgatori quotidiani perdessero la loro opacità e si concretizzassero in un unico attimo. Il dato certo del progetto, altra sua origine, è nell’aver cercato la limpidezza di tale “coscienza della fine” attraverso grandi testimoni di questo secolo quali Kafka, Eliot, Enzensberger, trovando una corrispondenza di voci che esprimono il bisogno di una eticità alta di fronte ai segni della fine. Da questa intenzione è partito lo sviluppo di un progetto particolarissimo pensato su più piani – gli attori, le immagini, i suoni – che consentano simultaneità, accumuli, contrapposizioni e sottrazioni. Passando al lavoro concreto, si tratta ora di ricercare le modalità espressive che rendano percettibili sia la risata cattiva e vendicativa per i distruttori e i mercanti del dopo-la-fine, che la commozione e il disorientamento per la perdita di intelligenza e di umanità in cui non si avvertono più le trasformazioni del nostro universo.
Una buona regola: il lavoro è nella forma, non si dovrebbe dire. Quello che si può raccontare di questo spettacolo è nella relazione tra i contenuti e il meccanismo teatrale che su di essi si è sviluppato. Alla base è la necessità di esprimere, attraverso la coesione di elementi visivi, musicali, testuali e spaziali, un “sentimento etico” del mondo contemporaneo vissuto nella impossibilità apparente di una moderna teleologia. Da questo luogo deriva la scelta espressiva di una narrazione per frammenti. La frammentazione, del testo come degli altri contributi drammaturgici, immagini e musica, si concretizza in una voluta “esplosione” della scena, moltiplicazione dei punti di vista e dei livelli del discorso. La macchina teatrale che tiene insieme tutte queste unità linguistiche è stata trovata progressivamente, attraverso un continuo scambio di stimoli in cui si è cercato di non perdere mai di vista il coinvolgimento percettivo dello spettatore, la sfera dell’esperienza. Questo ha spinto verso l’assunzione di un orizzonte prospetticamente molto ampio: metafora della disgregazione culturale, il senso dell’Apocalisse di Giovanni si amplifica in alcuni temi centrali della riflessione contemporanea che, nel montaggio scenico, dialogano con quel testo ininterrotto, fatto soprattutto di immagini, che ci viene offerto – quasi svenduto – dai moderni mezzi di comunicazione. Nello spettacolo convivono quindi livelli diversi tra loro e l’attenzione principale, nella realizzazione teatrale, è puntata sul meccanismo di massima fluidità del percorso; un percorso fatto di scontri e contrapposizioni che spingono a dimenticare talune “buone regole” teatrali.

 

PROGRAMMA

1. Introduzione (Origine)
Quid est mors secunda
Pulsazioni
Vuoto umanità
Sipario elettronico
Arrivo

2. Ascoltatori di voci
Città angeliche cadranno
Umanità attonita
Voci
Ascolti
Annunci
Banda 1 esterno

3. Autostrade (Comizi)
I mercanti: distruttori contrattano il “dopo la fine”
Lo scoppio – Soggettività, Memoria
Premiazione – Apparizioni, Esplosione
Narrazione prima: un testimone – Banda 2
Narrazione seconda: un ricordo impreciso
Statue

4. Città (Lamenti)
-Elenchi ipnotici
-Finché la vittima è in vita
Processioni – Vuoto, Città vuota
Invettive contro l’Apocalisse – Abbandono, Esilio
Lamenti – Processioni Banda 3
Aste – Irruzioni
Svendite

5. Borsa
-Ladies and gentlemen
– Qualcosa che rimane e ‘è sempre
II barman – Umanità stravolta, Processioni
Narrazione terza: la delazione – Banda 4
Civile orrore

6. Orrore
-La punizione è per chi trema
-Non ricordo
Scontri – Bruciano tutto, Scontri
Narrazione quarta: memoriale per Satana – Fuochi, Rovine, Distruzione natura Sottrazioni di immagini e di suono

7. Pioggia
Cancellazioni Adempimento

 

II TESTO: MEMORIA PER L’APOCALISSE
di Roberto Andò

Non so che tipo di racconto o voce si trovi davanti chi legge o ascolta questi frammenti. So che sono narrazioni o voci create per la simultaneità, per un ascolto simultaneo, discretamente inattuale come si conviene a ciò che Pasolini in un suo verso chiamò un vecchio evento. Provengo da un luogo che ha disintegrato nella finzione le ultime opportunità di nominare qualsiasi immaginazione della fine. Da un luogo perfettamente bilanciato tra un’insaziabile coazione a riprodurre scenari e persone da Ultimo Giudizio e incredulità indefettibile di chi dubita di un simile espediente per averlo già vissuto o sognato. Questa memoria dell’Apocalisse che in qualunque momento e ovunque può tornare a sorprenderci nella percezione di un’immagine distruttiva e assassina è una prigione che ho abitato e abito ancora. Il fatto di essere nato e cresciuto in una Babilonia demolita mi ha lasciato la convinzione che si può moralmente resistere all’Apocalisse e alle figurazioni che di continuo dirama per indurre in tentazione l’esteta. “Vorrei trovare la strada per una Apocalisse rovesciata, che spazzi via la minaccia dagli esseri umani. Vorrei essere inflessibile e sperare” – questo pensiero di Canetti disintegra nella limpida misura d’una intelligenza spietata l’immancabile voglia di Apocalisse della Storia e le sue banali copie. Ma non allevia l’immane veglia cui ci consegna Pascal: “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo: per tutto questo tempo non bisogna dormire”.

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