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Carolyn Carlson

Vu d’ici


Photo © Piero Tauro

Dopo il succeso mondiale di Blue Lady (1984), in Vu d’lci Carolyn Carlson è di nuovo in scena da sola, per ben settanta minuti di assoluta poesia in movimento. Su un fondale color ocra, che ricorda i paesaggi rurali della California e rievoca in un gioco di rimandi altri suoi lavori – le foglie morte di Underwood, il giallo oro del pieno meriggio di Solo, i ricalchi di country dance della sua adolescenza -, la danzatrice disegna una coreografia che ha il sapore dei ricordi e dello sguardo “da lontano”: “visto da qui” lascia emergere nella traccia dei movimenti, sempre secondo la suggestiva poetica coreografica che le è propria (capace cioè di elaborare una danza partendo unicamente da emozioni, sguardi, ambienti, immagini interiori), la storia umana e personale di questa straordinaria danzatrice, a partire da quando, lasciando la compagnia di Alwin Nikolaïs, si avventurò alla ricerca di una propria strada che l’ha portata nel corso degli anni a ricoprire incarichi di prestigioso ed a rifondare, in un certo senso, il senso profondo della danza, come libera emanazione dell’essenza.

Coreografia e danza Carolyn Carlson
Una presentazione Atelier de Paris – Carolyn Carlson
Musica Gabriel Yared
Costumi Azzedine Alaïa, Maritza Gligo
Scene Bumet-Smith
Luci Claude Naville
Regia palcoscenico Alain Normand
Regia suono Alain Galcéran, Bertrand Dechaumet
Assistente luci Frédéric Duplessier
Creazione Théâtre de la Ville Paris, 27 giugno – 1 luglio 1995
Coproduzione Théâtre de la Ville – Paris, Maison de la Danse de Lyon, Théâtre de Saint Quentin en Yvelmes – Scène Nationale, Le Manège -Scène Nationale de la Roche sur Yon, Atelier de Paris – Carolyn Carlson
Con il sostegno della città di Parigi
Si ringrazia per la gentile collaborazione Azzedine Alaïa per l’abito nero “Serpente”, la Compagnie Maguy Marin, il Théâtre du Chaudron, Cartoucherie de Vincennes, la Compagnie Sankai Juku e Mitsubishi Motors
Durata 70′

 

LA POESIA ONIRICA DI CAROLYN CARLSON
di Rapaël de Gubernatis

Da anni in Francia Carolyn Carlson è, più che una danzatrice e una coreografa, una istituzione. Istituzione unica, insolita, sorprendente, vagabonda. Senza fissa dimora, in volo da New York a Parigi, da Venezia a Stoccolma, ella rinasce ogni volta a nuova vita come la sfinge della leggenda, sempre uguale a se stessa. Se c’è un’identità che le sta a cuore, è la sua condizione di parigina. Perché Carolyn Carlson ama Parigi appassionatamente dal giorno in cui la capitale francese la incoronò miglior danzatrice del Festival Internazionale della Danza. Era il 1968 e Parigi viveva ancora l’ora della rivoluzione fallita che avrebbe potuto cambiare la Francia e che comunque aveva turbato le menti e i cuori. Carolyn danzava allora con Alwin Nikolaïs, in una compagnia di cui era il più bell’ornamento. E dal momento che nulla avviene per caso, ma piuttosto per miracolose congiunture nel destino degli uomini, ella apparve per la prima volta in una Francia fino ad allora molto accademica proprio nel momento in cui il paese mostrava i primi segnali di apertura alla modernità. La bionda Carolyn si avviò ben presto ad incarnare questa modernità agli occhi del più vasto pubblico. Dapprima in seno alla compagnia di Anne Béranger, che la invita nel ’71 come danzatrice e coreografa; poi all’Opéra di Parigi, dove la chiama Rolf Eiebermann che l’aveva notata nel 1973 ad Amburgo in una coreografia di Nikolaïs.

Sul palcoscenico del Palais Garnier ella crea subito uno dei suoi assoli più straordinari Densité 21,5 che già la consacra alla storia prima di apparire in Onirocri al Festival d’Avignon e di avere in affidamento, nel 1975, il gruppo di Ricerche Teatrali dell’Opera di Parigi. Il suo nome circola, si parla delle sue opere. La poesia onirica dei suoi spettacoli, la loro estetica wilsoniana in cui le luci giocano un ruolo essenziale, quella gestualità irreale che sarà sempre il suo tratto distintivo, intaccano i ranghi conservatori che disapprovano il “diavolo venuto dall’America”, colei che fa vacillare, proprio in seno all’Opéra, le fondamenta del classicismo. Ma l’ispirazione carlsoniana vola nella stessa direzione verso cui spira il vento della storia. L’or des fous et les fous d’or, X Land, Wind, water and sand, This e That, sua prima creazione al Théâtre de la Ville, The year of the horse, Slow, heavy and blue, danzato dal corpo di ballo dell’Opéra di Parigi, Les architectes infine, ultima opera del ciclo parigino, sconvolgono, con la loro estetica nuova per gli europei, tanto lo sguardo degli spettatori quanto la mentalità dei danzatori.

Per le generazioni di coreografi che si sono poi disseminate su tutto il territorio e di cui alcuni sono suoi discepoli, la Carlson appare come la sorella maggiore, colei attraverso la quale essi hanno potuto avvicinarsi per la prima volta ad un mondo fino ad allora sconosciuto. Ma ben presto la Carlson si trasferisce a Venezia dove la invita il Teatro La Fenice e dove ricostituisce una compagnia sul modello del GRTOP. Le sue opere si rivestono, allora, dei colori dei tramonti veneziani, la sua ispirazione scorre nelle acque della laguna con coreografie che hanno titoli evocatori: Undici onde, Underwood. Proprio a Venezia crea per se stessa quell’assolo destinato a fare il giro del mondo, Blue Lady, sulla musica di Rene Aubry, da cui avrà ben presto un bambino. Ma com’è difficile per “la Carlson”, come la chiamano in Italia, vivere lontana da Parigi. Quando abbandona la città dei Dogi, lascia in eredità uno stile che si diffonde in tutta la penisola. E torna nella capitale francese dove, dal 1985, la accoglie il Théâtre de la Ville. Da qui, con Blue Lady, volerà in più di quaranta paesi.

Con una compagnia che si ricostituisce ad ogni spettacolo, nascono Still Waters, Dark, Steppe, il duo che la coreografa interpreta insieme al musicista Michel Portal, e ancora dieci brani creati per compagnie straniere a New York, in Italia, in Germania, e ad Amsterdam, dove nell’aprile 1995 l’Het National Ballet riprende Shamrock che lì aveva debuttato nel 1987. In Finlandia, dove l’antico sangue scandinavo richiama Carolyn Carlson e dove da lungo tempo ella soggiorna in estate, nel corso della stagione ’91-’92 crea quattro spettacoli. Nel 1993 Amburgo coproduce Commedia, affresco ispirato alla figura di Dante che vede la coreografa-interprete più irreale che mai: nulla altera la magia della sua presenza che è entrata nella leggenda dorata della danza e scivola sulla scena come una vittoria di bronzo. Stoccolma chiede alla Carlson di prendere le redini dell’illustre compagnia fondata da Birgit Cullberg e poi diretta dal figlio Mats Ek. Nel gennaio 1995 la coreografa crea per questa straordinaria compagnia Sub rosa. Le figure leggendarie mal si adattano alle disavventure quotidiane degli esseri umani. Alla Cartoucherie de Vincennes comunque, la città di Parigi le affida uno spazio nell’area del teatro di Chaudrome: la fenice ha trovato infine il suo nido.

È qui che la coreografa ha creato quest’anno l’assolo Vu d’Ici, presentato in prima assoluta al Théâtre de la Ville. “Non ho messaggi da rivelare. Ma se nella mia danza, in un solo gesto, mi capita di trovare qualcosa che somigli alla felicità, capisco che è questo ciò che intendo comunicare agli altri”, afferma la coreografa presentando il proprio lavoro. Aspetti che si ritrovano nel nuovo assolo, creato ispirandosi all’opera dell’analista junghiana Clarissa Pinkola-Estes. In La femme qui court avec les loups, quest’ultima analizza miti che ruotano intorno all’archetipo della donna selvaggia, paragonata ai carnivori che abitavano un tempo le nostre foreste. Da qui prendono corpo i sogni di cui la coreografa parla nel suo solo. Tentando “un ritorno all’essenza stessa dell’essere, cercando continuamente la luce di fronte alla sofferenza del mondo”, Carolyn Carlson non si è mai concessa agli intellettualismi post-moderni dei suoi lontani cugini newyorchesi. “Nello studio di Vincennes, che si affaccia sul verde, ho tracciato un grande cerchio sul pavimento. Lì attendo la grazia che rende fruttifero ogni slancio creativo. Che cosa ho voglia di fare? Non lo so, ma l’ispirazione viene, così come al mattino si leva la luce”. Come colonna sonora di questo assolo, delle musiche di Gabriel Yared, che deve la sua fama alle pagine scritte per il cinema, in particolare alla musica composta per il film dedicato a Camille Claudel; come costumi abiti favolosi, uno dei quali creato da Azzedine Alaïa, che – dice la Carlson – “evoca l’animale che è in me”. Per scenografia, uno spazio desertico divorato dal sole, percorso dalle luci virtuosistiche di Claude Naville. Luci che passano dai colori del fuoco a quelli del cielo, dalla passione alla serenità. E illuminano l’immagine di questa artista che aspira ad una sempre crescente spiritualità.

 

LA REGINA DELLA NOTTE
di Luigi Rossi

Nel 1974, dopo il grande salto in Europa dalla natia California (ma lei si è sempre ritenuta europea), Parigi crea per lei all’Opéra il titolo “étoile-chorégraphe” che non è mai esistito nelle rigide gerarchie del teatro. Nasce il Groupe des Recherches Théâtrales che sarà fondamentale nel progresso della danza contemporanea. Carolyn Carlson , da quel momento, appare infaticabile come interprete e come creatrice. Per lei e con lei lavorano Rudolf Nureyev e Paolo Bortoluzzi; scopre e lancia due partner che le resteranno fedeli a lungo, Larrio Ekson e Jorma Uotinen. Viene anche in Italia e per la Scala, con i due compagni, presenta Trio, incantato messaggio pieno di magie e suggestioni per tutti. Molto importante, per l’Italia, è l’esperienza veneziana di Carolyn durata dal 1981 al 1985 quando il Teatro La Fenice le assegnò l’incarico di organizzare un gruppo autonomo di danza che riuniva i migliori giovani del nostro paese. Una esperienza molto feconda che ha lasciato un segno nella danza contemporanea italiana, anche oltre l’esperienza veneziana. Alcuni giovani usciti da quella formazione hanno a loro volta dato vita ad importanti gruppi di casa nostra. Ricorderemo, per tutti, i Sosta Palmizi.

Al Teatro Malibran di Venezia, sede abituale di Carolyn Carlson, sono stati creati alcuni titoli che restano fondamentali nella sua biografia artistica. Basti pensare a Undici Onde che si ispirava direttamente all’universo acquatico di Venezia e ne esaltava il mistero di città unica al mondo. E poi Underwood, dove invece ritornava la nostalgia ecologica dei grandi boschi americani e della vita incontaminata fuori dalle grandi metropoli. Chalk Work (in italiano anche con il titolo L’orso e la luna) invece, riuniva fantasie un po’ metafisiche, come avverrà l’anno dopo con uno dei suoi capolavori, Blue Lady.

Nel 1988, con il ritorno della Carlson a Parigi, con sede al Théâtre de la Ville, si accentua il suo pessimismo cosmico in Dark. La lady della danza contemporanea diventa qui la signora delle tenebre, la Regina della Notte di cui abbiamo parlato. Ma non sempre, nei lavori successivi, questo catastrofismo sarà presente. Ci saranno persino incursioni nel comico e nel sarcastico come nelle improvvisazioni del 1990, quando fa la caricatura di una sciantosetta di periferia, una sorta di Marilyn dei poveri.

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