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Concerto su musica di Michael Nyman e brani arabo-andalusi


Photo © Piero Tauro

Upside-down violin
Tra occidente e mondo arabo Musica Brani tradizionali arabo-andalusi, Michael Nyman (Chasing Sheep is Best Left Sheperds, An Eye for Optical Theory, Prospero’s Book, Prospero’s Magic, Prospero’s Curse, History of Sycorax, Cornfield, Miranda, AET – After Extra Time, The Upside-down Violin)
Ensemble Orchestra di Tetuan (Abdessadak Chekara, violino; Mohammed Achaach, banderita; Jallal Chekara, violino; Nourdin Aghbal, violino; Abdelouahid El Bazi, derbeuga; Abdellah Chekara, laoud; Jelloul Madidi, kanoun; Mohamed Chekara, violoncello; Driss Aaufi, sassofono; Ahmed M’Rabet, clarinetto; Mouhssine Koraichi, violino), Michael Nyman Band (Michael Nyman, pianoforte; Ann Morfee, violino; Harriett Davies, violino; William Hawkes, violino; Anthony Hinnigan, violoncello; Martin Eliott, basso; John Harle, sax alto/soprano; David Roach, sax alto/soprano; Andrew Findon, sax tenore/basso, piccolo; Nigel Barr, trombone basso, euphonium; David Lee, corno; Steven Sidwell, tromba)

Suono Ralph Harrison
Tecnico ai monitor John Greenough
Durata 110 minuti

In linea con il tema portante di questa edizione del festival, “Incroci”, si esibiscono al Giardino del Museo degli Strumenti Musicali due formazioni apparentemente agli antipodi, la Michael Nyman Band e l’Orchestra di Tetuan, complesso marocchino legato alla musica tradizionale arabo-andalusa. Ad unirli, inizialmente, è stato un brano, The Upside-down Violin, che Nyman ha composto su commissione dell’Expo di Siviglia del 1992 e la cui esecuzione da parte delle due orchestre è stata incisa su disco due anni più tardi: musicologo raffinato prima che autore di successo, il pianista inglese ha sposato con entusiasmo un’operazione che mette a confronto culture lontane scavando in direzione di una remota radice comune, mediterranea ed europea. Il programma del concerto è diviso equamente tra le due formazioni, con l’esibizione d’apertura dell’Orchestra di Tetuan, guidata da Abdessadak Chekara, e quella a seguire della Michael Nyman Band (che presenta, tra gli altri, diversi estratti dalla colonna sonora de L’ultima tempesta di Greenaway e un inedito, AET – After Extra Time), fino alla riunione finale per l’esecuzione di The Upside-down Violin.

Tra occidente e mondo arabo GIROVAGARE SUL PENTAGRAMMA TRA OCCIDENTE E MONDO ARABO
di Valerio Cappelli

Il concerto di Michael Nyman a Romaeuropa ha il sapore dell’inedito, e si connota per la fusione della sua sigla musicale con la tradizione andalusa. Da una visita di Nyman, simbolo del minimalismo colto, al maestro Abdessadak Chekara, direttore dell’Orchestra arabo-andalusa di Tetuan, è nato Upside-down Violin, un brano di venti minuti che stasera, a conclusione del concerto, dopo una locandina equamente divisa a metà, verrà eseguito dai dieci elementi del gruppo di Nyman e dall’Orchestra di Tetuan. È l’ultima sperimentazione del musicista inglese, che dopo vent’anni di oscuro lavoro musicologico, centrato soprattutto su Händel e Purcell ma anche sugli epigoni di John Cage, ha raggiunto la grande popolarità saltando la barricata nel 1982, come autore delle musiche del film Il mistero dei giardini di Compton House di Peter Greenaway. La
collaborazione tra i due confluì in altri film, tanto che Nyman divenne uno “specialista” di colonne sonore, firmando nel ’93 Lezioni di piano e nel ’95 Carrington. Riorganizzare il cinema che suona in forma di concerto, per Nyman, è un atto di libertà.
Nyman non è nuovo a far crollare le dighe degli artisti che provengono da una diversa cultura. Nel 1992 al Teatro Orfeo di Milano si esibì con Ute Lemper, sofisticata interprete tedesca che ha raccolto l’eredità del repertorio di Marlene Dietrich ed Edith Piaf.

In queste seconde “nozze musicali” si scende nel meridione del Vecchio Mondo. E dopo il breve, scherzoso saccheggiamento da “Madamina il catalogo è questo” del Don Giovanni mozartiano (siamo pur sempre da quelle parti, a Siviglia), si respira la musica di una pianura vuota, fatta di sassi e pietre e spazzata dal vento ipnotico del minimalismo, che gira attorno a se stesso come in un mulinello di sabbia, con il ritmo monotono e ossessivo delle traversate desertiche a dorso dei cammelli. Ma poi l’orizzonte sempre eguale tracciato da Nyman e l’Andalusia, si trasfigura in un paesaggio sonoro assai diverso. Un paesaggio segnato dal ritmo vertiginoso e bizzarro, esaltato dalla strumentazione timbrica selvaggia, aggressiva, che ricorda le armonie allegre e spaventevoli di una casbah marocchina. Questa cerniera che nel nome dell’arte salda il triangolo Inghilterra-Spagna-Nord Africa, è insieme antica e giovane, e nessuno sa dove troverà rifugio questa barca senza mare, questo progetto che poggia su una tradizione culturale caduta nell’oblio, e che alle orecchie del gusto contemporaneo potrà risultare estranea, risvegliando echi lontani. Tanto più che il gruppo di Nyman non ha un organico tradizionale, contando su un quartetto d’archi, una sezione ritmica formata da trombone basso, corno e basso elettrico, sax contralto, soprano e tromba che danno vita ad una ragnatela di armonie, citazioni moderniste della tradizione barocca.
Ma c’è una compagine, l’Orchestra arabo-andalusa, che ripesca quegli echi antichi, e mescola mondo arabo e mondo occidentale. E ci sono due musicisti affermati che amano girovagare sul pentagramma: come Nyman, anche Chekara, che alla fine degli anni Cinquanta ha fondato l’Orchestra di Tetuan, ha coniugato studi classici e folclore, conservatorio e alto artigianato.
Con Nyman, il cromatismo ed i melismi del canto andaluso rivivono in un’atmosfera spoglia, densa di spiritualità disadorna eppure violenta. Senza nostalgia per un Paradiso perduto. La musica marocchina ha invece tratto nuova linfa negli anni Settanta, ampliando l’esperienza di due gruppi folk e modernissimi, Nass El Guiwane e Jil Jilala, che hanno musicato antichi, struggenti poemi. Oggi i giovani di quella regione geografica ascoltano i nipotini di quelle due prime band, musica anglosassone, il rai (ritmo sincopato, voce lamentosa), e infine l’Orchestra arabo-andalusa, che oggi sfoglia a Roma il capitolo più audace del suo libro musicale.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)

Rassegna stampa

“Due ore di musica viva, stimolante, disturbata solo dalle folate di un vento impertinente che soffiava dentro i microfoni e faceva volare gli spartiti, provocando gag quasi alla Charlot: Nyman , a un certo punto, si è trovato a dover afferrare i suoi fogli perfino con la bocca. Con controllo britannico ha comunque portato a termine la performance. Il primo set dell’orchestra araba Tetuan, il secondo con la Nyman Band fra assaggi dell’ultimo disco, After Extra Time, e temi scritti per il film di Greenaway Prospero’s Book. Un’ora intensa, su tempi veloci e temi brevissimi. Musica semplice e sofisticata, diretta e intellettuale, convenzionale e sperimentale, classica e graffiante.
Ciliegina finale, l’incontro fra le due formazioni con la suite The Upside-down Violin. Le due band, senza rinunciare alle rispettive caratteristiche, hanno dato vita a un impasto seducente, inedito e, per questo, convincente, specie nell’ultimo esaltante movimento (il terzo), un vero inno alla gioia musicale che Nyman ha replicato anche come bis”.
(Marco Molendini, Nyman sperimenta con gli arabi i ritmi e le musiche del futuro, Il Messaggero, 10 luglio 1996)

“Le note squillanti e brevi, sottolineano il credo di Nyman. Una musica modale, frazionata in piccoli segmenti nel più puro disegno minimalista, ma con una verve intensa e un romanticismo congenito che hanno portato queste composizioni su livelli difficilmente raggiungibili.
Il terzo momento della serata ha visto finalmente le due orchestre riunite in un contagio di suoni, dove le strutture armoniche della musica folklorica si univano perfettamente con quelle modali di Nyman. I musicisti marocchini addirittura sembravano più a loro agio rispetto ai colleghi inglesi, disturbati da un fortissimo vento che rimbombava nei microfoni dei diffusori. Un’esibizione comunque portata a buon fine che conferma la duttilità della musica di Nyman, il quale prima del concerto aveva dichiarato – riguardo ai misteri di certi percorsi musicali che si incrociano – che “la musica è una realtà ironica. All’inizio della carriera lavoravo con Brian Eno, io ero un ex-critico, lui una star del rock. Ora io suono per il grande pubblico e lui fa ambient music””.
(Ugo Coccia, L’incontro tra Nyman e il folklore, Liberazione, 10 luglio 1996)

“Nonostante le folate di un vento dispettoso, assai poco rispettoso del celebrato nome sul palcoscenico, e semmai più caritatevole con gli arabi che suonavano a memoria, Nyman al pianoforte è riuscito a condurre in porto l’esecuzione, sempre (persino troppo monotonamente) contraddistinta da un ritmo ossessivo e martellante alla maniera di tanto rock odierno. Molti avranno riconosciuto le note de La Tempesta di Greenaway o di altri celebri suoi film. Mentre inedito era After extra time, che ripete le caratteristiche dello stile nymaniano: grande varietà quasi jazzistica di sincopati negli ottoni su un tappeto ritmico ossessivo e ripetitivo con qualche improvviso mutamento di tempo e qualche inattesa cadenza finale sospesa. Effetti tutti che hanno forse più effetto giudicati in rapporto all’immagine poetica cangiante di Greenaway che a sé stanti. A chi esaltasse la originalità di questo ennesimo profeta del minimalismo (forse più in scala ridotta rispetto a Philip Glass, Steve Reich o Bob Wjlamn) varrebbe ricordare come tutto sia relativo. […] Rimane in definitiva più stimolante l’incontro, la sovrapposizione (un po’ forzosa) dei due mondi. Quasi a dire che per incontrarsi basta il rispetto dell’altro: non occorre per questo rinunciare alla propria identità culturale. E non è lezione da poco”.
(Lorenzo Tozzi, Tetuan e Nyman. Melodie arabe e minimalismo in stile inglese, Il Tempo, 10 luglio 1996)

Tra occidente e mondo arabo UPSIDE-DOWN VIOLIN (IL VIOLINO CAPOVOLTO)
di Michael Nyman

Una rapida esplorazione della tradizione arabo-andalusa, alla quale appartiene l’Orchestra di Tetuan, nata nel Sud della Spagna nel nono secolo, mi ha fatto comprendere a che punto sarebbe stato inopportuno ed impertinente imporre la mia musica a musicisti condizionati da una cultura musicale completamente diversa. Ma, d’altra parte, non potevo neppure appropriarmi della loro musica. Mi sono quindi sforzato di adattare, in un certo senso, il mio linguaggio compositivo alle condizioni marocchine: di scrivere (per la prima volta) in modo puramente melodico/monodico con un ritmo del fraseggio ed una struttura modale che speravo avrebbe messo i musicisti marocchini a loro agio.
Durante le prove li ho incoraggiati a suonare le mie melodie – che avevano appreso con una scrupolosità resa necessaria dall’enorme differenza dei nostri sistemi musicali – con lo stile individuale di cui impregnavano con naturalezza le loro musiche: in un certo senso chiedevo loro di appropriarsi della mia musica. In seguito ho aggiunto il materiale per la Michael Nyman Band, cosa che mi ha fatto scoprire, soprattutto nel primo movimento della composizione, che alle mie melodie prive di armonie era impossibile applicare armonie diverse da quelle delle linee musicali. Una scoperta per me fondamentale.
Strutturalmente l’opera è divisa in tre parti, la prima e la seconda delle quali terminano con gli elementi apportati dai musicisti marocchini.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)