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Entr'Acte

L’ombra dentro la pietra


Photo © Piero Tauro

Coreografia Paola Rampone
Ensemble Entr’Acte
Musica Fabrizio De Rossi Re (prodotta presso lo studio Digital Master di Marco Schiavoni)
Opere in scena Luigi Mainolfi
Maschera Sergio Tramonti
Scenografia Luigi Grenna
Luci Luca Storari
Costumi Paola Rampone, Fernanda Pessolano
Realizzazione costumi Zelj Inastasi, Carla Mei
Interpreti Federica Mastrangeli, Gabriella Iacono, Paola Rampone, Michele Pogliani, Giuseppe Parente
Produzione Fondazione Romaeuropa, Galleria Sprovieri, Hebbel Theater Berlin, Accademia Perduta/Romagna Teatri – Teatro Masini di Faenza, ATER – Festival “Ballo è bello” di Comacchio, in collaborazione con Danza Estate a Brisighella
Durata 60 minuti

Presentato in prima assoluta, nel 1996, con la sua compagnia Entr’Acte, il nuovo lavoro di Paola Rampone si ispira all’opera di Alberto Savinio, non solo recuperandone il racconto Amore e Psiche, ma l’intero universo poetico, pittorico e musicale.
Costruito in dieci quadri, L’ombra dentro la pietra si avvale della collaborazione dell’artista torinese Luigi Mainolfi, autore delle sculture e dei praticabili scenografici, nei quali si muove la coreografia, creata con l’intento di restituire quell’atmosfera sospesa, quell’impronta surrealista e fortemente simbolica che caratterizza i quadri di Savinio. Contributo fondamentale alla costruzione di tale atmosfera, restano le foto di Joel Peter Witkin, fonte di ispirazione, dichiarata, per la Rampone, e la musica aggressiva ed incisiva, appositamente composta da Fabrizio De Rossi Re – che dopo la messinscena continua ad esibirsi in un concerto con il suo Afulu-Bu Quartet (l’uomo di Afulu-Bu, stretto parente di quello di Cromagnon, che visse nell’Africa settentrionale quindicimila anni prima di Cristo).
Pur partendo da un’idea forte, la coreografia di Paola Rampone, risulta quasi turbata, come sostiene Mya Tannenbaum, da ” una sorta di sovrabbondanza, un eccesso di orpelli che finivano per annullarsi fra di loro, senza generare chiarezza”.

INTERVISTA A PAOLA RAMPONE
a cura di Rossella Battisti

Savinio: scelta non casuale per chi ama l’interferenza tra le arti…
È vero, e anche se sono partita da un racconto, Savinio mi interessa nella sua totalità, come pittore, scrittore e compositore. Mi ha evocato delle sensazioni su cui ho elaborato poi il mio spettacolo, usando la mia immaginazione come filtro

Come hai “trattato” il materiale a disposizione?
Ho ricostruito uno spettacolo in dieci quadri, lavorando su una gestualità ossessiva e visionaria. Mi affascinava di questo racconto l’atmosfera arcaica e sotterranea, soprattutto l’immagine di Psiche descritta come una donna dal corpo tatuato e con la testa di pellicano. Il percorso che i tre personaggi del racconto compiono per raggiungerla, attraverso un “museo dei manichini di carne”, diventa per me una sorta di viaggio nel labirinto. Un luogo misterioso, uno spazio ritualizzato dove misurarsi con la propria dualità, incontrare il femminile, di forma mutevole. Ombra e pietra allo stesso tempo.

Alt! Altrimenti ci perdiamo il lettore per strada: che vuol dire, in termini di movimento e gestualità, ombra e pietra?
Vuol dire alternare momenti di immobilità pietrificata a scoppi di grande energia.

Altra domanda tendenziosa: parli spesso di suggestioni visive, collabori con scultori e pittori, prendi ispirazione da un autore visionario e polivalente. Non c’è il rischio che la danza si faccia suggerire delle immagini, piuttosto che delle dinamiche?
Vengo pur sempre dalla scuola americana, una scuola di danza pura e astratta. Le immagini mi danno delle emozioni e il mio lavoro parte da lì. Per esempio, ispirandomi alle foto di Joel Peter Witkin, un artista che compone immagini molto particolari, c’era una donna con delle pietre in testa e le mani legate. Bene, ho studiato il senso di claustrofobia che mi dava quest’immagine e ho provato a danzare legata. Ecco, diciamo che la mia collaborazione con gli artisti consiste nel fare interferire le loro opere con la mia danza.

Parliamone meglio: com’è il tuo rapporto con scenografi, musicisti e danzatori?
Mainolfi è un artista torinese che amo moltissimo, mi piacciono molto le sue favole visuali e l’uso di materiali naturali come terracotta, ferro e cuoio. Per quello che riguarda la musica, beh, tramite Romaeuropa ho trovato la mia anima gemella: Fabrizio De Rossi Re. Andiamo in sintonia perfetta. E per quello che riguarda i danzatori – Federica Mastrangeli, Gabriella Iacono, io stessa, Michele Pogliani, Giuseppe Parente -, parto dall’improvvisazione e lascio molta libertà. Poi, nella fase finale, rielaboro tutto.

(Le inquiete “visioni” di Paola Rampone, l’Unità, 17 luglio 1996)

L’OMBRA DENTRO LA PIETRA
di Achille Bonito Oliva

La danza moderna ha il merito di aver riportato il corpo al rispetto della legge di gravità, combattendo ogni stilizzata astrazione a favore di un movimento scandito da una concreta gestualità. Se prima il tempo della danza impiegava lo spazio come pura e deserta piattaforma, ora invece diventa occasione esplorativa dell’identità fisica ed emotiva del performer e dello spazio che lo circonda.

Paola Rampone e la Compagnia Entr’Acte hanno realizzato uno spettacolo di interagenza linguistica in cui il corpo si fa strumento di discesa dentro un alveo spaziale che concettualizza anche l’interiorità della psiche. Lo spettatore procede secondo la cadenza di dieci quadri chiuso in una struttura circolare in cui coesistono il corpo e le proiezioni interiori. Qui l’interno viene ritmicamente evocato e rappresentato mediante una semplificata gestualità che segnala visionarietà ed ossessione. Secondo rimandi culturali che affondano nel mito di Narciso e nella iconografia moderna del Surrealismo pittorico di Savinio e quello fotografico di Witkin, il mito di Narciso diventa il sottofondo di una pulsione edipica tesa verso lo sviluppo di un rispecchiamento di sé capace di conquistare la duplice presenza di Amore e Psiche.
Il tempo della danza, scandito dalla presenza scenica di elementi scultorei di Luigi Mainolfi, diventa il percorso che sposta il corpo dalla pietrificazione dell’ossessione iniziale verso la sua articolazione. Articolare il corpo per Paola Rampone significa evidenziare le pulsioni interiori utilizzando la fisicità come “superficie tatuata”, su cui come una xilografia, si manifestano le ombre di un divenire del soggetto e le sue metamorfosi. Un muro di terracotta crettata, tre scheletri di torri a diversa altezza ed un altro scheletro (si trasforma da gonna a gogna sospesa) costituiscono gli elementi perimetranti, le avventure di un corpo teso, attraverso la rappresentazione gestuale, alla conquista e materializzazione dell’ombra, il proprio doppio. Con la sintetica e concettuale trasparenza di Wilson, l’ironia cinetica di Cunningham e il poetico peso gravitazionale di Trisha Brown, la Rampone riesce a trasfigurare la diversità di tali riferimenti in una sintesi ritmata in cui coesistono nomadismo culturale ed eclettismo stilistico. Assistiamo così alla rappresentazione di uno “spettacolo del figurabile”, un intreccio tra astratto e figurativo, narrazione e concettualizzazione, marzialità orientale e abbandono occidentale.

La tensione scenica è sottoposta al ritmo della musica e ad alcune prove del corpo che afferma la propria concreta pulsante presenza e nello stesso tempo ne dimentica a memoria l’esplicita evidenza. L’articolazione dello stile si diffonde nella trama dei diversi quadri e permette la coesistenza di piani gestuali rinvianti sempre al fluire di realtà interiori tra regressione ed emancipazione, crudeltà materna e delicatezza filiale. Il rapporto con l’altro è sempre ambivalente, intessuto di terrificanti premonizioni e desiderio di contatto. Il corpo dei ballerini diventa strumento ed eco nello stesso tempo, superficie concava e convessa, alveo interiore ed arma acuminata nella direzione amorosa verso l’esterno. Il corpo è ombra e pietra insieme. Ombra pietrificata dalla visione iniziale di un mondo distante e terrifico. Pietra friabile di carne che supera la propria geometrica immobilità nello slancio vitale di un contatto esplorativo. Alla fine il tempo sembra essere il fattore determinante di ogni metamorfosi, trasformazione circolare del corpo mediante il ritmo di gesti che portano alla conoscenza ed al sospetto di un’ultima verità. La verità di un Narciso che arriva anche all’approdo verso il suo doppio, che non significa però sempre contatto tra l’alterità del maschile e femminile. Piuttosto raddoppio di sé e danza notturna intorno alla propria solitudine.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1996)

Rassegna stampa

“Certo che i luoghi comuni ci sono tutti e non solo quelli di Savinio, ma proprio tutti quelli della danza contemporanea. Intanto nel disegno calligrafico di aspirazioni zoomorfiche (la fanciulla nuda con il becco di pellicano che diventa alla fine un uomo) e poi i più banali e previsti di ogni rappresentazione cui ci tocca assistere: lo skinhead, le ginocchiere, le corsettine, i blousons noirs, ecc. ma non la “griffe” distinguibile di una personale invenzione coreografica e del possesso di una tecnica vera e propria. […] Una coreografia che preferisce il riposo plastico alla dinamica, il lavoro ginnico-acrobatico ad una severa disciplina di movimento nello spazio, senza un minimo tentativo liberatorio da quello stato di prigionia psichica che attanaglia l’uomo di oggi e non servono le manette a concettualizzarne l’interiorità. Spettacolo per altro accuratissimo, di lusso nelle “opere” di Luigi Mainolfi, nei costumi, nel disegno luci di Luca Storari, in ogni dettaglio scenico, bellissimo ma inutilissimo”.
(Alberto Testa, Manette all’ombra, la Repubblica, 21 luglio 1996)

“Purtroppo, nonostante il bell’impianto – e l’ottima qualità dei ballerini della sua compagnia Entr’Acte – ciò che non funziona, in questo caso, è proprio il disegno coreografico: lento, faticoso, privo di vitalità. Percorso, è vero, da improvvisi slanci di energia, come nelle intenzioni dichiarate dell’autrice, ma nel complesso sorretto da una filosofia coreutica che appare fondamentalmente antimoderna, anzi sostanzialmente ballettistica. Gli interpreti infatti – cinque ottimi danzatori, compresa la stessa Rampone – eseguono una serie di passi e di posizioni non armonicamente concepiti per costruire un edificio dinamico, ma semplicemente l’uno all’altro dalla forza muscolare degli esecutori: come accade appunto nel balletto. Ma del balletto la Rampone non utilizza il variegato e sofisticato sistema linguistico. Si limita a mutuarne, forse inconsciamente, solo l’approccio filosofico e metodologico, creando un’opera statica, più apparentata all’arte visiva che alla danza”.
(Donatella Bertozzi, Nel mondo della danza arriva l’arte moderna, Il Messaggero, 21 luglio 1996)

“Ciò che turbava era una sorta di sovrabbondanza, un eccesso di orpelli che finivano per annullarsi fra di loro, senza generare chiarezza. La musica di Fabrizio De Rossi Re era viva e aggressiva. Però nessuno sembrava tener conto dei suoi messaggi. A tratti si ballava perfino al rallentatore, nello stile provocatorio di Bob Wilson. Le immagini surreali di Alberto Savinio erano colte nell’aspetto esteriore. La signora dal volto a becco, e le tettine al vento, non dava luogo ad invenzione alcuna. Non alludeva al volo. Non era scandalosa. Era del tutto innocua.
Anche l’invito all’opus di Luigi Mainolfi si limitava al richiamo di certi modellini lignei, dalle ginocchia fasciate, in uso nelle accademie d’arte figurativa. Sbaglia però chi dice che la Rampone si arrampica sugli specchi. I suoi danzatori si arrampicano lungo le pareti”.
(Mya Tannenbaum, Quando Savinio si arrampica sui muri, Corriere della Sera, 21 luglio 1996)

“Una rilettura del mito in archetipo animalesco e delirante, che fa di Psiche (l’anima) una sorta di squallido pellicano acquattato in una fetida stanza-gabbia. Su questo accenno, la Rampone avviticchia i danzatori alla ricerca di non si sa cosa. Più che notturna ed arcaica, l’atmosfera si rivela primitiva ed elementare (anche nel vocabolario coreografico poco o nulla innovativo). Ma oggi, con la carenza di linguaggi e di valori, l’idea vale spesso assai più che le capacità linguistiche.
In scena troneggiano tre scale-torri metalliche mentre si agitano a vuoto i guerrieri della notte, moderni gladiatori con ginocchiera, forse custodi del donnesco totem, agevolati da accozzaglie sonore tutt’al più funzionali, che poco hanno a che fare con la musica. Presenze automiche, burattinesche, che si muovono a scatto anche nella coralità, con energie inutilmente sprecate.
Ed è davvero strano questo cammino a ritroso della danza, madre storica di tutte le arti, cui sembra oggi negato diritto all’esistenza se non in connubio, spesso difficile e spurio, con altre arti visive o multimediali. Difetto dell’arte d’oggi in sé o piuttosto dei suoi falsi profeti?”.
(Lorenzo Tozzi, La notturna atmosfera dell’ambigua “Psiche”, Il Tempo, 21 luglio 1996)

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