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Trisha Brown Company

M.O.; Canto/Pianto


Guatterini su Brown
M.O. (1995)
Musica Johann Sebastian Bach (Offerta Musicale)
Direzione musicale Kenneth Weiss
Costumi Irié
Luci Jennifer Tipton
CANTO/PIANTO (1998)
Musica Claudio Monteverdi (Orfeo)
Direzione musicale René Jacobs
Costumi Roland Aeschlimann
Luci Jennifer Tipton
Danzatori Kathleen Fisher, Diane Madden, Mariah Maloney, Stanford Makishi, Brandi Norton, Stacy Matthew Spence, Keith Thompson, Abigail Yager, Ming-Lung Yang, Flying by Foy
prima italiana
Compagnia Trisha Brown Company
Lo spettacolo è sostenuto da Ina Assitalia

Sempre pronta a sorprendere il pubblico, mai stanca di ricercare l’essenza del movimento pur senza mai cedere, nonostante le molte svolte, all’accademia, Trisha Brown presenta con M.O. e Canto/Pianto il percorso che l’ha condotta a confrontarsi con la ricchezza della musica del passato che, prendendo il posto dei precedenti silenzi, crea, nelle sue coreografie, architetture sonore con cui e sui cui i danzatori interagiscono. Ma mentre in M.O., la formalità propria della sua scrittura coreografica si riconosce perfettamente nel rigore delle tredici sezioni di cui si compone l’Offerta Musicale di Bach (studiata e scomposta per più di un anno in collobarazione con un musicologo) ed i danzatori, vestiti di tuniche diafane, nere e bianche, incarnano le forme musicali di canone, moto retrogrado, tema e variazione, danzando in un certo senso la partitura medesima, Canto/Pianto, nata da una selezioni di brani dall’Orfeo di Monteverdi – capolavoro barocco senza eguali -, racconta per la prima volta una storia, e pur con una coreografia scarna ed essenziale, segue le vicende di Orfeo, esemplare storia dell’uomo, con una danza che si “immola a un altare per una volta (algidamente) passionale ed emotivo”, come acutamente ha fatto osservare Marinella Guatterini.

Guatterini su Brown
TRISHA BROWN: SPERIMENTARE SU PRESENTE E PASSATO
di Marinella Guatterini

Nel 1994 la coreografa americana Trisha Brown presentava, anche in Italia, un suo magico assolo intitolato If you couldn’t See Me; per dieci minuti questa straordinaria coreografa e performer che ha inventato il più fluido, rotondo e sensuale dei linguaggi coreutici post-moderni, danzava con le spalle rivolte al pubblico e quell’invenzione, tanto semplice quanto desueta, mi suggerì l’immagine di un Orfeo “che non doveva o non voleva incontrare lo sguardo di Euridice”. L’ostinato divieto a volgere la testa al pubblico (autoimposto per esplorare una dinamica “cieca”), la traiettoria che allontanava sul fondo il corpo dell’artista, le braccia levate, come per un angelico saluto, conferivano infatti alla “farfalla Brown” una inequivocabile tonalità nostalgica. Quello era un assolo di commiato ed oggi ne abbiamo la conferma e la certezza visto che già nel ’95 Trisha Brown affrontava la musica di Bach (in M.O.) e successivamente quella atonale di Anton Webern (in Twelve Ton Rose), mentre nel maggio scorso si è cimentata addirittura nell’allestimento (coreografia ma anche regia) dell’Orfeo di Claudio Monteverdi.

Addio dunque agli anni Settanta, alle avventurose scalate nei grattacieli di New York, fatte con il preciso obiettivo di azzerare tutto ciò che il suo corpo aveva appreso alla scuola dei maestri del Modern e della New dance americana. Addio alla Pop Art, al minimalismo, che solo in parte l’avevano sfiorata, ma anche a quella pratica sperimentale, alacremente organizzata per cicli di ricerca, che era diventata, sino ai fatidici anni Ottanta, per lei anni del meritato riconoscimento internazionale, la sua specialità. Prima le danze “equipaggiate”, con oggetti come skate-boards, proiettori da portare sulle spalle e funi da scalatore. Poi le “accumulazioni”: interminabili e ironiche filastrocche di gesti elementari. Quindi lo sviluppo di disegni coreografici complessi, elaborati per una compagnia creata a misura di un linguaggio ormai irto di ostacoli tecnici e sempre sottoposto a nuove sfide, come nell’ancora fresco e ingualcibile Set and Reset (1983) con scene e costumi dell’amico di sempre, Robert Rauschenberg. E ancora: libero sfogo alle forme pure della curva e dei numeri simbolici, come la restituzione ossessiva del numero otto, nella quale si cimentò anche in occasione di una discussa Carmen (1986) al Teatro San Carlo di Napoli. Ma con il debutto di M.O. – che ora Romaeuropa, opportunamente, ripropone – Trisha Brown dava davvero inizio a una sua nuova era coreografica. Per la prima volta si impegnava nella restituzione di una musica del passato, l’Offerta Musicale di Bach (di qui il titolo M.O.: un gioco sul canone a specchio che ricorre, in questa, come in altre partiture bachiane). Partitura prediletta per la sua ricchezza e varietà, “per la sua affinità alle strutture della danza”; partitura analizzata e scomposta, con l’aiuto di un musicologo, nell’arco di un intero anno di studio. Ed infine coreografia che innesca una conversazione estetica con Bach, pezzo di estremo rigore formale che non rende trasparente la struttura musicale ma consente ai corpi danzanti di dialogare come voci sulla musica, e di trasformare il contrappunto sonoro in contrappunto fisico. Per un’artista deliberatamente legata alle modalità espressive del presente, come la Brown, il confronto con la musica del passato non poteva che trasformarsi in un’occasione sperimentale. E così è stato anche per l’Orfeo di Monteverdi: Brown ha studiato attentamente la metrica poetica e la strumentazione musicale della prima grande opera nella storia della musica (Mantova, 1607); si è inoltrata nelle ramificazioni del mito – uno dei più fertili e non solo nell’antichità classica – ha lavorato, nell’allestimento che ha debuttato al Kusten Festival des Arts di Bruxelles, per riunire il testo, la musica e la danza e infine, dall’opera curata in collaborazione con il direttore d’orchestra Rene Jacobs e lo scenografo Roland Aeschlimann, ha estratto una coreografia, Canto/Pianto, esemplificativa dell’intero, elaborato processo. A Monteverdi la Brown è giunta con estrema naturalezza, dopo l’architetto “Bach e il “puntinista” Webern, e quasi per assecondare in un modo nuovo quella parte emotiva che emerge sempre dalla sua danza felina e felpata e solo a tratti dal reticolo matematico delle sue coreografie. Per questo Monteverdi e Canto/Pianto sono uno snodo cruciale nel suo coerente percorso d’artista. Trisha vi ripropone la lucida follia della sua mente matematica che aveva già scelto la danza per ammorbidirsi e ironizzare sulla sua stessa compostezza. Ma ora immola a un altare per una volta (algidamente) passionale e emotivo la coreografia.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1998)

Rassegna stampa

“(di Bach, n.d.r.) in M.O. (del 1995) sulla falsariga delle alchimie dell’Offerta Musicale (donde le iniziali del titolo) Trisha Brown coglie appieno il rigore strutturale di canoni, contrappunti, ricercari a tre e sei voci concepiti sul celebre regale tema musicale di Federico II di Prussia proposto in occasione della visita di Johann Sebastian al figlio Carl Philipp Emanuel, clavicembalista del Re, a Potsdam nel 1749. Assolutamente formale il balletto che vede impegnati otto danzatori che si muovono quasi come le immaginarie linee melodiche di un intrecciato contrappunto ovvero in piena autonomia, ma anche in stretta connessione spaziale e dinamica con le altre ed in uno stile asciutto, scarno, solo astrattamente espressivo proprio della creatività post-modern odierna. Nell’ancor più recente Canto/Pianto (1998) invece la Brown si cimenta con la esemplare vicenda mitologica del mito orfico cantato agli albori del barocco (1607) con accenti autentici da Claudio Monteverdi. Dell’opera che ha segnato le fortunate sorti del futuro melodramma la Brown sceglie soltanto i tratti musicalmente salienti (un festoso coro nuziale di pastori, il lancinante annuncio della messaggera foriero di luttuosa novella, il canto virtuosistico che addormenta Caronte, la mesta risalita e il ritorno alla vita) e li universalizza con tratti di una modernità raffinata e traslucida. Senza tradire l’assunto narrativo e drammaturgico esplicitato dal canto, ma anche senza dimenticare o rinunciare alla sua cifra coreografica, votata all’essenziale ed allo scarno, la coreografa americana ottiene qui il risultato di rileggere l’antico mito greco in termini di una attualità senza tempo e senza luogo, come una vicenda esemplare dell’uomo che vola sulla faccia della terra”.
(Lorenzo Tozzi, Trisha Brown il mito è qui, Il Tempo, 21 novembre 1998)

“Se nella danza classica la musica è Sentimento, Ritmo, Tappezzeria, per la Brown si fa Segno, Segnale, Pentagramma. I passi si intrecciano alle note – le tredici sezioni dell’Offerta Musicale di Bach levitano come in un gioco infantile. Rivestite, certo, di veli svolazzanti però simbolicamente prigioniere di misteriose geometrie II tessuto di fondo è firmato comunque Johann Sebastian. L’altra coreografìa legata anch’essa alla musica, era nuova per l’Italia. Nuova anche la voglia di esplorare il suono, da parte della Brown, considerata fin qui una regina dei silenzi. Ma come poco prima Bach anche Monteverdi ha convertito e coinvolto tutto e tutti con una selezione di brani tratti dall’Orfeo. Non so di altre interpretazioni monteverdiane altrettanto intense. La Compagnia composta di una decina di ballerini è riuscita ad alternare senza soluzione di continuità episodi di grazia ludica, eventi di intensa drammaticità, assolo che evocavano i dipinti del tardo-espressionismo tedesco. Il che non stonava affatto nell’ambito dello stile monteverdiano, assumendo anzi la funzione, il ruolo di una scoperta”.
(Mya Tannenbaum, Trisha mette le ali, Corrire della Sera, 21 novembre 1998)

“(Trisha Brown, n.d.r.) arricchisce le note di Bach e Monteverdi con una propria originale gamma di valori plastico-dinamici, perfettamente coerenti con il suo lavoro di sempre, i quali però appaiono, per la vicinanza con le antiche arie, miracolosamente nuovi, inediti. Nel caso dell’Orfeo addirittura narrativi. La Brown ha cominciato, negli anni settanta, scalando tetti e facciate di grattaceli, creando coreografie per danzatori sospesi perpendicolarmene alle pareti di un museo, inventando brevi sequenze di movimento (Trio A) che insegnava a chiunque, riaffermando provocatoriamente le origini democratiche a antiaccademime del modernismo americano ispirato dalla Duncan. Oggi compone raffinate grafie in bianco e nero, senza mai scendere a compromessi sul piano della purezza antiaccademica delle danze. Pressoché uniche anche per lo stile, che nulla concede alle più recenti integrazioni fra i diversi linguaggi, e resta scabro, naturale, genuinamente post-moderno”.
(Donatella Bertozzi, Miracolo Trisha Brown, l'”Orfeo” diventa inedito, il Messaggero, 22 novembre 1998)

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