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PHILIPPE JAMET

Portraits Dansés


Una installazione video, una coreografia per immagini, questo è Portraits dansés, nato da un annuncio sui quotidiani romani alla ricerca di persone, dall’età compresa tra i 10 e gli 80 anni, dotate di un buon rapporto con la danza.
L’espediente è solo il prologo di un singolare progetto, esso ha infatti il suo senso nella necessità, fortemente sentita da Philippe Jamet, di portare la danza fuori dallo spazio chiuso di una sala prove o di un teatro, arricchendola di uno scambio fertile con la quotidianità e con le persone che quella quotidianità abitualmente vivono. Nelle loro case, i venticinque selezionati sono stati intervistati con domande che hanno indagato sugli oggetti preferiti, sul paesaggio ideale, sul rapporto con la città, ma anche su temi universali quali l’amore, la felicità, la paura, la morte. E alle parole seguivano i movimenti, la descrizione con il corpo, che il coreografo ha ripreso e poi montato costruendo una sequenza attorno ai momenti più intensi: una galleria di volti, di parole e di danza. Alla fine, questi Ritratti parlano di un rapporto spontaneo con il gesto, libero dalle costrizioni della disciplina e della forma: non ci sono accademismi, e l’espressività è pura emanazione del vissuto, non deve trovare lo stile per emergere, per esplicitarsi, perché è già stile – e questa è la parte che incanta ed inquieta allo stesso tempo. Accanto a questa spontaneità (ma fino a che punto il quotidiano è spontaneo?), Jamet ha posto l’arte dei suoi danzatori: due articolazioni del medesimo linguaggio, la danza.

Testi Philippe Jamet, Didier Jacquemin e Philippe Demand
Realizzazione e coreografia Philippe Jamet
Ideazione video, montaggio e fresque Philippe Demand
Installazione Didier Jacquemin, Philippe Jamet
Interpreti Romano Botticelli, Claudia Miazzo, Elisabeth Valentini
Produzione Romaeuropa Festival 2000, con il sostegno dell’Ambasciata di Francia in Italia e dell’AFAA – Association Française d’Action Artistique

I RITRATTI DANZATI DI PHILIPPE JAMET
di Ludovico Pratesi

Vi ricordate? Proprio qui a Roma, nella prima edizione della mostra di arte contemporanea internazionale La ville, le jardin, la mémoire che si è tenuta a Villa Medici nel 1998, un’artista canadese, Janet Cardiff, aveva partecipato con un progetto decisamente fuori dal comune. Si trattava di un percorso guidato dall’artista attraverso i giardini della villa, che il pubblico poteva seguire attraverso un banale walkman. Un modo nuovo di visitare la mostra attraverso la voce e le emozioni dell’artista, che provocavano altre emozioni nello spettatore, in uno stimolante “melting pot” di sensazioni generate dall’unione tra l’artista e il pubblico.

Il lavoro di Janet Cardiff è solo uno dei tanti esempi di opere d’arte visiva che nascono da un confronto diretto tra arte e vita quotidiana, spesso fuori dai luoghi tradizionali di esposizione. Uno degli esempi più noti riguarda Gillian Wearing, una famosa artista inglese che qualche anno fa scattò una serie di fotografie per le strade di Napoli ritraendo l’espressione di una serie di persone qualunque a cui aveva domandato di scrivere una frase sulla vita. Il risultato fu uno straordinario ritratto di un popolo capace di sopportare i propri disagi con una buona dose di ironia. Un desiderio di “vita vissuta” che porta gli artisti delle ultime generazioni ad uscire fuori dalle rassicuranti pareti del museo o della galleria per entrare direttamente a contatto con la realtà è diventata ormai una delle principali caratteristiche dell’arte del terzo millennio. Un virus portatore di nuove emozioni che sembra aver contagiato anche altre forme d’arte, come dimostra Portraits dansés, l’ultima creazione del coreografo francese Philippe Jamet, in collaborazione con Didier Jacquemin e Philippe Demard. Come Cardiff e Wearing, da qualche anno Jamet si interroga sui limiti del palcoscenico e desidera uscire dal suo spazio fisico e tradizionale per andare verso la vita della gente comune. Nel 1999 mette a punto questo nuovo progetto, che si basa sul capovolgimento del rapporto tra teatro e pubblico: non è più lo spettatore a recarsi al teatro, ma l’artista ad entrare nella casa dello spettatore. “Non sopportavo più di chiudermi dentro uno studio di danza per guardarmi l’ombelico” spiega Jamet. “Volevo fare qualcosa che assomigliasse al mio desiderio di vivere”.

Così, questo coreografo che possiede un curriculum davvero invidiabile, a trentotto anni ha deciso di portare sul palcoscenico la gente comune; oggi i protagonisti di Portraits dansés sono venticinque romani contattati per caso o attraverso annunci sui giornali, che Jamet ha incontrato e ripreso mentre esprimevano liberamente le loro emozioni attraverso gesti, parole e movimenti.
Ha rivolto ad ognuno di loro una quindicina di domande: le prime più generali, legate al rapporto con i luoghi della città, e poi sempre più intime, da accompagnare con gesti esplicativi, legati alle emozioni forti, come l’amore o la paura. Infine, gli ha chiesto di ballare in modo libero e spontaneo, filmando i loro movimenti, per dare vita ad un ritratto “in presa diretta” della città. Una raccolta di volti, gesti, parole, sentimenti ed emozioni tutti riuniti in una grande video installazione che anima il foyer del teatro Nazionale, mentre lo spettacolo prosegue in un’altra sala, dove gli spettatori possono assistere all’interpretazione delle stesse tematiche offerta dai ballerini della compagnia di Jamet, che mettono in scena la loro personale visione dei momenti più forti della vita quotidiana: l’amore, la felicità, la disgrazia, la paura e la speranza.

Dopo aver fatto ballare i pensionati dei quartieri a nord di Marsiglia prima nello spettacolo Traces (1995) e poi, l’anno successivo, nel film Faux Départ (1996) e aver sperimentato Portraíts dansés in tre città francesi (Marsiglia, Brétigny sur Orge e Parigi), Philippe Jamet ha lavorato per un mese a giugno qui a Roma, per realizzare la versione romana dello spettacolo. “Ho trascorso circa tre ore con ogni persona selezionata” spiega il coreografo, “e ogni volta è un appuntamento d’amore. Quando li vedo muoversi, ritrovo il piacere che provo mentre ballo nel mio bagno. Non ho più voglia di fabbricare della danza formale che non ha alcun rapporto con la mia vita reale”. Con Portraits dansés Jamet ci invita a guardare la realtà in maniera diversa, per partecipare direttamente alle emozioni vissute dalla gente comune, senza le barriere imposte dallo “star system”. “Nessuno può sentirsi escluso da questo spettacolo” dichiara. “Se qualcuno osa dire che non lo ama, vuol dire che non ama la gente”.
A proposito, siete sicuri di non avere riconosciuto qualche vostro conoscente tra i “ballerini per caso” scelti da Jamet? Tra i Portraits dansés, tutto è possibile. N’est ce pas?

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2000)