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Michael Clark

Before and After: the Fall; Rise


Photo © Piero Tauro

Venuto alla ribalta alla fine degli anni ottanta, scandalizzando l’Inghilterra thatcheriana con opere che per la prima volta sposavano la danza all’heavy metal, al sesso esplicito e allo spirito iconoclasta del punk, lo scozzese Michael Clark ha poi vissuto un lungo periodo di inattività, legato a diversi problemi personali. Torna solo ora sulle scene con un ritrovato equilibrio, artistico e interiore, grazie ad uno spettacolo che ripercorre criticamente gli esiti più trasgressivi degli inizi e introduce quindi il “nuovo” Michael Clark delle produzioni più recenti: le due parti del dittico, ospitato presso il Teatro Argentina, hanno come titoli Before and After: The Fall e Rise, ossia, non a caso, la “caduta” (ma “The Fall” è anche il nome della rock band in cui ha militato lo stesso Clark) e la “risalita”, entrambe parti essenziali di un percorso che vuole essere insieme umano e creativo. Contributo fondamentale alla nuova coreografia, l’opera dell’artista visiva Sarah Lucas, responsabile dell’enorme avambraccio dal pugno chiuso che troneggia sul palco e la cui equivoca oscillazione viene ritmata nel finale dalla celebre colonna sonora di Theodorakis per Zorba il greco.

IL CORPO DI CLARK…
a cura di Andrea Porcheddu

Quali sono le caratteristiche del programma che presenterà al Romaeuropa Festival?
È un’unione di vari lavori, tra i quali le mie prime coreografie realizzate all’inizio degli anni Ottanta ed altre creazioni assolutamente nuove. Vi si trovano, ad esempio, i lavori fatti con The Fall, la band con cui abitualmente collaboravo.

Nel suo percorso artistico gli spettacoli sono sempre stati frutto di una intensa relazione tra vita e creazione artistica: che valore ha per lei oggi la danza?
La danza è qualcosa che cambia, ogni giorno. Perché il corpo cambia, muta, ogni giorno. Quel che è interessante è la relazione, la eventuale sincronia, tra corpo e mente: in questa fase della mia attività sto concentrando la mia attenzione sul corpo degli altri. Lavoro sul corpo di altri danzatori, anziché guardare al mio corpo. Penso che questa sia una grande sfida. Si tratta di una nuova concezione della danza, diversa da quando ero fisicamente presente e protagonista dei miei lavori. È interessante farsi da parte per osservare altri danzatori.

Come lavora con i danzatori?
Normalmente sono solito provare su di me la coreografia, per poi rivolgerla agli altri danzatori. Ora, invece, cerco di portare nella fase di prova dei materiali, e lascio che i danzatori se ne approprino.
È fondamentale, per me, osservare il loro movimento: i danzatori possono fare cose che io non so fare, e mi sorprendono inventando nuove sequenze, nuove possibilità…

Difficile da credere che esistano cose che lei, come danzatore, non possa fare…
Ma è vero. Ogni danzatore ha qualche debolezza. Ed è interessante scoprirlo attraverso il lavoro degli altri. Mi piace elaborare per i miei danzatori qualcosa che so di non poter fare: non mi interessa l’improvvisazione, ma normalmente suggerisco alcune ipotesi di lavoro e i danzatori elaborano questo materiale, che io, poi, utilizzo anche per conoscerli meglio.

I suoi lavori sono considerati fortemente provocatori. Quale rapporto cerca con il pubblico?
Penso che la danza oggi sia ancora eccessivamente classica, intellettualistica, mentre dovrebbe stabilire maggiori contatti con altre culture. Nei primi spettacoli che ho realizzato, ad esempio, guardavo maggiormente alle manifestazioni popolari che non alla cultura “alta”. Mi sembra evidente che esistano aspetti vitali della danza che la gente ha rifiutato per troppo tempo. Mi piacerebbe invece che venissero riscoperti. Molte persone vanno a vedere cose che non sarebbero mai andate a vedere, ma questo non interessa né i miei danzatori né me. E se alcuni pensano che io sia provocatorio, altri invece sono interessati a ciò che faccio e non vi ritrovano alcuna provocazione. Magari possono essere considerati provocatori certi costumi o certe idee che utilizzo, ma vorrei, in realtà, che attraverso la mia danza si ripensasse al ruolo, al concetto di corpo. Mi piace pensare che non sia considerata una provocazione quanto proviene dal corpo nella sua interezza e nella sua complessità, come la mia danza.

Cosa rappresenta per lei la musica?
Per me la musica ha sempre avuto un ruolo liberatorio. Fin dalle scuole superiori, quando, come ogni teenager, vivevo una vita scissa in due, una sorta di Dottor Jekyll e Mr Hyde, tra la vitalità del corpo e l’essere intellettuale. E la musica poteva unire i due aspetti. Trovo la musica incredibilmente salutare: riesce a riportarti ad uno stato d’animo accettabile quando sei particolarmente giù di morale… In particolare, però, nei nuovi lavori che sto preparando cerco di non essere dipendente dalla musica. Cerco di applicare differenti musiche a differenti danzatori, superando così un rapporto di stretta dipendenza. Ma credo che sia più importante ascoltare che vedere: abbiamo prima imparato ad utilizzare l’udito che non la vista. Si può essere più aperti, più reattivi nell’ascolto, così attraverso la musica si libera maggiore creatività. Quando si ascolta una musica si è portati a seguirla, danzando, anche senza sapere perché. Di fronte a qualcosa di visivo, la gente è portata a fermarsi e a chiedere cosa significhi.

Rassegna stampa

“Oggi il ritorno di Clark – ospite all’Argentina del Romaeuropa Festival, dopo varie e tormentate pause di riflessione – appare molto meno scandaloso e, rivedendo il suo vecchio repertorio riassemblato in tre quarti d’ora, molto meno geniale, pensando anche a chi è venuto dopo di lui come l’irriverente ed estroso Matthew Bourne. La risposta è secca: no, Clark non fu, non è vero genio coreografico. Dietro la coloratura trash, le scurrilità delle sue rocker-danzatrici, bambinacce impertinenti e inclini alla masturbazione, c’è un po’ di Cunningham, residui mnestici di classico, qualche gestaccio, insomma poco o niente. Il che, combinato a una musica vagamente punitiva per i non amanti del rock duro e al fatto che a noi italiani fa poco effetto vedere “profanati” i corpi classici, induce a una certa soporifera visione della prima parte dello spettacolo.
Clark, che in fondo non manca di autoironia, l’aveva del resto intitolata Fall, “caduta” (anche riferendosi alla musica che accompagna i brani firmata dalla band The Fall con testi di Mark Smith), mentre suggeriva un Rise, “ascesa”, “risalita”, per la seconda parte, dove ha presentato la sue ultime produzioni. L’imprinting coreografico resta quello, grosso modo, ma l’ispirazione, per fortuna, respira meglio. Il coreografo inglese si libera dallo sberleffo goliardico da studente e guadagna una concezione più matura dello spazio e di come riempirlo”.
(Rossella Battisti, Pugno chiuso e bambinacce, torna Michael Clark lo sfacciato, l’Unità 15 ottobre 2001)

“Tutti speravamo in qualcosa veramente degno dei suoi esordi. Invece egli ha presentato una sorta di “medley” dei suoi vecchi successi provocatori degli anni Ottanta (su musiche sguaiate del gruppo “The Fall”), con i consueti sederi nudi, i seni al vento e, qua e là, anche buona danza, anche buona tecnica e un certo senso dell’umorismo. Ma, ahimé, nell’insieme tutto sembra ormai una serie di istantanee tristi e ingiallite di vecchie feste un po’ audaci tra compagni di liceo. Quanto alla “novità assoluta”, commissionata da un gruppo imponente di raffinatissime istituzioni internazionali, poverette, certo che Clark se l’è cavata con poco. Ha messo insieme, su musiche di vari autori (compreso l’infame “sirtaki” da Zorba il greco) due brevi danzette: l’una sul tema visuale ormai consunto dei ballerini che portano da soli le fonti luminose: segmenti di luci che si muovono, così, nello spazio e disegnano croci, crocette e segni vari. L’altra, perdutamente futile, in cui sei o sette ballerine interagiscono con un enorme braccio umano di cartapesta. Il braccio finisce con un pugno chiuso che, attraverso un ridicolo meccanismo infantile, si alza e poi si abbassa fino a terra, nell’apparente tentativo di schiacciare le ben poco allegre comari di Clark.
Eppure – maledizione – qua e là, sotto le attuali, irritanti futilità si sente vibrare la grinta di un leone ancora ben vivo. Chissà, forse è soltanto assopito”.
(Vittoria Ottolenghi, Clark, il ritorno. Ma il suo nudo non provoca più, Il Mattino, 16 ottobre 2001)

“La prima parte dello spettacolo, datata 1984, era titolata Fall, caduta, altroché caduta! Era tutta una messinscena esilarante. Fantasiosa. L’umorismo anglosassone tradotto nel gesto, il divertimento. La provocazione spolverata di candore. Così i sederini nudi. E una sola tettina al vento a persona. La gestualità clownesca, allegra, agile, accompagnata da un mostruoso similrock: l’anticultura del rumore. Poi, il colpo di scena. La seconda parte del programma, dieci minuti di danza. Il titolo? Rise! Risurrezione, naturalmente. Ma era l’addio alla leggerezza. L’immaginario collettivo si era trovato a tu per tu con una asciutta crudeltà ortopedica. Una sorta di “prolunga” delle braccia attaccata alle braccia. Certo, un’invenzione. La nuova costumista e set designer, Sarah Lucas, ha quindi rivestito le ballerine di costumi da bagno a due pezzi. Bando alla fantasia. Niente risate. C’era inoltre un curioso elemento scenico, semovente – un gigantesco avambraccio dal pugno chiuso. Si ballava al ritmo di Mikis Theodorakis. Alla fine tutti, anzi tutte, sono tornate alla ribalta con le gambe ricoperte da lunghi peli. Per piacere. Michael Clark, cosa intendeva esprimere? Domani si vedrà. Punto e a capo”.
(Mya Tannenbaum, Michael Clark, una stella tra passato e presente, Corriere della Sera, 14 ottobre 2001)

“Clark ci ripropone oggi le sue provocazioni antithatcheriane riuscendo solamente a dimostrare come fossero anche allora artisticamente fragili e coreograficamente inconsistenti. Le cose migliorano relativamente nella seconda parte dello spettacolo, dominata, come la prima, da povertà di vocabolario e ricorrenti riferimenti al sesso e alla masturbazione francamente noiosi, ma un poco più equilibrata coreograficamente e con splendide luci di Charles Atlas”.
(Donatella Bertozzi, Michael Clark, la provocazione scozzese arriva all’Argentina, Il Messaggero, 14 ottobre 2001)

Crediti

Ensemble The Michael Clark Dance Company
Coreografia Michael Clark

BEFORE AND AFTER: THE FALL
Musica
The Fall
Costumi Leigh Bowery
Scenografia Trojan
Luci Charles Atlas

RISE
Musica
Public Image LTD, Nina Simone, Magazine, Mikis Theodorakis
Costumi e scenografia Sarah Lucas
Luci Charles Atlas

Produzione Romaeuropa Festival 2001, Dance Umbrella London, Théâtre National de Chaillot Paris, Hebbel Theater Berlin, Danceworks Uk LTD (Sheffield)