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Madjid Panchiri

Afghanistan: la musica ritrovata


La musica torna in Afghanistan, dopo il silenzio dei sei anni di guerra e la partenza dei talebani. Dalle radio, dai teatri, dalle sale da concerto, ma anche dalla televisione di Kabul, la musica anima nuovamente le feste, i matrimoni e le cerimonie tradizionali, riempie le caffetterie e le tradizionali case del tè (tchaï khana). Madjid Panchiri, cantore tadjik originario della valle del Panchiri, soprannominato “Sufi Madjid”, compone le sue canzoni sui testi dei grandi poeti persiani Omar Khayam e Hafez o su quelli del poeta afgano Achqari: rinchiuso nella piccola città di Rokha, al nord dell’Afghanistan, a differenza di molti suoi colleghi egli non è stato costretto a emigrare, avendo la sua regione resistito alle incursioni dei talebani.
Nel concerto ospitato in questa edizione del festival, è accompagnato da Mehri Maftoun, anch’egli originario nel nord dell’Afghanistan e ambasciatore delle particolari melodie tipiche della sua terra, e da Abdol Rachid Mashine, la cui saringa (un liuto a 17 corde) ha permesso di conoscere la musica tradizionale afgana in Europa e negli Stati Uniti. Un viaggio alla scoperta di repertori colti e millenari, arricchiti dai ritmi popolari e dalla modernità dello stile di ciascun musicista.

Interpreti Madjid Pandjshiri (canto), Mehri Maftoun (canto, dambura), Abdol Rachid Machinai (sarinda), Bahauddin (tambur), Rahim Takhari (ghijak, canto), Ali Sakhi (ta¯bla), Homayoun Sakhi (robab)

LA MUSICA RITROVATA
di Gioia Costa

In Afghanistan la musica è un’arte di vivere prima di essere un mestiere e, dopo sei anni di guerra e di silenzio, torna a suggellare gli avvenimenti importanti della vita. In questa terra si danzava durante i matrimoni, nelle celebrazioni, per festeggiare una nascita o salutare chi moriva. Si danzava persino al capezzale dei malati, poiché la credenza voleva che così si scacciasse il maligno e si alleviassero le sofferenze. E la musica anima nuovamente le assemblee, le serate e tutte le occasioni di incontro.

Abdol Rachid Mashine è un del zenda, un “cuore felice” secondo l’espressione afghana. Da quando i talebani sono andati via non lascia più il suo saringa, liuto a 17 corde costruito da suo padre e interrato in giardino nel 1996. Racconta che, negli ultimi 5 anni, le cerimonie e i matrimoni erano diventati lutti: era vietato danzare e cantare e si poteva solo assistere in silenzio.

Bahauddin, maestro del tanbur, e fine conoscitore di tutti gli stili popolari dell’Afghanistan, Abdol Madjid Panchiri, che compone musiche sulle poesie del grande poeta afghano Achqari, Mehri Maftoun, maestro di tamboura che fa rivivere la tradizione in melodie originali, saranno a Roma: la musica ritrovata restituirà lo splendore della cultura persiana custodita a Hérat, oggi città afghana, che nel XV secolo era il cuore del commercio della seta.
È tradizione di Hérat che i musici sappiano “mormorare all’orecchio degli uccelli” perché il canto degli uccelli unito alla musica rappresenta l’apogeo del piacere armonico. Per valutare la qualità dei musicisti, ai concerti si portavano gli uccelli: più questi cantavano, più i musicisti erano apprezzati.
La musica di Hérat è una raffinata unione di sonorità folcloriche e sagge, gioiose e commoventi, e sbocciò quando i caffè, le strade, i bazar, traboccavano di suoni e melodie. Torna oggi ad animare la vita, e il concerto romano sarà una occasione rara per scoprirne il fascino.

I MUSICISTI

In Afghanistan, paese di alta tradizione culturale, la musica viene da sempre suonata e trasmessa per amore: è “l’arte del vivere” più che un mestiere. Si ascolta ovunque: nelle riunioni, intorno al fuoco, durante le lunghe notti d’inverno, e soprattutto nelle caffetterie e nelle tradizionali case del tè (tchaï khana).
Oggi, la musica sfugge di nuovo a tutti i piccoli transistor. E negli studi, ancora polverosi, della televisione afgana i musicisti si recano ogni giorno per registrare i nuovi concerti.
La maggior parte di loro è tornata dall’esilio. Ma i più venerati sono i grandi maestri, originari di diverse regioni che come Machinaï, hanno vissuto dall’interno gli anni più oscuri dell’Afghanistan e che hanno deciso di riunirsi per un inedito concerto.

Abdul Rachid Mashine
Nato nel 1955 a sud di Kaboul. Abdul Rachid Mashine fa parte di una grande famiglia di musicisti, che in Afghanistan gode di una rilevante notorietà. Suo padre dirigeva la prestigiosa scuola di musica di Logar, dove si sono formati i più grandi maestri della musica afgana.
Nella sua modesta casa di terra a Karte Now, specie di baraccopoli nei pressi di Kaboul, Abdul Rachid Mashine oggi è il più felice dei musicisti: un vero “del zenda” (“cuore vivo” o “cuore allegro”) come dice l’espressione afgana.
Dalla partenza dei talebani, non lascia più la sua saringa, liuto a 17 corde costruito dal padre quaranta anni prima, e sepolto nel giardino nel 1996 per paura delle possibili rappresaglie.
Dopo cinque anni di silenzio, sono numerosi i concerti nei teatri e nelle cerimonie di matrimonio. “Sotto i talebani, le cerimonie di matrimonio si erano trasformate in lutto. Non si poteva né cantare, né ridere, né ballare. Era come vegliare un morto. Oggi ho l’impressione di rivivere”, racconta Mashine, che durante questi cinque anni di silenzio, per nutrire la sua famiglia, ha dovuto fare il macellaio: “però”, dice, “tutte le notti, suonavo nei miei sogni”.

Bahiddin. Il maestro di Tanbur Bahiddin, della stessa generazione di Mashine e originario della provincia di Kapisa, è conosciuto per la grande maestria negli stili popolari di tutte le regioni dell’Afghanistan. Membro dell’orchestra di Radio Kaboul, nel 1992 fu costretto a rifugiarsi a Mazar-i-Charif, al nord dell’Afghanistan, in guerra civile contro le fazioni moudjahidin. Lì, formò un gruppo con altri musicisti. Ma nel 1998 dopo la presa di Mazar-i-Charif da parte dei talibani le attività furono definitivamente interrotte.

Abdul Madjid Pandjshiri. Rinchiuso, nella piccola città di Rokha, al nord dell’Afghanistan, Abdul Madjid Pandjshiri non ha mai dovuto abbandonare la sua valle di Pandjshr, l’unica regione che ha resistito alle incursioni dei talebani. Oggi, a 58 anni, gode di un grande rispetto in Afghanistan. Soprannominato “Soufi Madjid”, trova la sua ispirazione nella natura verdeggiante di questa bella regione, a ridosso della montagna, e compone la maggior parte delle sue poesie sulle poesie di Achqari, grande poeta afgano, morto dieci anni fa.

Homayoun Sakhi. Homayoun ha studiato il Robab dall’età di 12 anni. Cresciuto in un ambiente musicale, e dotato di un talento e di una tecnica eccezionale, non ha tardato ad imporsi come musicista. Quando la musica fu vietata in Afghanistan, Homayoun fu costretto, come la maggior parte dei musicisti, a lasciare il suo paese. Si è recato allora insieme alla sua famiglia in Peshawar (Pakistan) dove ha perfezionato la preparazione sotto la guida di suo padre, maestro di Robab. Homayoun è uno dei rari musicisti che, malgrado la sua giovane età, cerca di preservare l’autenticità della musica tradizionale afgana: pur non negando modernità di spirito e di stile, cerca di conservare viva e rigogliosa quest’arte millenaria.

Mehri Maftoun, maestro di damboura (liuto afgano), è originario della piccola città di Ishkashim, nella regione di Badakhshan, ai piedi delle montagne dell’Hindu Kush. Cresciuto nella piccola comunità di musulmani ismaeliti, compone una musica dalle melodie originali senza dimenticare la cultura dell’ambiente in cui è cresciuto. Prima dell’arrivo dei moudjahidin, nel 1992, e delle loro lotto intestine, – preludio all’arrivo dei talebani nel 1996 -, Mehri maftoun aveva preso l’abitudine di organizzare delle tournées musicali attraverso il nord del paese. Questo vecchio eroe della musica regionale rappresenta oggi il punto di riferimento del rinnovamento musicale in Afghanistan.

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