Eco

Light

Eco

Light

Torna su
Cerca ovunque |
Escludi l'Archivio |
Cerca in Archivio

William Kentridge

Shadow Procession


Photo © Piero Tauro

William Kentridge Artist: the End of the Beginning
Bonanza – Gespleten Wereld
Certains Doubts of William Kentridge
William Kentridge: Drawing the Passing

William Kentridge è prima di tutto un disegnatore: il suo lavoro nel teatro e nel cinema è da lui stesso considerato una estensione del disegno. Nato in Sudafrica, a Johannesburg, dove vive ancora oggi, crede che la vita sia un “processo”, non un fatto, ed è per questo che le sue opere figurative sono il risultato di azioni successive, che a volte possono anche trasformarsi in brevi (e pluripremiati) film animati. Ospite del Romaeuropa Festival con l’atteso spettacolo Confessions of Zeno, Kentridge viene dunque anche omaggiato per la sua attività pittorica, grazie alla proiezione, presso il Centro per le Arti Contemporanee di Roma, di quattro documentari televisivi a lui dedicati: William Kentridge Artist: the End of the Beginning (Stati Uniti), Bonanza – Gespleten Wereld (Germania), Certains Doubts of William Kentridge (Sudafrica) e William Kentridge: Drawing the Passing (Brasile). In programma è inoltre il video Shadow Procession, presentato da Kentridge alla VI Biennale di Istambul del 1999 e realizzato con l’antica e desueta tecnica delle silhouettes.
Evento

 

SHADOW PROCESSION. PROCESSIONE D’OMBRE
di Paolo Colombo

Il video Shadow Procession è stato presentato alla VI Biennale di Istanbul del 1999. Quella edizione era dedicata a Antonis Dhiamantidhis, cantante nato nel 1892 a Arnavutkoy, villaggio a pochi chilometri da Istanbul. Nei primi decenni del XX secolo, Dhiamantidhis aveva avuto successo nei caffè e nelle taverne in Grecia e in Turchia. Smise di cantare nel 1939, con l’inizio della seconda guerra mondiale, e morì ad Atene nel 1945. Era un cantante di amanedhes, le lente e dilatate melodie composte di pochi versi legati, o a volte interrotti, dall’interiezione aman aman (ahimè o pietà), utilizzata come improvvisazione o sfogo emotivo.
Dhiamantidhis cantava sotto il nome di Dalga(s), che in greco significa “passione” e in turco “onda”: per lui questa parola comunicava l’intensità della sua musica, il fluire rapsodico della sua voce, l’eredità culturale greca e turca e la sua città natale sul Bosforo, fonte di ispirazione del suo lavoro.

Shadow Procession è nato da una registrazione di amanedhes di Dalgas che William Kentridge, invitato a partecipare alla VI Biennale di Istanbul, ha dato a un musicista di strada di Johannesburg, Afred Makgalemele, con il quale aveva già collaborato in Sud Africa. I suoni che aprono il video scuro annunciano il ritmo ed il fluire della processione di ombre indicate nel titolo. Si tratta di silhouettes costruite e animate dall’artista in collaborazione con la Handspring Puppet Company, simili a quelle del teatro d’ombre greco e turco. Un omaggio al Karagöz turco e al Karaghiozis greco, la maschera popolare e scaltra – dagli occhi neri, karagöz – del teatro d’ombre mediterraneo.

Come un concerto da camera, Shadow Procession è diviso in tre movimenti, con il finale che riprende i temi del primo e ne ripropone le caratteristiche salienti. Appena compare la luce sullo schermo entrano le silhouettes da sinistra a destra, e procedono come una scrittura ideogrammatica per il primo ed il terzo movimento. Ombre di minatori che trasportano pale e di lettori con libri aperti in mano. Su queste ombre se ne accavallano altre sfuocate, ombre di ombre, che procedono cadenzate dal suono della fisarmonica. In questa prima parte del video, due sillabe vengono ripetute da una voce alta: “la-le“. Per una coincidenza non immaginabile né dall’artista né dal musicista, la parola lale in turco indica il fiore simbolo della Turchia, originario dell’Anatolia: il tulipano. Alle prime silhouettes seguono ombre di uomini mutilati che agitano le stampelle e incedono derelitti, altri minatori (allusione al Sud Africa e alle sue miniere) e di nuovo ombre di ombre, nella cui sostanza Kentridge, politico e antiplatonico, afferma di credere. E di nuovo ombre che si sovrappongono a padri che portano i loro figli, a un carro che porta un impiccato, a microfoni, a uomini in piedi che affollano un altro carro, a personaggi che portano sulle loro spalle una città distrutta. L’ultima persona trascina con sé una tenda nera, che è il sipario, e così si conclude la prima parte.

La seconda sezione inizia con un quadrato di luce bianca sopra una pedana nera. Da dietro sorge un’ombra, reale e umana, imponente e imperiosa. Con le sue grandi mani sembra voler comandare il mondo, frustare chi, si intuisce dal vociare sotto i tamburi, gli è sottoposto – enorme Roi Ubu australe e ormai impotente di fronte a una nuova realtà africana. A poco a poco il suo gesticolare si ferma e così ha fine la seconda parte delle Shadow Procession.

La terza sezione ripropone l’incedere del corteo, aperto da una forbice ambulante, e prosegue con personaggi centrali nella mitologia di Kentridge: la donna caffettiera, il timbro a secco, oggetti in forma umana che si sono sostituiti ai personaggi della prima parte del video. L’artista ripropone la storia sotto forma di farsa, animata da personaggi immaginari, capricciosi e vuoti come la regina di cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie. A questi oggetti subentra un gatto, questo vero, che conferma la nuova scala di grandezze delle ombre, e ancora un’immagine reale di un grande occhio animale, allusione forse a Un Chien Andalou, ma di sicuro, per via del montaggio incalzante e ritmato, un omaggio a L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov.

Tutto questo si sarebbe dovuto vedere e ascoltare la notte su uno schermo teso tra due caiki sul Bosforo. Il terremoto del 17 agosto 1999 ha cambiato le cose, altra coincidenza rilevata in quest’opera e drammaticamente precisa: le ombre che nel primo movimento portavano sulle loro spalle una città distrutta erano eco premonitore di un evento che nello spazio di un minuto ha lasciato una regione con 40mila morti e 600mila senza tetto. E così, Shadow Procession è stato proiettato nella parte più oscura e sotterranea della città, nella cisterna di Yerebatan, una costruzione dell’epoca di Giustiniano, sopra un muro di fondo, oltre tutto il colonnato, e riflesso sull’acqua in un momento in cui la città era in lutto e in uno stato di confusione generale.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2002)

  • Per migliorare la tua navigazione sul nostro sito, utilizziamo cookie ed altre tecnologie che ci permettono di riconoscerti.