Eco

Light

Eco

Light

Torna su
Cerca ovunque |
Escludi l'Archivio |
Cerca in Archivio

TSAHAN TZAM

Cantastorie


Photo © Piero Tauro

Da una regione di cavalli selvaggi e steppe che costeggia le rive del Volga non lontana dall’Astrakhan proviene una musica resuscitata dalle rovine del tempo, sospinta da canti che sembrano proferiti dai venti sibilanti e cavernosi della vicina Mongolia.
Tsahan Tzam conosce fin dall’infanzia il canto difonico, la sorprendente tecnica vocale della terra di Calmucchia che riproduce ogni suono fondamentale con voce gutturale, mentre una delle armoniche nello stesso tempo lo sostiene: due voci condensate in un solo canto, una cavernosa e instabile, l’altra più alta e sottile.
Un miracolo dell’espressione e della tecnica che accomuna soltanto poche popolazioni asiatiche e rari cantori: accanto a Tsahan Tzam è infatti il più giovane Epi, figlio di nomadi e cresciuto musicalmente nella capitale mongola di Oulan Bator. Egli guida la sua voce con il suono del merin khour, un leggendario strumento a corda dall’estremità a forma di cavallo, capace di note delicate se accarezzato ma anche di accenti furiosi.
Insieme raccontano e rievocano le fantastiche e mirabilanti storie del Djangar, l’epopea degli eroi mongoli (tramandata oralmente da generazioni di pastori e cacciatori) paragonabile al Mahabharata o al Ramayana indiani. Canti proferiti da doppie voci ancestrali e sconvolgenti, spalancati sull’immenso deserto di un passato che ritorna nell’elaborato incantesimo di Tsahan Tzam.

Anche in terra kazaka la dombra è uno strumento suonato da molti secoli dagli jyrau, poeti, cantori e musici cui è affidata la memoria della tradizione del Kazakhstan.
In passato, il compito di trasmettere i canti epici era sempre stato affidato agli uomini. Uljan Baibussynova (co-protagonista dello spettacolo di Peter Sellars The Children of Herakles rappresentato nella scorsa edizione del Romaeuropa Festival) è una delle rare donne jyrau del suo paese: nella sua famiglia la tradizione del canto è sempre stata presente e la sua voce, dal timbro grave e profondo, ha deciso il suo destino di cantastorie.
Uljan Baïbussynova ridà vita alle antiche epopee della sua regione: accompagnandosi con la sua dombra, ci riporta all’epoca in cui gli jyrau cantavano e raccontavano fino all’alba le avventure degli eroi e le leggende del popolo del Kazakhstan.

Canti e musiche del Badakhshan (Tajikistan)
Canto e danza
Sahiba Dovlatshaeva
Canto e ghijak Djonbaz Doshanbiev
E cinque musicisti

Nel cuore della catena montuosa del Pamir, protetta dalla Kirghizia, dalla Cina e dall’Afghanistan, esiste una regione nella quale si parlano sette lingue (e un dialetto per ogni valle), una terra dalla cultura musicale e poetica antica e ricchissima: il Badakhshan.
Il popolo del Pamir accompagna i momenti più importanti della vita (dalla nascita alla morte) con esecuzioni musicali strappate al tempo da generazioni di suonatori che si trasmettono da sempre canti e strumenti.
La prevalente tradizione ismaelita è stata influenzata da suggestioni sunnite e kirghisa, generando nei secoli una sorprendente varietà canora che attinge ai canti classici persiani, a quelli ismaeliti più recenti ed ai componimenti popolari tramandati nelle lingue regionali.
Ancora oggi i musicisti del Badakhshan distinguono i loro poemi nelle tre antiche categorie prescritte dai loro avi: madâkhâni, ghazalkhâni e canzoni popolari.
I madâkhâni (o inni religiosi) sono trasposizioni musicali di lodi composte dal Profeta e da membri della sua famiglia, di canti mistici di poeti persiani come Nasser Khosrow (vissuto nel XIII secolo) e Rumi, nonché di poemi ismaeliti più moderni. Il madâkhâni è solitamente intonato in persiano.
Sono i canti dei ghazal, un importante genere della poesia classica persiana paragonabile al nostro sonetto, i ghazalkhâni. Un ghazal è un componimento di non più di quindici versi, spesso d’amore o di trascendenza, in una metrica molto rigida.
Fra le canzoni popolari del Badakhshan la forma più importante e articolata è invece la dargilik-falak-lala’ik, che nasce dalla fusione del dargilik (un canto di separazione), del falak (un canto del destino) ed del la’ik (una ninnananna). Questi lunghi canti sono spesso scritti nelle lingue regionali e sciolti da voci di donne.
Assieme a Djombaz Doshanbiev, cantore e maestro di ghijak (lo strumento a quattro corde dei poeti), cinque musicisti suoneranno il setar pamiri (un grande liuto a tre corde con un lungo manico e la cassa intagliata in un blocco di gelso) e il rubab pamiri, lo strumento tipico delle montagne del Pamir. Il rubab è ricavato da un solo tronco di albicocco, sul quale sono tese tre corde di soia separate da un plettro (la quarta è nascosta). La sua tavola armonica è costituita da una spessa pelle di cavallo da cui scaturisce un timbro assolutamente unico. Anche la danza e la voce di Sahiba Dovlatshaeva ci condurranno nell’oriente fuori e dentro di noi.

Rassegna stampa

“Dapprima vedi l’enorme cappello piumato di Uljan Baibussynova […] che canta con voce corposa tristi melodie in scala pentatonica di antichi eroi kazari, pizzicando agilmente la sua dombra (che belli quegli strumenti arcaici, fatti a mano dagli stessi musicisti!). Poi vedi le fessure oblique degli occhi nel volto orientale di Epi, che in veste azzurra e argento suona il merin khour: ascolti la sua doppia voce, che in una sola emissione leva un suono gutturale basso con una delle armoniche alte. E capisci. L’attrazione è lui, il musico mongolo del canto di fonico: la sua voce va dal basso più cavernoso alla trine acutissime quasi da uccello del registro alto, spesso insieme miracolosamente. […] Ella [Sahiba Dovlatshaeva, ndr] intona, con penetrante voce ferma come nel canto giapponese, gli inni popolari del Pamir in melodie modulate sui quarti di tono, spesso con formule fisse. E danza, con babbucce morbide ai piedi, dolci inchini e carezze, e gesti rivolti ai fiori dei boschi e ai bimbi in fasce: la segue per un istante anche il vecchissimo Djonba Doshanbiev col suo ruvido e primitivo ghijak a quattro corde, entrambi – la giovinezza e la vecchiaia – in una danza leggera come le ali delle farfalle o i petali delle corolle che fioriscono sulle catene del Pamir”.
(Paola Pariset, Uomo-usignolo che incanta, Il Tempo, 25 novembre 2003)

  • Per migliorare la tua navigazione sul nostro sito, utilizziamo cookie ed altre tecnologie che ci permettono di riconoscerti.