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ALESSANDRO BARICCO

Il Racconto dell’Iliade


Photo © Piero Tauro

Alessandro Baricco ha riscoperto e riletto l’Iliade, si è lasciato incantare dalla sue storie e dalla loro intramontabile potenza e ha pensato di riscriverle.
È iniziato così un intenso progetto di rielaborazione e rigenerazione che è andato al cuore del poema omerico, ne ha distillato l’anima arcaica, nella componente più problematicamente umana, traducendola in un linguaggio più vicino ai lettori e ascoltatori di oggi. Un viaggio nel viaggio degli Achei, che ha recuperato la dimensione della lettura ad alta voce, quella dimensione di oralità che era la cifra della poesia antica, per incantare – nel vero senso della parola – il pubblico delle città italiane che ha toccato nel suo percorso.

IL RACCONTO DELL’ILIADE
Accademia di Francia – Piazzale Villa Medici, 21 Settembre 2003 FUOCHI D’ARTIFICIO… ALLA BARICCO
a cura di Paola Pariset

Quest’anno Baricco si è volto al passato, proponendo di leggerci Il racconto dell’Iliade…
L’idea sarebbe quella di leggere in pubblico l’Iliade, ma leggerla al pubblico di oggi non può che significare in qualche modo riscriverla. Accorciarla. Svecchiare l’italiano.

Impresa ardua, non siamo nell’Ottocento…
Mi ha sempre affascinato il lavoro di chi, nell’Ottocento, si metteva a tradurre tutta l’Iliade in versi poetici. Ho pensato che anche noi dovremmo imparare quella spudoratezza nel pretendere la nostra Iliade. Un’Iliade per noi.

Questa volta però, diversamente dall’anno scorso quando Lorenza Codignola, Bernard Michel e la danzatrice Raffaella Giordano teatralizzarono il suo testo, non vi saranno movimenti scenici. Sarà solo lettura?
Come ho già detto allora, leggere in un teatro, davanti a un pubblico, non può essere un gesto anemico. È comunque uno spettacolo. Alla fine tutto si tradurrà in una decina di monologhi, ma in realtà non so. Il lavoro inizierà il 21 settembre con una lettura piuttosto clandestina delle prime pagine. Poi, chissà…

(Il Giornale d’Italia, 20 settembre 2003)

L’idea è quella di leggere in pubblico l’Iliade. Diciamo un reading di 24 ore. Tutte di fila, o magari divise in tre parti, si vedrà. Una scena essenziale, una fonica impeccabile. Forse un grande schermo e il primo piano del lettore. Sicuramente musica, non sempre ma spesso. Ovviamente è qualcosa che per me continua idealmente il lavoro fatto prima con Totem e poi con il City reading project: provare a mettere la narrazione orale, forse addirittura la pura parola, al centro dell’attenzione, e farne una forma di rito, di emozione collettiva, di spettacolo. C’è del pubblico che mi segue in questa ricerca: così ho immaginato la prossima tappa.

Leggere l’Iliade, oggi e in pubblico, significa inevitabilmente riscriverla. Questo tratto del lavoro, ovviamente, mi affascina. Ho in mente un testo più corto, in un italiano normale (non poetico né falsamente antico); ho in mente una dura storia di uomini in guerra, dove dei e creature mitiche sfumano sullo sfondo, ormai divenuti inutili. So che tutto questo suona tremendamente ambizioso (riscrivere Omero?) ma in realtà io lo interpreto come un modesto lavoro di servizio: è come una traduzione, o un adattamento. Nell’ottocento, in Italia, si traducevano i poemi omerici in poesia, con il gergo e le tecniche della poesia del tempo. Lavoro che oggi sembra assurdo, ma che in realtà era un modo di appropriarsi di quella storia dandole lo sfondo sentimentale e le forme stilistiche di quel tempo. Perché non dovremmo fare lo stesso noi? Perché non provare a cercare la nostra Iliade?

Quanto al modo di leggerla, quella Iliade, ho in mente qualcosa che viene direttamente da Totem e dal City reading project. Qualcosa che sta tra il puro diventare suono della scrittura e l’autorità emozionante del narratore in carne e ossa. L’unica cosa di cui son sicuro è che non c’entra con il recitare: per il resto ogni tanto incontro quel che cerco e allora lo riconosco; ogni tanto lo manco clamorosamente e allora mi annoio. Per l’Iliade penso di lavorare con attori e con non attori. Credo che alla fine saremo in una decina. Mi piacerebbe riorganizzare il testo omerico in tanti racconti in soggettiva (per dire, il primo canto diventa il canto di Criseide: è lei che racconta). E allora mi immagino quei dieci che cantano, ognuno, a nome di un personaggio particolare: che lo sono, in qualche modo. E penso alla fluviale narrazione che di volta in volta assume la faccia, la bellezza, la voce, il colore sentimentale di una persona diversa. A me piacerebbe leggere giusto i primi versi, che sono la microstoria di uno che accende il computer e inizia a scrivere. Più o meno suonerebbero così: “Voglio raccontare l’ira di Achille, l’ira funesta che ha inflitto agli Achei infiniti dolori e che tante anime forti di eroi ha gettato all’inferno, e tanti corpi ha dato in pasto ai cani e agli uccelli”. Fine. Della mia parte, intendo.

In realtà ho chiesto al Romaeuropa Festival di fare una specie di marcia di avvicinamento al reading vero e proprio: cioè ho chiesto di leggere il testo man mano che lo scrivo, in pubblico, in forma poverissima, in spazi piccoli. Giusto per verificare la tenuta del testo. Per cui più o meno ogni mese finirò da qualche parte e leggerò, forse da solo forse no, quello che ho scritto nel frattempo. Dovrebbe durare un anno, la faccenda. Inizia il 21 settembre, con una lettura a Villa Medici, e finisce un anno dopo con la vera lettura fluviale, definitiva e compiuta.

Quando racconto questo progetto, spesso la gente mi chiede: perché proprio l’Iliade? Alcuni vorrebbero l’Odissea (che io non amo, tranne il finale), o magari Dante o Ariosto. Ho due risposte: la prima è che l’Iliade mi fa impazzire. La seconda è che godere del racconto di una guerra mi sembra una cura efficace per allontanare il desiderio (tragico ma legittimo) di godere facendo la guerra.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 2003)

“Si tratta dell’Iliade di Omero, di cui Baricco si appresta a realizzare, entro un anno, una fluviale lettura pubblica, articolata in tre serate di tre-quattro ore ciascuna, che sarà probabilmente affidata a una decina di attori. Un lavoro impegnativo e soprattutto lungo, con cui egli si avvia a riscrivere l’intero poema in un italiano normale, non poetico o falsamente antico, facendo sua l’esigenza di riappropriarsi della leggendaria epopea attraverso un linguaggio più rispondente alla nostra sensibilità. […] E per questo sceglie una formula in soggettiva, che affidi di volta in volta a un singolo personaggio il compito di narrare l’evolversi dei fatti, accompagnandolo col proprio volto, la propria voce, la propria sensibilità. Come accade in questa prima lettura, che al di là di ogni preoccupazione interpretativa, vede lo scrittore intrattenere il pubblico con la piena gradevolezza di una narrazione fiabesca. Dove il monologo iniziale di Briseide, la schiava contesa ad Achille dal capo dell’armata achea, Agamennone, affrontato a sua volta nella complessità di un re chiamato a una guerra che non ama, dà rilievo e completezza di persona a una figura del tutto marginale all’interno del poema. Mentre Elena, sfuggente e ambigua nell’opera di Omero, si delinea nell’attuale riscrittura con la complessità di un essere di concreto e vibrante dolore”.
(Antonella Melilli, Sorprendente l’Iliade riscritta da Baricco, Il Tempo, 23 settembre 2003)

“Seduto su una sedia di velluto, munito di fogli sparsi da leggere, illuminato da un lume a stelo da camera e da qualche riflettore, Alessandro Baricco ha varato […] il cantiere del suo Racconto dell’Iliade. “Suo” in quanto il poema omerico di 28 secoli fa è stato e sarà da lui riscritto dopo i dovuti tagli, l’eliminazione degli dei (“un intervento aggressivo, come togliere il sangue a Dracula e le donne a Don Giovanni, a danno della grecità e a vantaggio della contemporaneità”), con uso di narrazioni soggettive attribuite di volta in volta a un personaggio, e con aggiunta di un 1% di commento-racconto. Annunciando fra un anno tre giornate ognuna di 4-5 ore di lettura sua e d’una decina d’attori, è lo stesso Baricco a sostenere da solo il primo reading, lasciando parlare per bocca propria Criseide sui fatti del primo canto, Agamennone sulle controversie del secondo, ed Elena sulle sfide del terzo. Se è vero che la poesia eroica ed epica è frutto anche della tradizione orale, quello che sentiamo è davvero un’umanizzazione, è una serie romanzesca e avventurosa di primi piani, è il remoto sentimento di guerra di un clan che combatte Troia senza vere spinte tranne il formale spirito di vendetta del casato più ricco. Col suo esprimersi iper-realistico e calmo, Baricco smaschera la cauta soggezione al bellicismo di nomi altisonanti, attenua pure il maschilismo, rafforza certi retroscena del desiderio”.
(Rodolfo Di Giammarco, Baricco: racconto un’Iliade da cui sono spariti gli dei, la Repubblica, 23 settembre 2003)