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Sadness; Friends of Dorothy; Blood Links


SADNESS
Monologo e multivisione fotografica
William Yang
Musica Stephen Rae
Durata 90 minuti (senza intervallo)
3 novembre

FRIENDS OF DOROTHY
Monologo e multivisione fotografica
William Yang
Musica Simon Hunt
Durata 90 minuti (senza intervallo)
Questo spettacolo contiene foto di nudo ed è consigliato ad un pubblico adulto.
5 novembre

BLOOD LINKS
Monologo e multivisione fotografica
William Yang
Musica Stephen Rae
Durata 90 minuti
6 novembre

In collaborazione con Teatro Palladium Università Roma Tre
Toured by Performing Lines

Dopo Shadows (2003), William Yang torna al Romaeuropa Festival con tre lavori, Sadness, Friends of Dorothy e Blood links che ne costituiscono una sorta di retrospettiva biografica e poetica.
Partendo infatti dalla sua esperienza personale di cinese, omosessuale ed australiano mai riconosciuto, Yang crea i suoi singolari monologhi illustrati, dove le diapositive – suoi scatti o tratti dall’album di famiglia – ritraggono volti, istanti, impressioni e storie.
E così Sadness, opera incentrata sulla morte e la famiglia, rievocando l’incontro con i parenti cinesi ed il lontano assassinio di uno zio avvenuto nel 1922 – rimasto impunito perché lui era cinese, mentre l’assassino era un bianco -, ripercorre parallelamente anche gli scenari di morte che hanno accompagnato l’epidemia di AIDS che colpì la comunità gay di Sidney. E se Blood links rimane nuovamente sulla famiglia raccontando l’avventura dei nonni provenienti dal sud della Cina e approdati in Australia, dove rimasero isolati a lungo a causa del razzismo della comunità bianca, Friends of Dorothy lascia emergere una diversa forma di emarginazione rivisitando il mondo sotterraneo e sconosciuto delle sottoculture gay di Sidney.
Ma William Yang, non si ferma al personale ed attraverso la storia individuale riesce a raccontare una dimensione ben più ampia della quotidianità di ciascun individuo: la voce ed il corpo restano fermi, imperturbabili, solo a tratti la staticità viene spezzata, quando l’autore si volta verso gli schermi che proiettano le foto del suo album familiare.

Rassegna stampa

“La questione è ciò che Yang narra, o meglio il rapporto tra il soggetto dell’emissione, il suo stile e la materia della narrazione, la sua densità emotiva, o addirittura tragica. Il problema dell’identità per William Yang si dispone su due livelli: quello della famiglia d’origine, essere cinesi in terra d’Australia e quella della famiglia conquistata, la famiglia gay. Entrambi prospettano l’esclusione e teoricamente, l’una esclude l’altra. Vi è una lotta continua, un incessante, estenuante, tentativo di riallineamento, ovvero necessità di normalizzazione. Ma nei fatti il racconto consiste nella storia dei suoi lutti innumerevoli. Non solo lo zio accoltellato da un bianco, rimasto impunito al processo proprio perché bianco; non solo com’è naturale, i suoi parenti, i nonni e i genitori, ma anche gli amici, falcidiati dall’aids: “oltre ai pochi di cui vi ho detto, tanti altri”. Yang ce ne mostra impietosamente i volti, prima durante e dopo la malattia, vale a dire anche nel momento del trapasso. In questo vi è forse un punto di eccesso. Ma è la peculiarità di Sadness: l’eccesso risulta continuamente smorzato, l’understatemant di Yang è supremo. Ciò che per noi è lugubre, per lui è solo triste. Nel suo racconto vi è il buono del racconto contemporaneo, la veridicità; e vi è l’ottimo, il trascendimento della mera testimonianza personale: con inflessibile rigore la voce nega le immagini, la musica assopisce i fatti”.
(Franco Cordelli, William Yang, la voce immobile, Corriere della Sera, 5 novembre 2004)

“Australiano fortemente legato alle sue origini asiatiche, Yang da anni si caratterizza per una tecnica teatrale innovativa che combina simultaneamente le parole, le immagini, la narrazione e l’arte visiva. Un moderno cantastorie che racconta, partendo da episodi autobiografici legati alla personale esperienza di cinese gay in una società a prevalenza anglo australiana, fatti e vicende che riflettono un più ampio contesto storico e sociale. “Sono di origini cinesi, nato in Australia e cresciuto come un Australiano naturalizzato”, ha spiegato l’autore. “La mia componente cinese non è mai stata riconosciuta. Ho dovuto cercare la mia identità come cinese australiano. La riflessione su questo tema mi ha permesso di capire che questa mancanza di identità è il risultato del colonialismo su una minoranza razziale” […]”.
(Giuliano Malatesta, Yang, narrazione e arte visiva a metà strada tra Sidney e la Cina, Il Messaggero, 5 novembre 2004)

“La voce è gentile, lo sguardo è quello di un reporter e il testo è fedele alle cronache. Ma William Yang, già bravissimo e celebratissimo fotografo cino-australiano, ha trasformato tutto in una sorta di documentario vivente, somma di performance, immagini, monologo poetico, ironico e suggestivo. Sera dopo sera ecco Yang ieratico in scena, raccontare la sua storia, quella dei suoi amici, quella degli aborigeni, il mondo sotterraneo delle comunità gay di Sidney, il viaggio rocambolesco della famiglia dalla cina all’Australia, mentre sullo sfondo si accavallano infiniti deserti e paesaggi metropolitani. Così sarà nelle tre serate previste all’interno di un festival (Romaeuropa) che […] indaga su quegli strani territori che legano arte, teatro, performance e storie esemplari di vita vissuta”.
(Alessandra Mammì, Cronache agli antipodi, l’espresso, 29 ottobre 2004)