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Marina Abramovic

The Biography Remix


Nato alla fine degli anni Ottanta dalla genialità di Marina Abramovic, come processo di allontamento dal dolore dopo la separazione da Ulay, compagno di vita e di arte per dodici anni, The Biography Remix affonda le sue radici nella vita stessa dell’artista. Lo spettacolo, che sfugge ad ogni definizione presentandosi come originale fusione fra performance e arte visiva, ha avuto nel corso degli anni diverse versioni, legandosi, come un work in progress, agli eventi della vita della Abramovic. Elaborato in stretta collaborazione con Michael Laub, regista e coreografo da sempre attento al rapporto fra realtà e rappresentazione, The Biography Remix coniuga brani di repertorio a materiali inediti, lasciando che da tale insieme emerga, con forza icastica, un viaggio nella vita e nell’arte dell’Abramovic, dalle emozioni alle riflessioni alle performance al limite della sopportabilità fisica. Seguendo il raccordo di un doppio piano narrativo, sulla scena riaccadono, dal vivo e in video, azioni del passato, quadri che si compongono come fossero capitoli di una storia, di un percorso estremo, di un corpo maltrattato sensorialmente e psicologicamente, sempre portato all’esperienza limite.
L’arte non incarna la bellezza, diventa piuttosto azione di disturbo, percorso iniziatico, esercizio dove spirituale e corporeo si fondono armonicamente e dove ogni gesto naturale o quotidiano è trasformato in gesto assoluto e sacrale come quel pettinarsi violentemente con due spazzole, mangiare cipolle fino a non aver più lacrime, maneggiare grandi serpenti in un misto di paura e trionfo della vita, stendersi sul ghiaccio, incidersi con una lametta una stella sulla pancia nuda, camminare per giorni lungo la Grande Muraglia, vivere nel deserto australiano con gli aborigeni.
The Biography tuttavia aggiunge ancora qualcosa, perché mentre Marina Abramovic ripete personalmente le sue prove estreme, altre ne interpretano le sue allieve ed è allora che ella, seduta su una sedia, rimane lì, ferma, ad osservare con distacco la cronologia della sua vita in un andirivieni temporale.

Regia Michael Laub

Con Marina Abramovic, Jurriaan Sebastian Löwensteyn, Viola Yesiltac, Herma Auguste Wittstock, Eun Hye Hwang, Heejung Um, Doreen Uhlig, Matteo Angius
e Marco Bilanzone, Francesca Borromeo, Roberto Cecchini, Maria Giovanna Massari, Emiliano Mazzoli, Beatrice Novelli, Alessandra Roca, Massimo Scarinzi, Antonio Tagliarini, Andrea Valabrega
Canto Raffaella Misiti (Lotta di Classe d’amore di Selvaggi-Misti-Scatozza, esecuzione Acustimantico)
Musica aggiuntiva Larry Steinbachek (Ninth Seven 2)
Assistente alla Regia Declan Rooney
Assistente di Marina Abramovic Snezana Golubovic
Direttore Tecnico e Coordinatore Video Jochen Massar
Luci Luca Storari
Ingegnere del Suono Alfredo Sebastiano

Direttore di Palco Ettore Littera
Capo Macchinista Claudio Petrucci
Macchinista Marcò Parlà
Elettricista Daniele Davino
Digital Display Laura Clemens
Coordinatore Tecnico Luigi Grenna
Costumista ed Attrezzista Marina Schindler
Animal Trainer Daniel Berquini
Produttore esecutivo Fabrizio Grifasi
Assistenti di Produzione Stefania Lo Giudice, Fabiana Piccioli, Renato Criscuolo
Management Michael Laub / Remote Control Productions Claudine Profitlich
Responsabile Teatro Palladium Valeria Grifasi
Durata 80 Minuti circa

Produzione Romaeuropa Festival 2004
In collaborazione con Teatro Palladium Università Roma Tre
Progetto realizzato con il contributo del Netherlands Culture Fund, il programma dei ministeri olandesi degli Affari Esteri e dell’Educazione, della Cultura e della Scienza per rafforzare le relazioni internazionali dei Paesi Bassi in occasione del Semestre di Presidenza Olandese dell’Unione Europea

Con il sostegno di Theater Instituut Nederland e Ambasciata dei Paesi Bassi a Roma
Si ringraziano gli Acustimantico per la canzone Lotta di classe d’amore (Selvaggi-Misiti-Scatozza) cantata da Raffaella Misiti e Serge Le Borgne della Galerie Cent8

 

Background of the Project
L’idea di mettere in scena la mia vita è nata alla fine della Passeggiata lungo la Grande Muraglia Cinese.
Sono partita dal versante est della muraglia sul Mar Giallo. Il mio compagno Ulay iniziò da ovest, nel deserto del Gobi. Camminammo ognuno 2,500 km per incontrarci a metà strada e dirci addio. Questa performance evoca simbolicamente la fine di un periodo molto importante della mia vita. Avevo collaborato con Ulay per 12 anni. Dopo esserci incontrati, ho attraversato un lungo periodo di depressione, confusione, e difficoltà nel proseguire da sola.
L’idea di mettere in scena la mia vita è stata a quel punto come una rivelazione. Era un modo per guardarmi dal di fuori, e per mantenere le distanze dal dolore. Fino allora avevo davvero odiato il teatro.
Per un artista performativo degli anni Settanta, il teatro era un punto morto. Era una scatola nera dove nulla era reale. Un attore prova all’infinito le sue parti e interpreta qualcun altro, con emozioni finte, al pubblico passivo seduto nell’oscurità.
Ma proprio in quel periodo decisi non solo che mi piaceva recitare in teatro, ma anche che mi piaceva l’opera, con le sue confortevoli sedie di velluto rosso, il suo sipario dorato e i palchi decorati. Non volevo uno spazio alternativo. Volevo mettere il mio lavoro sotto forma di opera, dove tutto è reale: emozioni, sangue, piacere e dolore.

Sviluppo
Il primo tentativo di The Biography fu allestito per la televisione spagnola, diretto da Charles Atlas. La piece durava 4 minuti. Era il 1989.
Dal 1989 fino ad oggi ho messo in scena The Biography ad intervalli irregolari, in diversi teatri in Europa e in America.

The Biography inizia nel 1946, anno della mia nascita, e si sviluppa fino ad oggi. Aggiungo continuamente i nuovi capitoli della mia vita così come accadono. Altrimenti realizzo versioni completamente nuove.
A volte dirigo il lavoro io stessa, altre volte invito diversi registi teatrali a farlo.

The Biography è un’opera complessa, composta da monologhi, performance, brani recitati, cantati, danzati, interazioni con il pubblico, video e diapositive. Fino ad ora, ho recitato da sola tutti i diversi ruoli.

Versione 2004
A questo punto della mia vita, mi piacerebbe avere un approccio completamente nuovo a The Biography.

Lavorerò con il regista Michael Laub che conosco da 25 anni.

Nella nuova versione, voglio inserire attori non professionisti. Sono performer, un tempo miei studenti. La ragione principale per la quale voglio fare questo è perché gli attori, in genere, non sono formati per affrontare una performance ossessiva che metta a confronto sul palcoscenico i limiti sia fisici che mentali, i performers invece sì.

Presenterò sei versioni di Marina per rappresentare sei diversi periodi della mia vita. E ci sarà un solo Ulay. Tutti i performers indosseranno maschere modellate sulle loro facce, e parrucche, così somiglieranno esattamente a me (e a Ulay).

In questa nuova versione di The Biography userò schermi multipli con diversi lavori video e installazioni.

In passato, la scena aveva la forma di una doppia croce ed io agivo nei diversi punti della croce senza mai cambiare la scenografia.

Ora il palcoscenico sarà allestito in modo che possa facilmente cambiare a secondo delle azioni.
Gli schermi scorreranno per proiettare dei video e a volte per mettere in risalto un’area d’azione.

Rassegna stampa

“Entrando a casa di Marina Abramovic, una delle maggiori esponenti della body art, viene da pensare a Cleaning the house [pulizie in casa], uno dei tanti suoi workshop sparsi per il mondo in cui bisogna sottoporsi ad una purificazione totale del cibo, della parola, del sesso e dagli abiti, prima di esplorare i propri confini fisici e mentali, attraverso prove di resistenza al dolore, alla fatica al pericolo. Sempre sottoposta al dolore fisico e al pericolo. O alla Dream house, una casa dove si possa sognare in condizione di assoluto benessere, altro suo lavoro realizzato in Giappone. Anche la casa di Marina sembra una scenografia: un’intera palazzina che affaccia su un canale di Amsterdam, un’incredibile fuga di stanze bianche e spoglie, scale che si inerpicano fino al tetto, ufficio sauna e palestra – vicino a un camino, le foto di lei con un enorme serpente avvolto intorno alla testa – e tante camere da letto con ospiti che sbucano da ogni parte e non capisci che rapporti abbiano tra loro. Una Factory che è anche una dimensione dello spirito, dove il vivere quotidiano si confonde con uno stato della mente”.
(Paola Cervone, Dentro la casa dei sogni con marina Abramovic, Corriere della sera, 11 agosto 2004)

“Un Lavoro-manifesto come The Biography Remix, avrà intatta la potenza di una guerriera sorridente, di una Hodini che nelle sedi più off ha attinto a schemi senza gravità, a nessi ravvicinati tra lucidità e stato mentale alterato, a ostentazione del corpo e a privazioni diventando un’icona internazionale dell’arte moderna”.
(Rodolfo di Giammarco, Biografia di un’artista guerriera, la Repubblica, 13 settembre 2004)

“Racconta la Abramovic, “All’inizio ero una pittrice finché un giorno mentre realizzavo il cielo ho visto degli aerei che lo solcavano e le scie che lasciavano nell’aria. Formavano dei disegni, ma a un certo punto sparivano. Assistere a questo processo mi ha colpito. Ho capito che quello che facevo non era reale e che invece avrei potuto usare delle cose reali come il fuoco, l’acqua, l’aria, il sangue, gli occhi per esprimere la mia arte. La performance è un’arte che si basa sul tempo. Per una performance bisogna trovarsi in quel luogo in quel momento.
I miei genitori erano comunisti atei, ma i miei nonni erano serbi ortodossi e molto religiosi. Da bambina vivevo in chiesa. Però da grande mi sono avvicinata alla religione buddista, anche se mi interessa più come filosofia della mente. Come pure quella degli aborigeni australiani. In entrambe ho trovato una comprensione dei limiti del corpo e della mente. Sono molto interessata ai giorni di digiuno e di purificazione. Lavo e pulisco spesso la casa e non mi riferisco alla casa esterna, ma a quella interna. Sono contraria alle droghe, all’alcol, a tutto ciò che non è puro perché per creare la mente deve essere pura””.
(Paolo Vagheggi, La mente pura della Abramovic, la Repubblica, 27 settembre 2004)

“Lei se ne sta sospesa immersa in un giallo estivo semisvestista. Come una dea Minerva che scende dal cielo invece di armi tiene strette tra le sue mani due pitoni. Immobile in un esercizio di concentrazione zen accoglie gli spettatori in via di sistemazione sulle poltrone in quella posizione scomoda, che subito crea disagio in chi è costretto allo sguardo. A seguire due cani dobermann entrano in scena e cominciano a mangiare tra ossa già spolpate. I latrati avvolgono la sala. Marina Abramovic è un’artista che non ama le mezze misure e considera la vita – la sua – uno schermo dove confluiscono più eventi, quelli privati e quelli collettivi. Così la guerra in ex Jugoslavia può diventare una pulizia ossessiva di montagne di ossa e brandelli di carne di macelleria, oppure un dolore intimo come una separazione dal proprio compagno Ulay, una “folle” camminata, sfibrante, per più di mille chilometri fino all’incontro finale sulla muraglia cinese con conseguente silenzio imbarazzato, pianto liberatorio e addio”.
(Arianna Di Genova, La storia presa per i capelli, il manifesto, 1 ottobre 2004).

“Un momento di ritrovata intimità. 1997: un telo azzurro, il mare, il sole, due cinesi, una palla di gomma. 1999: bye bye purezza, bye bye solitudine, lacrime, Ulay, gelosia, intensità. Perdo le illusioni sul Montenegro. All’improvviso si torna indietro nel tempo. 1983: vestita di rosso fiamma Marina siede a terra e abbraccia un uomo vestito di bianco, è una Pietà. Ma sono stanca. Mi vergogno del mio sedere, della guerra jugoslava, del mio naso pronunciato. Mi innamoro sempre dell’uomo sbagliato. 1982. problemi economici. Problemi emotivi. E di nuovo avanti nel tempo: mi danno una cattedra, rinuncio alla cattedra. La scritta finale è Roma 30 settembre. Le conclusioni sono altre scaturiscono da una vita normale cioè eroica. Sono le conclusioni della biografia (della scrittura della storia) di una donna che sprigiona intensità a prescindere dall’arte (conceptual, body, land, performativa) che crediamo di riconoscere. Sono la morale di una vita religiosa in cui contro la potenza del tempo si erge sola la potenza del corpo: “Spero di avere sempre di più da sempre di meno””.
(Franco Cordelli, Nuda con graffiti sulla Muraglia Cinese, Corriere della sera, 2 ottobre 2004)

“Coadiuvata da Michael Laub per questa trasposizione in palcoscenico la Abramovic chiama in causa soggetti diversi, moltiplica la scena di schiaffi reciproci realizzata anni fa con il suo compagno, affidandola ai suoi allievi, ma ricostruisce anche l’azione del giovane nudo resospinto continuamente verso la parete da un elastico, dove oggi al posto di Ulay c’è il figlio di quel uomo”.
(Antonio Audino, Marina tra i serpenti, Il Sole 24 ore, 3 ottobre 2004)

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