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Ping Chong e Talvin Wilks

Undesirable elements – UE 92/02


 

Nato nel 1992 come installazione per una galleria d’arte di New York, Undesirable elements subisce una serie di trasformazioni stilistiche che lo rendono infine un autentico spettacolo. I protagonisti, cinque non-attori, sono persone comuni che vivono negli Stati Uniti, un paese diverso da quello d’origine. Un giapponese (Ping Chong), una donna israelo-iraniana, una venezuelana-libanese, una statunitense del sud di madre ebrea e padre di colore ed un americano del midwest di origine etiope sono sul palcoscenico, seduti in fila, a semicerchio, davanti ad un leggio: è questo il giardino zen – 250 chili di blocchi di sale e uno schermo a forma di uovo su cui sono proiettati i sottotitoli – che Ping Ghong ha creato per il suo dialogo fra le differenze.
E mentre i cinque non-attori si raccontano, a poco a poco emerge un intreccio di storie, idee e visioni del mondo sempre diverse e sempre uguali: le vie sono tante, ma l’uomo uno solo.
“Qual è l’identità di una persona che vive in un paese diverso dal proprio? Chi determina chi è un americano?”.
Undesirable elements, l’originale incrocio fra teatro e docu-drama, riflette sull’immigrazione-emigrazione, su quella diversità ed alterità che è ricchezza, e sull’identità infine di chi sembra sempre essere straniero – e questo non ci ricorda forse le tristi parole di Stravinskij?

Con Ping Chong, Angel Gardner, Leyla Modirzadeh, Tania Salmen, Tek Tomlinson
Spettacolo in inglese con sottotitoli in italiano.
Durata 90 minuti

Rassegna stampa

“Le storie personali di questi emigranti si intrecciano e si confondono. Dal confronto scaturisce una inaspettata condivisione di valori e percorsi, una nuova disposizione all’ascolto ed alla comprensione reciproca. Su un palcoscenico trasformato in un giardino Zen, Ping Chong sa mostrarci la diversità come una ricchezza a cui non dobbiamo rinunciare”.
(s.n, In scena tra i confini, Liberazione, 14 ottobre 2004)

“Tutto lo spettacolo ruota attorno al contradditorio tema dell’immigrazione, raccontato e discusso da questi cinque outsiders che sono riusciti a fare della loro mescolanza etnica e culturale, decisa dagli eventi, non un elemento di debolezza, ma piuttosto un punto di forza. Al centro della pièce la parola, la potenza devastante del semplice racconto delle proprie vite, fatto senza alcuna forzatura di accenti, narrando con la stessa naturalezza gli eventi dolorosi e quelli piacevoli, il tutto condito con una buona dose di ironia”.
(Giampiero Mazza, Due secoli di storia, non-attori nel giardino Zen, Il Tempo, 17 ottobre 2004)