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Alessandro Baricco

Moby Dick: una lezione


Photo © Piero Tauro

Sarà una lezione, quella di Alessandro Baricco in programma stasera al Teatro Palladium per Romaeuropa Festival, e lo dice già chiaro e tondo il titolo del suo intervento spettacolare, Moby Dick, una lezione, lo fanno presagire i suoi reading esplicativi del passato, lo attestano le sue riscritture classiche in forma di partiture raccontate, lo fanno pronosticare Totem o le epopee scandite in cicli o capitoli. Certo, la sua “lezione” sul romanzo del mare di Herman Melville non avrà un fine pedagogico, non si fonderà su un riassunto, su un progetto divulgativo. Sappiamo come questo nostro “scrittore pop”, così definito da chi accentua la sua cultura estetica e la sua ricerca sistematica della piacevolezza contemporanea, sia uno che ama l’ esplorazione, l’ esorbitanza e ogni sfida verso l’ ignoto, e questa tendenza non può essere insegnata quanto semmai vagheggiata, messa a nudo nel suo mistero. Un procedimento che in apparenza non ha nulla a che spartire con le modalità, i canoni di una “lezione”. Dunque il “Moby Dick” cui si dedicherà Baricco sarà esso stesso, il romanzo, una balena sgusciante, una forza della natura capace di trascinare in un vortice (di parole) o in un abisso (di immagini) che parleranno nel profondo delle orecchie o colpiranno a sorpresa gli occhi degli spettatori producendo, questo sì, un addestramento, una pratica all’ acqua infinita, alla dimensione non terrestre del mondo. Qui, in questa rappresentazione vocale di un maelstrom, in questo studio del furore degli elementi, di un cetaceo e di un pensiero fisso, c’ è tutta incombente e molesta, e anche affascinante e ricca di linguaggio, una “lezione” di vita, di destino di incognite, di lotta a sentirsi semidio con fatale sconfitta (di Capitan Achab, dell’ uomo insistente, dell’ avventuriero cacciatore di pensieri oltre che di balene). E poi, tornando alla materia prima della serata con Baricco, al di là del senso errabondo complessivo e della scelta aspra di Melville che a 32 anni vide pubblicato quel libro di filosofia dei limiti che è il “Moby Dick”, al di là dello spirito ricompattatore di Baricco, al di là della confidenza che lui vorrà instaurare con pagine esposte a mareggiate ossessive di idee, c’ è il dettaglio da cui lo scrittore di oggi dovrebbe partire per scardinare l’ opera fluttuante e monumentale dello scrittore di ieri: la “lezione” prenderà spunto dal capitolo XXIII del romanzo, intitolato “La costa sottovento”, dove si parla di un marinaio di nome Bulkington, che in una gelida notte invernale è al timone del Pequod, di una navigazione squassata da una tempesta tale da dover sfuggire il porto, di verità intollerabili ai mortali, di sforzi dell’ anima, di un’ alta verità che è senza riva, infinita come Dio.

@ Rodolfo Di Giammarco – La Repubblica

@ Foto Piero Tauro