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Rabih Mroué, Fadi Toufic, Rabih Mroué

How Nancy wished that everything was an april fool’s joke


Photo © Piero Tauro

I cristiani e i musulmani, i fedayn di Arafat, gli sciiti di Amal e gli sciiti di Hezbollah, i fiancheggiatori della Siria, i simpatizzanti del-l’Iran, i Patrioti Liberi, la Jihad islamica, l’esercito israeliano; i drusi seguaci di Kamal Jumblat, assassinato; i cristiano-maroniti seguaci del presidente Bashir Gemayel, assassinato; i seguaci del primo ministro Rafik Hariri, assassinato. Rapimenti, massacri, missioni suicide, autobombe, uccisione di donne, bambini e anziani. La lunga tragedia del Libano va in scena per il Festival d’Automne che si apre domani. «How Nancy Wished that Everything Was an April Fool’s Joke (Come Nancy avrebbe desiderato che tutto ciò fosse soltanto un pesce d’aprile) è il titolo dello spettacolo del libanese Rabih Mrouè che poi il 13 e 14 novembre sarà al Romaeuropa Festival.
Parigi è impazzita per questo irrequieto regista che ama la body art e che qui ha presentato in questi giorni anche «Qui a peur de la représentation?», al Centre Pompidou: performance sulla violenza attraverso la storia vera di un uomo (Hassan Mamoun) che ha ucciso otto colleghe di lavoro. In «How Nancy…» rivive una guerra lunga più di trent’anni, violenta, insensata. E noi spettatori siamo lì a ridere: dei combattenti, delle vittime e dei loro assassini, perché lo spettacolo è assurdamente divertente, tra il farsesco e il surreale. Forse proprio per questo era stato proibito dalle autorità libanesi, che però ci hanno ripensato (andrà a Beirut in dicembre) dopo il successo in Giappone e in Francia. Entri, e trovi in palcoscenico quattro attori – tre uomini e una donna, fra i quali lo stesso Mroué e sua moglie, Lina Saneh – seduti su un divano troppo stretto per tutti. Alle spalle, manifesti con i loro volti, simili ai ritratti dei «martiri» di questa guerra che riempiono da anni i muri della città di Beirut. La prima impressione è di essere capitati in un salotto, si parla con un tono da conversazione: «Il 29 agosto 1975 sono morto nel centro commerciale di Beirut durante uno scontro con i palestinesi. Mi sparò prima che io potessi sparare a lui»… «La prima battaglia a cui presi parte fu quella per il controllo della torre Murr. Non so perché quella torre fosse tanto importante. Non c’era niente dentro».

Racconti terribili, in un tono un po’ distratto, un po’ annoiato. I quattro sono partigiani della guerra civile, appartengono a religioni e milizie differenti, sempre pronti a cambiare bandiera, a tradire, a morire inutilmente («Venni ucciso prima di avere il tempo di prendere una posizione »). Perché tutti sono già morti; in ogni storia vengono uccisi, per ritornare di nuovo in vita per la prossima battaglia, come pedine di un videogioco («Dopo averli interrogati, i quattro cadaveri confessarono tutto »). Racconta uno: «Dopo i massacri di Sabra e Shatila intervennero le forze internazionali – americani, francesi, italiani – per sostenere la legittimità dello Stato». E ricorda che all’epoca Beirut era piena di informatori… spie straniere camuffate da giornalisti, professori universitari, diplomatici, eccetera. Racconta un altro: «Come responsabile della sicurezza delle aree liberate dell’est di Beirut, ebbi il piacere di incontrare Aznavour, Dalida, Julio Iglesias, Demis Russo, e altre celebrità che vennero a cantare per il Libano dopo la sua rinascita. Insistettero nel farsi fotografare con me». Distruzione, follia, morte, fra tanti fratelli devoti e timorati di Dio: «… fu allora che seppi dov’è l’Afghanistan e che i sovietici atei l’avevano occupato ». Così partì, nelle fila dei mujahidin arabi. E poi, con il sangue che sempre gli bolliva, eccolo a fianco dei fratelli musulmani in Bosnia ed Erzegovina. Atrocità dopo atrocità, assurdità dopo assurdità, ascoltiamo tante storie intrise di humour nero, mentre i quattro restano immobili sul divano. Cambiano solo i manifesti sopra le loro teste, man mano che cambiano schieramento.

E alla fine i volti degli attori cedono il posto a quelli reali dei morti, mentre loro ci voltano le spalle e se ne vanno senza più tornare. Prima si ride poi si resta attoniti. Lo stesso Rabih Mroué, 40 anni, confessa che inizialmente era impaurito all’idea di questo spettacolo irriverente che mette tutti sotto accusa e arriva allo spettatore come un bombardamento: «Quel che viviamo è una catastrofe, le cose non sono come le sentite e vedete attraverso i media. Questo paese non è riconciliato con il suo passato, siamo in mezzo a una pace precaria, non si spara ma i combattenti sono là, pronti per un’ altra guerra. E noi, non abbiamo voglia di morire di nuovo».

© Paolo Cervone – Corriere.it
© Foto Piero Tauro

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