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Roberta Lena, Stefano Benni, Mario Brunello, Chiara Caselli

La Buona Novella


“Se si considera Cristo un dio non si può imitare; se lo si considera un uomo, si”: lo affermava con sicurezza Fabrizio De André nel 1970, quando in un’Italia percorsa dalla contestazione e da forti contrasti politico-sociali, vedeva la luce La buona novella, storico album del cantautore genovese: oggi i suoi temi in forma nuova tornano in uno spettacolo che abbraccia le tematiche del nostro tempo.

Stefano Benni, nei panni di Giuseppe, e poi Chiara Caselli, Sabina Sciubba, Costanza Alegiani, tra gli attori, il violoncellista Mario Brunello, il maestro Stefano Nanni, la voce etnica di Evelina Meghnagi tra i musicisti, e poi gli interventi di arte contemporanea, la multivisione, i fumetti, l’animazione -il tutto per la regia di Roberta Lena- formano un ensemble che dà subito l’idea di un allestimento collettivo ed echeggia perfino un certo modo di fare teatro degli anni Settanta, e gode anche del patrocinio della Fondazione De André.

Eccetto la crocifissione, la storia di Maria, di Giuseppe e di Cristo è in genere poco conosciuta nella sua versione canonica perfino dai credenti cristiani: il cantautore genovese per il suo quarto album prese però ispirazione dai vangeli apocrifi, quella serie di scritti sulla vita del Nazareno esclusi dalla Chiesa dal Nuovo Testamento dove di autentici ne sono certificati solo quattro. Il risultato è una storia terrena, di paura, gioia, sensualità, dubbi e dolore. Un’interpretazione che non poteva trovare certo l’approvazione di tutti, ma dimostrava ancora una volta l’enorme carica vitale della parabola di Cristo tra gli uomini.

La stessa vitalità la ritroviamo nella nuova versione de La buona novella, dove ripercorrendo i brani del disco, i temi si allargano alla condizione femminile, all’emigrazione, alla pena di morte e alle guerre. Se il lavoro di De André era un “album concept” – vale a dire un disco dove tutte i brani si articolano attorno a un tema o a una storia -, in questo spettacolo caratterizzato dalla presenza di mezzi scenici e spettacolari molto diversi, l’esplosione dei linguaggi punta al coinvolgimento di pubblico diversi sotto il segno di una babelica universalità.

 

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