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Israel Galvàn

Tabula Rasa


Lo spazio tra la tradizione e la creatività, il silenzio e il suono, l’immobilità e il movimento si apre come una Tabula rasa per l’incontro di tre personalità artistiche dell’universo flamenco: il danzatore Israel Galván, la cantatrice Inés Bacán e il pianista Diego Amador.

Nessun dubbio che il Duende, l’irrequieto folletto che anima il flamenco, e Galván si debbano divertire non poco assieme. Lui, danzatore e coreografo sivigliano, figlio d’arte, considerato “il più antico dei giovani bailaores” per il suo forte rapporto con la tradizione, dopo una lunga collaborazione con alcune delle più importanti compagnie spagnole come la Compañía Andaluza de Danza diretta da, Mario Maya debutta anche come coreografo nel 1998 imponendosi invece per il suo piglio innovativo. Conoscitore dei canoni storici di questa danza popolare dell’Andalusia, Galván non esita a scoprire lo spirito del flamenco anche nel mondo che lo circonda, che sia un avvenimento sportivo, un romanzo o un film, una immagine di un quadro o di una fotografia. Non sorprende perciò che si sia appropriato di passi del butoh, di posizioni yoga, come delle mosse delle arti marziali, secondo una prospettiva di formalismo moderno trasformandoli in flamenco, una danza che attraverso il suo lavoro si è aperta a nuove esperienze. In Tabula rasa Galván va alla ricerca dell’intero universo del baile dell’Andalusia chiamando accanto a sé musicisti come Bacán e Amador: un impaginato aperto da assoli di ognuno degli artisti che scompongono il flamenco nelle sue componenti fondamentali: il “cante”, la chitarra -trasformata in pianoforte- che si aggiunge in un secondo momento, il “baile” che sorge dal “cante”. Una evidente operazione di destrutturazione e disarticolazione per uscire dalle rappresentazioni tipiche del flamenco e funzionale a ricomporsi poi in una performance di gruppo piena di struggente poesia. Questo lavoro che ha conquistato il Premio Flamenco Hoy per il migliore spettacolo dell’anno, è per Galván la rappresentazione del processo che da una tradizione (popolare) -ma non per questo meno rigida- come quella andalusa, si apre verso processi creativi soggettivi: un languido e virtuosistico tradimento tra picchiare dei tacchi, ritmo battente e sinuose linee vocali per mantenere in vita l’eredità dei maestri che hanno reso il flamenco come lo conosciamo.

Puro sangue gitano, nata a Lebrija e cresciuta in una famiglia di musicisti -le zie Fernanda e Bernarda de Utrera, il fratello Pedro Bacán erano professionisti-, da sempre immersa nei “cantes jondo”, il canto profondo matrice della musica flamenco, Bacán intraprende una brillante carriera di cantatrice solo dopo i trent’anni. Il suo stile e il suo timbro vocale rispecchiano l’antica modalità gitana, particolarmente congeniale al cante jondo, ma anche ai generi più leggeri e brillanti di “tiento tangos” e “buleria”.

La straordinaria musicalità di Amador si estrinseca nella destrezza nel suonare numerosi strumenti -chitarre e percussioni-, ma è soprattutto al pianoforte che sprigiona lo stile particolare che lo distingue. Dalla tastiera sa produrre un suono metallico, quasi chitarristico che si abbina perfettamente alla base musicale flamenco, contraddistinto in un linguaggio che unisce il controllo della musica colta all’irruenza e alla libertà del jazz.