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ZTL PRO – Zone Teatrali Libere


ZTL ha scelto per quest’anno tre progetti che praticano linguaggi radicalmente diversi, una pluralità espressiva che testimonia l’effervescenza e la libertà creativa della scena di ricerca capitolina e italiana. Habillè d’eau riprende il suo percorso sul gesto, partito dal Butoh per approdare a delle raffinate architetture di luci e corpi, per una creazione a cavallo tra la danza e il teatro. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini affrontano i diari di Janina Turek con la loro recitazione priva di monumentalità, per un lavoro a cavallo tra performance, nuova drammaturgia e arte concettuale. Il Teatro delle Apparizioni propone un Moby Dick sensoriale a partire dai disegni di Rockwell Kent, sulla scia di un percorso teso a trasportare il linguaggio della ricerca nel teatro infanzia, un lavoro prezioso rivolto ai pubblici del futuro.

Graziano Graziani

SILVIA RAMPELLI
F.Nominale // Habillè d’eau

La ricerca di F.Nominale mette a fuoco l’indagine sull’atto come dialettica tra temporalità e identità della forma. Riflette la fuga della sostanza dalla reiterazione dell’evento. Nell’assenza di predicato, gli arresti, i ritorni, i vuoti d’informazione che la luce segna e disloca, ridefiniscono i rapporti all’interno di una dinamica non sequenziale. Anna Lea Antolini: Come nasce questo progetto? Silvia Rampelli: è un lavoro di danza performativa che nasce da alcune riflessioni/interrogazioni sull’atto scenico.

Anna Lea Antolini: Una di queste riflessioni?

Silvia Rampelli: una riflessione è sul rapporto tra l’oggetto singolo e lo stesso oggetto inserito in una serie, sul rapporto tra identità e ripetizione, la temporalità come dinamismo dell’identità. Questo rapporto è incarnato dal performer, dal suo manifestarsi nella durata, come presenza o come sequenza di movimento. Rifletto linguisticamente sulla possibilità di costruire una frase in assenza del predicato, cioè dell’azione: posso paragonare la singola durata performativa a una frase che non contiene il verbo, un’identità assoluta. Questa identità diviene segmento non predicabile di una sequenza temporale che interrompo e ridefinisco.

AA: F.Nominale ha uno sviluppo narrativo?

SR: Presenta una linea narrativa legata al visuale e non alla parola, una sequenzialità verticale e non lineare della narrazione. Vorrei attivare una fruizione intuitiva, esperienziale, in cui lo spettatore si accorge della durata, si accorge criticamente di percepire, riconoscendosi come soggetto che si interroga.

AA: profilandosi un’esperienza percettiva viscerale, come vi si collocano suono e luce?

SR: il suono struttura temporalmente l’azione. Al momento è costituito dalla registrazione di una voce che chiama, sovrapponendo nome proprio e nome collettivo, singolare, plurale. L’intero lavoro è un progetto di illuminazione, di visione, che prende uno spunto iniziale da un allestimento dell’artista visivo Dan Flavin.

Ideazione e regia Silvia Rampelli Danza Alessandra Cristiani, Eleonora Chiocchini, Andreana Notaro Luce Gianni Staropoli Registrazioni Paolo Sinigaglia
Habillé d’eau, compagine fondata da Silvia Rampelli nel 2002, focalizza la riflessione sugli universali dell’atto performativo, sul dato umano come oggetto estetico.

DARIA DEFLORIAN E ANTONIO TAGLIARINI
Reality

La realtà non è che una possibilità, debole e fragile come tutte le possibilità. (William Burroughs)Realtà, reality senza show, senza pubblico. Essere anonimi e unici. Speciali e banali. Avere il quotidiano comeorizzonte. Come Janina Turek, donna polacca che per cinquant’anni ha annotato minuziosamente ‘i dati’ della suavita: quante telefonate a casa aveva ricevuto e chi aveva chiamato (38.196); dove e chi aveva incontrato per caso esalutato con un “buongiorno” (23.397); quanti appuntamenti aveva fissato (1.922); quanti regali aveva fatto, a chi?e di che genere (5.817); quante volte aveva giocato a domino (19); quante volte era andata a teatro (110); quantiprogrammi televisivi aveva visto (70.042). 748 quaderni trovati alla sua morte nel 2000 dalla figlia ignara edesterrefatta.?Mariusz Szczygie? (autore di uno dei più sorprendenti libri di storia degli ultimi anni, ‘Gottland’) scrive nelreportage che ci ha fatto scoprire questa storia “Nella routine quotidiana succede sempre qualcosa. Sbrighiamoun’ infinità di piccole incombenze senza aspettarci che lascino traccia nella nostra memoria, e ancor meno inquella degli altri. Le nostre azioni non vengono infatti svolte per restare nel ricordo, ma per necessità. Col tempoogni fatica intrapresa in questo nostro quotidiano affaccendarsi viene consegnata all’oblio. Janina Turek avevascelto come oggetto delle sue osservazioni proprio ciò che è quotidiano, e che pertanto passa inosservato.”Nessuno stupore se una scelta del genere la fa un’artista visiva come Sophie Calle, in fondo niente di diverso delleopere immaginate da Michel Houellbecq nel suo ultimo libro, ‘La carta e il territorio’ dove il protagonista passaquindici anni a filmare dettagli casuali del fogliame intorno a casa. Quello che mette uno strano brivido addossonello scorrere la vita nei dettagli di questa anonima casalinga di Cracovia è che non è un’opera artistica, non è unparadosso intellettuale, non è rivolto in nessun modo ad un pubblico. Per sua scelta personale Janina Turek avevacominciato intuitivamente a nobilitare il proprio tran tran quotidiano. Perché?Nel 2008 per ‘Rewind, omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch’ abbiamo avuto come ‘oggetto’ lo spettacolo della?coreografa tedesca, l’anno successivo abbiamo incentrato il lavoro ‘from a to d and back again’ attorno alla‘fisosofia di Andy Wahrol’. Per noi partire da quest’opera colossale e misteriosa che sono i quaderni di JaninaTurek è un passo naturale. Non si tratta di mettere in scena o di fare un racconto teatrale attorno a lei, ma didialogare con quello che sappiamo e non sappiamo di Janina e di creare una serie di corto circuiti tra noi e lei etra noi e il pubblico attorno alla percezione di cosa è la realtà.?

?ideazione e performance Daria Deflorian e Antonio Tagliarini?a partire dal reportage di Mariusz Szczygie? REALITY, traduzione di Marzena Borejczuk,?Nottetempo 2011disegno luci Gianni Staropoli?consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk e Agnieszka Kurzeya?collaborazione al progetto Marzena Borejczuk?organizzazione e comunicazione Filipe Viegas?una produzione Planet3/Dreamachine, ZTL-Pro, Festival Inequilibrio/Armunia?con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali? in collaborazione con Fondazione Romaeuropa / Palladium e Teatro di Roma? Residenze Armunia/Festival INEQUILIBRIO, Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro, Dom Kultury? Podgórze patrocinio Istituto Polacco di Roma?con il sostegno di Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia,?Dom Kultury Podgórze? Ringraziamenti Janusz Jarecki, Iwona Wernikowska, Melania Tutak, Magdalena Ujma and Jaro? Gawlik

Anna Lea Antolini: Il vostro Moby Dick sarà principalmente un racconto per immagini. C’è un’immagine chiave?

Fabrizio Pallara: L’immagine che ci accompagna in questa fase iniziale è l’enorme Balena bianca che esce dal mare nero ed entra in un cielo nero pieno di stelle. Li è nascosto il segreto di Moby Dick, un segreto da contemplare senza volerlo svelare.

AA: I tuoi allestimenti artigianali e complessi, virano verso una complessità tecnologica questa volta, perché?

FP: Si, è un tentativo nato in risposta alla richiesta di accelerazione che ci impone il mercato. Cambiando gli strumenti ci si pongono altre domande, si cercano altri collaboratori, in questo caso Simone Memè e Mauro Eusepi, con cui cercare un nuovo linguaggio che racconti il nostro presente nel rispetto del nostro passato. Moby Dick nella rilettura del teatrodelleapparizioni, nasce dal testo d’immagini di Rockwell Kent, uno dei molti che si è messo per mare a caccia della Balena bianca, uno dei pochi che è riuscito a trovarla e a guardarla dritta in faccia. Il pubblico come in un sogno di naufrago è condotto per mare nel buio dell’abisso che visto da vicino altro non è che una luce accecante.

Anna Lea Antolini: Leggendo il titolo, la prima domanda: perché Moby Dick di Rockwell Kent e non di Melville?

Fabrizio Pallara: insieme a Dario Garofalo, attore e autore con me dello spettacolo, abbiamo iniziato a leggere Moby Dick e a immaginare un possibile lavoro a partire da questo testo misterioso e come capita a molti, ci siamo smarriti. L’incontro con le immagini di Rockwell Kent ci ha fatto trovare la strada per perderci insieme.

AA: Chi è Rockwell Kent?

FP: Kent era un esperto esploratore e un illustratore, amante della navigazione a vela su rotte poco battute. Nel 1926 le edizioni Donnelley and Sons di Chicago lo scelgono per illustrare un classico della letteratura di mare. Rockwell Kent accetta, proponendo un testo, pressoché dimenticato in quel momento, Moby Dick.

adattamento Fabrizio Pallara/Dario Garofalo regia e scene Fabrizio Pallara con Dario Garofalo immagini Simone Memè suoni Mauro Eusepi organizzazione Sara Ferrari prodotto ZTL pro zone teatrali libere/ teatro delle apparizioni con la collaborazione di Area06 con il contributo di MAZZILLI SRL La compagnia, fondata a Roma nel 1999 da Fabrizio Pallara, concentra le sue prime sperimentazioni attorno al teatro sensoriale. Lo spettatore diviene elemento attivo dello spettacolo, all’interno di spazi scenici non convenzionali che lo inglobano nella visione.

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