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Wilhelm Killmayer, Max Beckschäfer, Hans-Joachim Friedl

Concerto su musica di Killmayer, Beckshäfer, Friedl


Come testimoniano diverse iniziative, questa edizione del Festival ha voluto moltiplicare gli spazi musicali in cartellone, coinvolgendo diverse istituzioni culturali ed accademie europee operanti nella capitale e tessendo una fitta rete di collaborazioni: un esempio ne è proprio il concerto dei borsisti tedeschi di Villa Massimo, ospitato nelle sale dell’Accademia di Spagna.
Tre musicisti ne sono stati i protagonisti, due generazioni a confronto.
Wilhelm Killmayer, classe 1927, borsista nel 1965 (grazie al premio per la composizione di Une Leçon de Français), ha presentato quattro brani per pianoforte, scritti tra il 1982 ed il 1988; Max Beckschäfer e Hans-Joachim Friedl, le nuove leve, vincitori della borsa rispettivamente nel 1987 e nel 1988, hanno offerto al pubblico il primo, la Sonata per viola e pianoforte, eseguita dallo stesso Beckschäfer con Florian Mohr, ed il secondo, una Sonata per oboe solo.
La composizione del programma ha lasciato emergere, nell’ambito della musica contemporanea tedesca, divergenze e continuità fra generazioni di artisti che prendono e rifiutano le lezioni del passato tentando sempre una risposta personale.

LA MUSICA CONTEMPORANEA TEDESCA
di Riccardo Bianchini

Si è molto discusso in passato, e si continua a discutere, se convenga inserire la musica contemporanea nelle stagioni, per così dire, normali, o se invece non sia meglio destinarne l’ascolto a occasioni specifiche, con il rischio che il pubblico sia formato solamente dagli addetti ai lavori e dagli appassionati. In un periodo come il nostro, in cui il pubblico musicale sembra diviso in fazioni che ricordano i tifosi delle squadre di calcio (i fanatici del barocco e degli strumenti originali, gli ultras del melodramma, i bachiani accaniti e così via), forse il gruppo più esiguo è proprio quello degli appassionati di musica contemporanea. Ed è strano come, in una società che ormai presenta i Van Gogh, i Picasso, i Burri come merce la cui vendita riscuote un grande successo, la musica contemporanea rimanga al di fuori, schiacciata dal rock e dal pop.

È vero che della musica del passato noi ascoltiamo ormai solamente ciò che è stato, a torto o a ragione, selezionato dalla storia (o dagli editori, dai critici, dagli impresari e via dicendo), mentre della musica contemporanea ci viene, e giustamente, presentata tutta la produzione: ascoltiamo dunque la musica bella e quella brutta. Ma ciò vale in tanti altri campi della cultura, e non si vede quindi perché solo la musica debba essere imputata di questa colpa.
Una seconda particolarità della musica contemporanea è quella delle prime esecuzioni, che per vari motivi (che non è il caso di discutere in questa sede), spesso sono anche le ultime. Forse bisognerebbe che la legge prevedesse un incentivo per le seconde, le terze, le undicesime esecuzioni. Il lavoro di mesi di composizione viene letteralmente bruciato in un quarto d’ora, e alla occasione successiva il compositore viene perentoriamente invitato a fornire un’opera nuova, naturalmente in Prima Esecuzione Assoluta.
Sia perciò il benvenuto questo concerto dei borsisti dell’Accademia di Germania, che ci consente di ascoltare insieme a opere di un quasi quarantenne come Max Beckschäfer e di un trentenne come Hans Joachim Friedl, anche quattro recenti brani pianistici di Wilhelm Killmayer , che con i suoi sessantatré anni (uno più di Stockhausen) rappresenta il prima, l’antefatto della generazione più giovane.

Sia l’Italia sia la Germania hanno sofferto per l’isolamento anche culturale imposto dai regimi nazista e fascista e la Germania, in particolare, ha anche visto partire per l’emigrazione forzata quasi tutti i suoi maggiori musicisti, e ha perciò dovuto rinunciare per parecchi anni al loro stimolo creativo e alla loro attività didattica. Inoltre, le accuse di Kulturbolscewismus (bolscevismo culturale) e la classificazione di arte degenerata che colpirono, fra gli altri, Schönberg, Berg e Webern, privarono di fatto la cultura di area germanica di un essenziale contributo.
La situazione, fortunatamente, non si prolungò per molto tempo, e l’influenza dei compositori allineati (che non comprendevano figure di primo piano, eccettuato Carl Orff) non fu così profonda da bloccare l’evoluzione compositiva per un periodo significativo. Chi ne soffrì di più fu la generazione di inizio secolo (come per esempio Karl Amadeus Hartmann), che si vide bloccata proprio nel periodo di maggiore evoluzione creativa, e al termine della guerra si vide soppiantata dai colleghi più giovani.

È difficile comprendere quanto sia importante, per un compositore, il confronto con le opere dei colleghi. Sono ben rari, nella storia recente, i musicisti chiusi nella loro torre d’avorio, che creano a dispetto delle condizioni esterne. E altrettanto importante è il giudizio dei critici più accreditati, che spesso sono anche i consulenti culturali del governo e delle occasioni pubbliche più ambite.
In Italia, per esempio, Adriano Lualdi sparava a zero contro tutte le tendenze più avanzate della musica contemporanea. Nel suo Viaggio musicale in Italia e Viaggio musicale in Europa Lualdi trincia giudizi agghiaccianti, di cui vale la pena riportare qualche “perla”. Di Schönberg, a proposito del Quintetto op. 26, parla come di un “tragico scocciatore”. Di Webern, dopo l’esecuzione del Trio d’archi, dice che “il vero troppo onore è stato quello di includerlo nei concerti ufficiali”. Di un passo di Cardillac di Hindemith dice: “Al momento culminante, silenzio assoluto. Questa è vecchia! L’aveva già inventata Puccini”. Di Bartók dopo la prima del Secondo Concerto per pianoforte e orchestra, dice: “Si sente la mano di un maestro che sa quello che vuole. Peccato che quel che vuole non sia cosa da meritar tanta fatica e tanto ingegno”.

In Germania questa situazione era probabilmente anche peggiore, dal momento che seguiva un periodo in cui i maggiori direttori, come Kleiber e Scherchen, si dedicavano con pari impegno al repertorio classico e alle più importanti opere contemporanee, come per esempio il Wozzeck di Berg. Di colpo, il buio. È per ciò comprensibile che, non appena ve ne fu la possibilità, i giovani compositori italiani e tedeschi si impegnassero a fondo per recuperare il tempo perduto, e soprattutto per conoscere quelle opere che per tanti anni difficilmente avevano potuto ascoltare. Ed ecco che, paradossalmente, proprio quelli che più avrebbero dovuto soffrire dell’isolamento forzato divennero i capiscuola della nuova avanguardia e della riscoperta di Arnold Schönberg e soprattutto di Anton Webern, tragicamente scomparso proprio quando avrebbe incominciato a poter cogliere i frutti del lavoro di tutta una vita.

Wilhelm Killmayer, nato a Monaco di Baviera nel 1927, è sfuggito a questa condizione, poiché la sua attività compositiva è iniziata a guerra già finita. Ma il fatto di avere studiato composizione con Carl Orff, insieme a sue innegabili tendenze personali, non lo hanno fatto aderire ai movimenti dell’avanguardia, e gli hanno fatto invece preferire un atteggiamento estetico più eclettico, che ha prodotto opere che già fino dal titolo dimostrano quanto egli si senta indebitato con il sinfonismo tedesco e con Richard Strauss, naturalmente rivisitati alla luce della storia della musica recente: le tre Sinfonie, i quattro Poemi sinfonici, e il brano Schumann in Endenich. Non va infine dimenticata la sua attività di professore di composizione alla Musikhochschule di Monaco, che lo ha portato a formare una gran parte dei giovani compositori bavaresi.
Nella sua produzione musicale, oltre alle opere di più vasto impegno, i brani pianistici sembrano occupare un posto particolare, quello della libera creazione. Insieme ai Nocturnes per pianoforte che già nel titolo sono dedicati a John Field, l’inventore di questa forma, i titoli del secondo e del quarto dei Klavierstücke in programma Passionato (sic!) e Phantasieparaphrase mostrano come particolarmente scrivendo per il pianoforte Killmayer scopra fino in fondo la sua anima profondamente legata al romanticismo tedesco.
Proprio Max Beckschäfer, nato a Münster, in Westfalia, nel 1952, fu allievo di Killmayer per la composizione, oltre ad avere studiato organo, pianoforte, violino, direzione di coro e musica sacra. È stato borsista dell’Accademia Tedesca a Villa Massimo nel 1987/88.
Il più giovane Hans Joachim Friedl, nato a Rosenheim, vicino a Monaco, nel 1959 ha studiato composizione con Dieter Acker, e pianoforte con Eril Then-Bergh e Klaus Schilde, ed è stato ospite a Villa Massimo nel 1988.

Crediti

Musica Wilhelm Killmayer (Vier Klavierstücke, Klavierstück I, Klavierstück III “Passionato”, Klavierstück VI “Choral”, Klavierstück VII “Phantasieparaphrase” ), Max Beckschäfer (Sonate für viola und klavier – Presto, Grave, Allegro appassionato-Presto alla marcia, Calmo), Hans-Joachim Friedl (Sonate für oboe solo)
Interpreti I Borsisti dell’Accademia tedesca, Wilhelm Killmayer (pianoforte), Florian Mohr (viola), Max Beckschäfer (pianoforte), Paolo Puliti (oboe)

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