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Anne Teresa De Keersmaeker

Achterland


Photo © Piero Tauro

È un universo femminile, quello disegnato da Anne Teresa De Keersmaeker, non pacificato ma in lotta, che non ha paura di mostrare le proprie debolezze, confusioni e isterismi. Sono donne che vivono intrappolate nel tessuto metropolitano, in tailleur grigi e tacchi alti e la cui umanità è congelata in movimenti reiterati, in una gestualità minima ed ossessiva, mentre lo sguardo solitario si posa e scruta l’altro sesso.
Quello femminile e maschile (rare le presenze, fino a questo momento, di ballerini nelle sue coreografie) restano due universi in perenne inseguimento: uomini e donne che giocano, quasi, ma senza mai incontrarsi realmente.
Tutto questo è in Achterland, creazione del 1990, che si sviluppa per capitoli, scandita com’è dall’esecuzione in scena di Otto studi per pianoforte di Ligeti e Tre sonate per violino solo di Ysaÿe (Rolf Hind e Laurent Korcia rispettivamente al pianoforte ed al violino). Una musica coreografata o una danza musicale: il legame che unisce danza e musica, entrambi veicoli per le emozioni, è sempre molto stretto nelle produzioni di De Keersmaeker. La sua danza gioca con i corpi, ne sfida la resistenza e ne esalta l’energia, mentre l’elasticità del corpo e la relazione con la “terra” vengono misurate da infinite dinamiche di cadute.
Ne nasce un disegno coreografico, inserito in uno spazio geometrico (pedane, fila di sedie, quadrati di luce), che nega, ogni volta, lo stabilirsi di un universo armonico e rassicurante.

Compagnia Rosas
Coreografia Anne Teresa De Keersmaeker
Regia Jean-Luc Ducourt
Musica György Ligeti (Otto studi per pianoforte), Eugène Ysaÿe (Tre sonate per violino solo)
Interpreti Rolf Hind (pianoforte), Laurent Torcia (violino)
Danzatori Nordine Benchorf, Bruce Campbell, Vincent Dunoyer, Marion Levi, Cynthia Loemy, Anne Mousselet, Johanne Saunier, Samantha Van Wissen
Consulente musicale Walter Hus
Scenografia Herman Sorgeloos, Anne Teresa De Keersmaeker
Luci Jean-Luc Ducourt
Costumi Anne Weckx / Rosas
Coproduzione Rotterdam Schouwburg (Rotterdam), Théâtre de la Ville (Parigi)
In collaborazione con Kaaitheater (Bruxelles), La Mannaie (Bruxelles)
Direzione compagnia Anne Teresa De Keersmaeker

 

SU DE KEERSMAEKER
di Fabienne Arvers

Enfant terrible e capofila della danza belga, Anne Teresa De Keersmaeker può fare sua questa riflessione di Balanchine: “la musica è il palcoscenico della mia danza”, tanto i suoi spettacoli sembrano dei “concerti coreografici”, dove non sono mancano però le altre forme espressive, quali il cinema e la letteratura.
L’abbiamo scoperta nel 1982 con Fase, sorta di esercizio minimale, condotto con un ritmo infernale, e riproposto l’anno seguente in Rosas danst Rosas, ornato di un elemento ripetitivo che diventerà il marchio delle sue coreografie. Le sue ballerine, “ragazze di vita” cresciute troppo in fretta, sensuali e provocanti, piombavano sul movimento come un cataclisma. Un modo impertinente, per questa giovane fiamminga uscita dalla Scuola Mudra per poi seguire Lucinda Childs, Bob Wilson e Steve Paxton negli Stati Uniti, di appropriarsi del loro ripetitivo post-moderno. E di infondervi delle (over)dosi di emozione attraverso una gestualità in un primo momento netta e contenuta, e trasformatasi poi in una danza vigorosa, in una produzione di energia grezza che culmina in Achterland, dove la coreografa sfrutta al massimo la dinamicità della caduta.

In eco a queste problematiche, che la avvicinano oggi a Pina Bausch, si afferma sempre più l’importanza della partitura musicale, nell’instaurare un dialogo con la danza che assomiglia molto, dice Anne Teresa oggi, a un incantesimo: “La musica e la danza sono legate, intrinsecamente. È per questo motivo che si canta o si balla quando si è tristi o felici. Per me, la musica è il punto di partenza di una fascinazione e di un’interazione: analizzo le strutture di una partitura per scrivere le mie coreografie. La notazione di una musica è una provocazione nei confronti della coreografia”. La parola è lanciata: a partire da Bartók Aantekeningen, opera-faro sul Quartetto N. 4 di Bartók, eseguita da quattro ragazze selvaggiamente vestite di nero, si riconosce l’impronta della coreografa in questo modo libero di rifiutare il ritmo della musica, di contraddirlo, poi di abbandonarvisi senza misura, ai limiti dello sfinimento.
Un metodo che utilizza il contrappunto per provocare una tensione drammatica, prodotta dalla finzione della danza e della musica, in modo tale da svolgere un discorso teatrale.
L’abbiamo vista lavorare su Monterverdi, Mozart, Webern, Beethoven, Berio… Lou Reed e non è superfluo sottolineare quanto la presenza di musicisti sulla scena, in compagnia dei danzatori, rafforzi questa risonanza.
Così, in Achterland, le note secche degli otto studi di Ligeti e le variazioni musicali sul Dies Irae di Eugène Ysaye si incarnano sulla scena in un succedersi di evoluzioni rapide e sciolte, che si prestano a gioiose cavalcate o perfino al twist, preparando con entusiasmo l’intrusione dei ragazzi nel gioco delle ragazze. Un trambusto intempestivo e molto legato alle preoccupazioni di un’epoca, che fa di Anne Teresa De Keersmaeker una testimone sensibile e un’artista fortemente contemporanea.

 

Rassegna stampa

“Nei titoli degli esordi Anne Teresa De Keersmaeker lavorava solo con donne, ballerine sfrontate, poco più che adolescenti, in scarponcini grossi e gonne corte, di un’impudenza rude e maliziosa: “Avevo un vocabolario ridotto. Ero pessima in danza classica, avevo una difficoltà a trovare una mia realtà d’espressione. Così cercai di creare coreografie con pochi movimenti: la scelta minimalista fu quasi obbligata. Era naturale scegliere solo interpreti femminili. Quando si lavora sulla ripetizione la differenza conta solo all’interno dell’unità. E il movimento maschile è l’alterità, si entra in una scrittura diversa. Comunque l’uomo c’era nei mie primi spettacoli, densi di un desiderio basato proprio sull’assenza””.
(Leonetta Bentivoglio, Arriva Anne Teresa col diavolo in corpo, la Repubblica, 7 luglio 1993)

“La coreografia, ripetitiva e violenta, impone alle malcapitate, cui i danzatori fanno solo quasi da sfondo come fuchi all’ape regina, cadute improvvise e rotolamenti a ripetizione che richiedono di munirsi di ginocchiere di protezione. Un linguaggio dissociato da gineceo schizofrenico, percorso a catena come da una scossa elettrica di nonsense gestuali, che dà corpo a quadri in fondo omogenei quanto inconcludenti a fini narrativi”.
(Lorenzo Tozzi, Cinque donne in nevrosi, Il Tempo, 8 luglio 1993)

“Il codice della De Keersmaeker è simile al morse: piccole scosse, più volte ripetute, impercettibili variazioni, apparentemente. I corpi dei danzatori cadono, rimbalzano: la fatica si vede e si sente sui loro corpi. Toraci ansimanti, capelli intrisi di sudore, escoriazioni sulle gambe, non sempre protette dalle ginocchiere. Cadono, cadono per un’ora e mezza. L’angoscia esistenziale non si legge sui visi degli interpreti. A volte sono anche sorridenti, ma sono i loro corpi, generosi e potenti, a sottolineare le incertezze e i dubbi sul flusso della vita”.
(Fabiana Mendia, Sei donne in crisi a caccia della femminilità, Il Messaggero, 8 luglio 1993)

“Trame non verbalizzabili, storie di oggi. Astio, passione, rabbia, confusione di senso, interrogativi e conflitti, voglia di sopraffazione, furia di affermarsi, paure divoranti, timore di esporsi, provocazioni incrociate. Il gioco (la guerra?) del comunicare con l’altro sesso. Sguardi obliqui a un partner troppo distante per essere accessibile; un dimenarsi rapinoso delle anche offerto al pubblico in una solitudine sfrontata, dall’alto di una pedana, come un ring. Segnali minimi pronti a dilatarsi fino a un lancinante parossismo gestuale”.
(Leonetta Bentivoglio, L’arte di cadere dai tacchi alti, la Repubblica, 8 luglio 1993)

“Alienazione e astrazione, lirismo e squarci di comicità si sovrappongono nella coreografia che trova il suo punto di forza in un riuscito contrappunto, quasi una sfida, tra il movimento e la partitura musicale che vede alternarsi gli otto studi per pianoforte del compositore ungherese György Ligeti”.
(Francesca Bernabini, Ha i tacchi a spillo la “Rosas” del Belgio, Corriere della Sera, 8 luglio 1993)

“Voluta dunque la freddezza in questo mondo solitario e chiaro, poco seducente per scelta e per necessità. Anche se a guardare in profondità nasconde attimi di potente suggestione visuale nella composizione del movimento e emotiva nell’uso estremo che si fa del corpo. Meccanismo perfetto, con ogni muscolo sempre pronto a scattare nel momento giusto senza per questo dare l’impressione di pura tecnica, di esecuzione fine a se stessa”.
(Cristina Piccino, Le regioni estreme della danza ” Achterland” di De Keersmaeker, Il Manifesto, 16 luglio 1993)