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Angelin Preljocaj

Parade; Le Spectre de la Rose; Noces


Photo © Piero Tauro

L’omaggio di Angelin Preljocaj ai Ballets Russes di Diaghilev non sfiora nemmeno da lontano il rischio di una acritica riproposizione del già fatto, ma guarda all’anima ed alla carica eversiva di queste storiche coreografie che egli rivisita con un linguaggio ed una grammatica propri.
Tre le coreografie presentate: Noces nata nel 1923 su musiche di Igor Stravinskij e coreografia di Nijinska; Le spectre de la rose del 1911, ispirata ad una poesia di Téophile Gauthier, su musica di Weber e coreografia di Fokine; e Parade del 1917, con musica di Satie, coreografia di Massine e costumi di Picasso.
Se in Parade, Preljocaj vuole rispettare l’originaria atmosfera circense con gli artisti pronti all’esibizione, con un impresario (impersonato dallo stesso Preljocaj) che non smette mai di urlare mentre invita il pubblico ad affrettarsi, con le grandi figure astratte che popolano lo sfondo bianco, con un quadrato rosso che segna l’entrata nell’arena, con le scene del giapponese Aki Kuroda ed i costumi fantasiosi di Hervé Pierre che scandiscono il divertito andamento secondo i più classici dei “numeri”, la rilettura di Le spectre de la rose invece, si muove su ben altri significati. Mentre infatti Fokine aveva immaginato un romantico ballo, nell’atmosfera sospesa del sogno, tra una ragazza e la rosa regalatale alla sua prima festa, Preljoacj trasforma la danza in un incubo dove il passo a due diventa una sorta di lotta in cui predomina un aspetto erotico violento ed il sogno “romantico” è relegato nel perimetro di un quadrato di garze nere, luogo di incontro fra due toreri e due donne. “Ognuno di noi ancora oggi nel sogno evoca fantasmi, sogna carezze proibite nel quotidiano ma vissute felicemente e in modo tranquillo perché giustificate dalla dimensione onirica”, dice Preljocaj, “Nel balletto sviluppo tutto questo proponendo sulla scena due universi, quello interiore del sogno e quello esteriore del quotidiano, dimensioni che tuttavia si intrecciano continuamente. È come se fossero due balletti: in uno agisce una coppia, nell’altro due coppie. L’uno è il sogno dell’altro, l’uno desidera essere l’altro” (Corriere della Sera, 14 luglio 1993).
Infine, per Noces, il coreografo evoca un’ambientazione balcanica dove le nozze si trasformano in una sorta di rito sacrificale, in cui la sposa è l’oggetto che, passando da una famiglia ad un’altra, perde irrimediabilmente la propria libertà: qui le nozze, dice il coreografo, mutano in una “strana tragedia”.

Omaggio ai Ballets Russes PARADE
Musica Erik Satie
Coreografia Angelin Preljocaj
Coreologo Dany Leveque
Scene Aki Kuroda
Costumi Hervé Pierre
Luci Jacques Chatelet
Realizzazione costumi Philippe Binot – Dominique Gay
Ufficio studi Françoise Seguin
Realizzazione scene Ateliers dell’Opéra di Parigi
Direzione Françoise Sauval
Danzatori Nataly Aveillan, Michel Barthome, Joël Borges, Claire Burnet, Franck Chartier, Phillippe Combes, Nadine Comminges, Carole Gomes, Sylvain Ground, Sarah Ludi, Roger Nilsson, Pénélope Parrau, Angelin Preljocaj, Tamar Shelef
Commissione
Opéra de Paris – Palais Garnier. Spettacolo creato in residenza al Théâtre la Passerelle, Gap
Coproduzione Opéra Garnier, Théâtre National de la danse et de l’Image di Chateauvallon – Toulon
Contributo alla creazione Fondation Paribas Adami

LE SPECTRE DE LA ROSE
Musica
Carl Maria von Weber
Coreografia Angelin Preljocaj
Progetto musicale Marc Khanne
Luci Jacques Chatelet
Scenografia Angelin Preljocaj
Costumi Philippe Binot – Dominique Gay
Ufficio studi Françoise Seguin
Realizzazione scene Ateliers dell’Opéra di Parigi
Direzione Françoise Sauval
Danzatori Nataly Aveillan, Sarah Ludi, Nadine Comminges, Phillippe Combes, Franck Chartier, Roger Nilsson
Commissione Opéra de Paris – Palais Garnier. Spettacolo creato in residenza al Théâtre la Passerelle, Gap
Coproduzione Opéra Garnier, Théâtre National de la danse et de l’Image di Chateauvallon – Toulon
Contributo alla creazione Fondation Paribas Adami

NOCES
Musica
Igor Stravinskj
Coreografia Angelin Preljocaj
Esecutori Choer Contemporain d’Aix-en-Provence. Percussions de Strasbourg
Direttore Roland Hayrabedian
Costumi Caroline Anteski
Luci Jacques Chatelet
Danzatori Nataly Aveillan, Joël Borges, Claire Burnet, Nadine Comminges, Franck Chartier, Phillippe Combes, Sylvain Ground, Sarah Ludi, Roger Nilsson, Tamar Shelef
Commissione Biennale Nationale de la danse de Val de Marne
Coproduzione Biennale Nationale de la danse de Val de Marne, Maison des Arts de Créteil, Théâtre National de la Danse et de l’Immage di Chateauvallon Alpha-Fnac, Arsenal Metz, Centre National des Arts d’Ottawa-Canada
Contributo alla creazione Conseil Général du Val de Marne, Ministère de la Culture et de la Communication – Direction de la Musique et de la Danse (Fonds de promotion chorégraphique) Adami

 

I BALLETS RUSSES
di Angelin Preljocaj

I Ballets Russes sono ancora oggi un punto di riferimento incontestato dell’avventura artistica, originale e multiforme, condotta da Sergej Diaghilev dal 1909 al 1929.
Questa troupe di nomadi dei tempi moderni ha per 20 anni solcato l’Europa e l’America, con opere considerate capolavori.
Questi balletti leggendari, in cui ogni titolo evoca un’audacia, un’invenzione, hanno avuto la collaborazione dei più grandi artisti dell’epoca, Stravinskij, Picasso, Prokof’ev, Nijinskij, Satie, Braque. Da allora, moltissime istituzioni hanno reso omaggio al loro talento, alla loro vitalità, con retrospettive e spettacoli dedicati ai Ballets Russes. A nostra volta, vogliamo rendere loro omaggio, ma mettendo in gioco la stessa passione da cui, allora, erano animati: passione d’inventare, di creare, di rischiare nuove collaborazioni con i creatori di oggi. “Stupiscimi”, diceva Diaghilev a Cocteau. Se noi potessimo ancora un po’ incuriosire il grande Sergej, ne sarei felice, perché più che un riferimento, i Ballets Russes sono un modello.

Questo primo grande Corpo di Ballo contemporaneo della storia ci ricorda che, prima di diventare “classica”, un’opera, qualunque essa sia, è stata innanzitutto, al suo tempo, “contemporanea”, immediata e viva. Tocca a noi, adesso, assumere i nostri doveri, e prendere la staffetta. Dopo Noces, già nel nostro repertorio, ho scelto di “rivisitare” due altre opere dei Ballets Russes: Parade con la musica quasi da fiera di Satie, e il mitico Spectre de la Rose, sull’Invito al Valzer di Weber.

Da sempre, fin dai tempi lontani a cui la mia memoria è in grado di risalire, Les Noces hanno suonato per me come una strana tragedia: tradizione balcanica, o sguardo di fanciullo lunatico, io sapevo che intorno alla fidanzata, sempre assente dai festeggiamenti, il mistero si sarebbe infittito man mano che le damigelle d’onore si sarebbero occupate di preparare quella “merce di scambio” che sarebbe passata da una famiglia all’altra, e dopo, che ella sarebbe apparsa all’ultimo momento, quando tutte le coscienze, stordite da una giornata di dolce ebbrezza, si sarebbero rivolte a lei per non ignorare più quel presentimento di dramma del quale ella era l’immagine velata. Allora, offrendosi come la figura capovolta di un rituale funebre, ella avrebbe versato le sue lacrime avanzando verso il rapimento consentito.

Proprio come le Noces, io non avevo visto Parade prima di lavorarci. Ne conoscevo le celebri scene e i costumi di Picasso, l’argomento di Cocteau. Dopo aver consultato numerosi pittori, tutti hanno rifiutato: l’ombra di Picasso incute timore. Per accettare, occorreva essere giapponese: Aki Kuroda ha raccolto la sfida. Ed Hervé Pierre, ex stilista di Balmain, farà i costumi. Io non mi occupo dell’argomento, che trovo assai debole. Rimango piuttosto nel circo: tutti i miei ballerini sono iscritti presso Annie Fratellini. Non per fare dell’acrobazia, ma per tenere aperto l’occhio, per il tendone, per gli odori. Tre elementi mi stanno a cuore: la musica di Satie, la pittura di Kuroda e la gestualità che scaturisce dal circo, la danza, in una parola.

 

OMAGGIO DI ANGELIN PRELJOCAJ AI BALLETS RUSSES
di Sergio Trombetta

Parade, Le spectre de la rose, Noces sono tre titoli-mito dei Ballets Russes di Djagilev. Nati rispettivamente nel 1917, nel 1911 e nel 1923, caratterizzano tre momenti diversi del percorso artistico della compagnia di Diaghilev. Si va dal neoromanticismo di Spectre (musica di Weber, coreografia di Fokine) intriso di nostalgia ottocentesca, al cubismo fracassone di Parade (musica di Satie, coreografia di Massine), che vive sulla complicità dei costumi e il décor di Picasso, per arrivare al formalismo di Noces dove la rievocazione del rito contadino delle nozze è esaltata dalla musica di Stravinskij e dalla coreografia di Bronislava Nijinska.
Questi tre balletti, spesso riproposti come classici del ‘900 in una dimensione quasi museale, avevano comunque una carica innovativa che colpiva, stupiva, spiazzava lo spettatore dell’inizio del secolo. “Jean etonne moi” (Jean stupiscimi) è la frase che Sergej Diaghilev amava rivolgere a Jean Cocteau, autore di molti libretti di spettacoli dei Ballets Russes, in questo caso di Parade.

È facile immaginare allora che Angelin Preljocaj, una delle più fervide e lucide menti della nuova coreografia francese, nell’avvicinarsi a questi classici abbia voluto conservarne la forza innovativa. La sua versione, dunque, è totalmente infedele nell’aspetto esteriore alle tre coreografie di Fokine, Massine e Nijinska, ma è invece quanto mai fedele allo spirito dei tre balletti aggiornati e attualizzati.
Spectre e Parade sono le due novità per l’Italia, nate per iniziativa dell’Opéra di Parigi e del Festival di Avignone. “Soulève ta paupière close/qu’effleure un songe virginal/je suis le spectre d’une rose/que tu portais hier au bal”. Questi versi del 1837 di Théophile Gautier erano il “programma” del balletto concepito da Fokine nel 1911 dove lo spettro della rosa, allora l’inarrivabile Nijinskij con un costume di petali di rosa, visita la fanciulla che, rientrata dal ballo, si è assopita su una poltrona. Preljocaj attualizza, brutalizza quella visione romantica. Il sogno della fanciulla diventa un incubo. Lo spettro della rosa assume le fattezze del fantasma orrendo di uno stupratore. Il delicato passo a due diventa una danza di sesso e violenza che si specchia nella danza serena e fuori del tempo di due coppie (due belle castigliane e due toreri) che agiscono imperterrite nel grande cubo di garza posto nella parte a sinistra della scena.

Parade voleva essere nelle intenzioni di Satie-Cocteau-Picasso un “aperitivo coreografico” che privilegiava l’aspetto visivo delle scene e dei costumi. Una scelta rispettata in pieno da Preljocaj. Il coreografo ha affidato al giapponese Aki Kuroda il compito di disegnare un fondale bianco occupato da grandi segni astratti neri e un arco quadrato rosso, sorta di ingresso al circo per i giocolieri della parata. I costumi di Hervé Pierre sono di una fantasia scatenata e mai risaputa. Coloratissimi, mescolano canottieri primo ‘900 a personaggi alla Flash Gordon, a esserini femminili assolutamente contemporanei. La danza qui, seppure sempre di qualità, passa in secondo piano. Per tornare però protagonista nel brano finale, Noces.

Un senso di tragedia, di rito barbarico, di matrimonio come costrizione, come scambio della giovane sposa è presente in questa rielaborazione di Noces. Quando lo spettacolo debuttò, nel 1989, era facile vedervi il gusto insieme violento ed esaltato di certe feste zingaresche e balcaniche dei film di Kusturica. Oggi, alla luce della tragedia che insanguina i Balcani, le Noces di Angelin Preljocaj, con quelle spose-manichini gettate in aria, private di ogni personalità, acquistano una verità ancora più drammatica e sconvolgente.

 

Rassegna stampa

“L’aspetto figurativo sembra prendere il sopravvento su quello propriamente coreografico, ma è questa una scelta obbligata visto che anche nella Parade massiniana (1917) quell’aspetto era predominante. Un balletto in definitiva sbrigliato, ironico, con sequele di “numeri” coreografici tenuti insieme da un istrionico buttafuori d’eccezione (ovvero lo stesso Preljocaj, in veste di mattatore). […] In un ambiente contadino [Noces, n.d.r.] esplodono le contrastanti forze dei due sessi che si palleggiano spose-manichino in un cangiante rapporto di forza e di sopraffazione. All’edizione di Preljocaj manca invero quella dimensione rituale, arcaica, iterativa, ieratica propria dell’originale versione coreografica della Nijinska (1923), nonché della musica di Stravinskij. La sua, al solito, è una personale rilettura, avvalorata da una compagnia tecnicamente solida, lanciata ininterrottamente in un “tour de force” galvanizzante e sfrenato”.
(Lorenzo Tozzi, Omaggio a un mito: Diaghilev, Il Tempo, 14 luglio 1993)

Parade di Cocteau-Satie-Massine-Picasso (1917) è così strettamente legato nell’idea e, diciamo pure, nella boutade cubista del momento, che una rivisitazione completamente svuotata dei suoi contenuti lo riduce ad una parata di costumi dai colori rutilanti (di Hervé Pierre) incorniciati da una scenografia astratta del giapponese Aki Kuroda, […]. Le note famose dell’Invito al valzer di Weber [Le spectre de la rose, n.d.r.] restano di sfondo all’azione, giocano di indubbio contrasto, al proscenio: una storia di sesso e di violenza che, tutto sommato, ci lascia abbastanza indifferenti ed è il mistero degli accadimenti imprevisti ad impossessarsi di noi.
Les Noces […] mettono in luce quel tanto di tragico e di barbarico che è nella partitura e il senso che, volenti o nolenti, ravvisiamo spesso nella cerimonia nuziale: un rito di convenzione, per convenienza sino al tocco funereo delle campane che riducono quello che dovrebbe essere “il giorno più bello della vita” in una spersonalizzata esibizione di manichini gettati all’aria”.
(Alberto Testa, Una inutile “Parade” con Angelin Preljocaj, la Repubblica, 15 luglio 1993)

“Nel suo Spectre, ricostruito con una certa ironia, Preljocaj si premura di mantenere l’effetto “balzo dalla finestra” dello spettro, che ha sempre incantato il pubblico del balletto originale. Perciò ha fatto costruire dei veli neri attraverso i quali balzano in avanti, quasi provenienti dal nulla, due toreri che si accoppiano con altrettante damine d’inizio secolo; gli approcci sono prudenti, scanditi sulla musica geometrica di von Weber. Si vede che per Preljocaj il torero è simbolo della virilità più conclamata: la giusta ricompensa per signorine vacue e vezzose. Ma la sua “critica” allo Spectre non si ferma qui. Il palcoscenico propone al di là di uno dei “muri” neri che lo divide a metà, una fanciulla magra in sottoveste, presto sopraggiunta da uno spettro che sarebbe cosparso di rose, se il suo costume non fosse sgualcito e soprattutto nascosto da un impermeabile. I due scalfiscono la musica mielosa con un tormento di coppia dai gesti nitidi e secchi. Quando l’ombra di una finestra proiettata a terra comprende il corpo scosso dai brividi della fanciulla – rimasta sola, perché lo spettro sgualcito se ne è andato – comprendiamo che il messaggio di Preljocaj è quanto di più desolante si possa immaginare: i sogni romantici non esistono più. Il desiderio amoroso in realtà è un inutile dolore”.
(Marinella Guatterini, Preljocaj il “rivisitor” gioca con i mostri sacri, l’Unità, 16 luglio 1993)
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