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Chronica; Limbo; Aunt Leah


CHRONICA
Coreografia Shelee Gonen
Musica Alex Cloud
Luci Eyal Tabory
Direzione tecnica Yacob Baresi
Direzione palcoscenico Hagai Shlomov
Tecnico Hazi Schlomo
Interpreti Shelee Gonen, Tamir Gilad
Durata 20 minuti

LIMBO
Coreografia Vertigo Dance Company (Adi Sha’al, Noa Wertheim)
Musica Ran Bagno
Luci Judy Kuperman
Video Gil Arad
Direzione tecnica Yacob Baresi
Direzione palcoscenico Hagai Shlomov
Tecnico Hazi Schlomo
Interpreti Alit Yalon, Einat Porter, Rachel Lerman, Sharon Zukerman, Adi Sha’al, Noa Wertheim
Durata 25 minuti

AUNT LEAH
Coreografia Barak Marshall
Musica Margalit Oved, Nusrat Fatah, Ali Kahn
Costumi Barak Marshall
Luci Nissan Gelbard
Direzione tecnica Yacob Baresi
Direzione palcoscenico Hagai Shlomov
Tecnico Hazi Schlomo
Interpreti (danzatori) Hadassa Ermossa, Bat-sheva Levy, Barak Marshall, Eleni O’Keefe, Idit Spiro, Una Holbrook, Inbal Pinto, Inbal Ben Zaken
Interpreti (musicisti) Margalit Oved
Durata 20 minuti

Attraverso tre coreografie di altrettanti giovani artisti, lo spettacolo propone un’esplorazione della danza contemporanea israeliana, seguendo un programma presentato la scorsa stagione al Suzanne Dellal Centre nel corso della rassegna Dance 95. Ad aprire la scaletta è Shelee Gonen, che duetta in Chronica con una danzatrice, Tamir Gilad, come lui formatasi alla Kibbutz Contemporary Dance Company: il lavoro, frutto di sei mesi di ricerca, racconta il dialogo di un individuo con se stesso, ispirandosi ad un libro di Arnesto Sebato. Premiato al Festival di Israele 1994 come lavoro collettivo, il successivo Limbo della Vertigo Dance Company possiede un’uguale tematica introspettiva, mentre Aunt Leah di Barak Marshall, a cui spetta la chiusura del programma, dimostra una più ampia portata storica, narrando in quattro capitoli la vicenda di Leah Oved Shtorch: la nascita, il matrimonio con un sopravvissuto dell’Olocausto, gli ultimi istanti di vita e la morte, sono infatti episodi in cui si può leggere, in controluce, la storia di Israele, come peraltro sta a dimostrare la scelta musicale, che fonde alle sonorità moderne un suggestivo repertorio tradizionale.

Rassegna stampa

“Si tratta di brevi quadri esistenziali per descrivere percorsi intramati di citazioni, ricordi, nostalgie dolcissime. È la storia dell’uomo che raccontano i giovani artisti (tutti provenienti dal celebre Suzanne Dallal Centre di Tel Aviv, cuore della creatività coreografica del paese, e con un ricco bagaglio di esperienze in Europa e negli Stati Uniti), brani avvolti da dinamiche conturbanti e coinvolgenti. Corpi che tagliano lo spazio per poi ridisegnare arabeschi emozionali con movimenti duri, percorsi da ombre inquietanti (Chronica, ispirato ad un romanzo di Arresto Sebato) o plasmati da una fisicità che non si lascia facilmente piegare, che irrompe prepotente tra musicalità antiche per denunciare il dramma dell’isolamento (Limbo). Aunt Leah narra invece vicende private, diventa lo specchio di conflitti, tensioni generazionali, appaiono in lontananza figure di uomini e donne che hanno dovuto confrontarsi con gli orrori delle deportazioni, con la perdita della loro identità. Violata, distrutta per sempre”.
(Carmela Piccione, Brevi quadri sulla storia dell’uomo, Il Tempo, 20 luglio 1996)

“Se è vero che il corpo umano è lo strumento del coreografo è anche vero che la qualità timbrica dello strumento sia l’equivalente musicale della prestanza fisica del ballerino. La componente estetica del piccolo campionario di danza messo in scena per l’occasione, era invece palesemente negata, bicipiti e polpacci in vista.
Il primo lavoro era firmato da Shelee Gonen, ventisei anni, un curriculum eccellente, perfezionato a Parigi e Gerusalemme in danza classica, moderna, jazz e tip-tap. […] Era una danza mimata in chiave realista. La cronistoria di un difficile rapporto di coppia. A livello professionale forse il lavoro più risolto. Un lavoro decisamente cerebrale, intensamente ginnico (comunque motivato). Musica eclettica di Alex Cloud.
Seguiva Limbo, il risultato di una ricerca collettiva della Vertigo Dance Company, processo dantesco all’apatia. Un “corpo a corpo” acrobatico. Quanto di più deprimente, musica compresa, firmata Ran Bagno. Infine la trovata populista che il pubblico ha più gradito. Il titolo? Aunt Leah. Una coreografia realizzata da Barak Marshall, il ventottenne indiavolato, figlio dei talenti di una diaspora ebraica indomabile”.
(Mya Tannenbaum, Israele balla la negazione della bellezza, Corriere della Sera, 16 luglio 1996)