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Towering Inferno

Kaddish


Ensemble Towering Inferno
Regia Richard Wolfson, Andy Saunders
Musica Richard Wolfson, Andy Saunders
Testi Endre Szkárosi
Realizzazione film Towering Inferno, Arthur Howes
Montaggio film Arthur Howes
Montaggio video Andy Crabbe, David Lewis
Luci Tom Castle
Suono Gregg Skerman
Projection design Roger Riley
Proiezioni Mike Gifford, Frank Passingham
Assistente alla regia Simon Vincenzi
Assistenti al design James Mackay, Michael Jackson
Interpreti Richard Wolfson e Andy Saunders (chitarra, tastiere, sassofono), Endre Szkárosi (voce), Melanie Pappenheim (voce), Glyn Perrin (tastiere), Aleks Kolkowski (violino), Steve Kellner (batteria), Mike Barnes (percussioni), Dave Bernez (effetti sonori dal vivo)
Durata 75 minuti

“Kaddish” designa la preghiera ebraica per i defunti: questo lo spunto di partenza per l’opera rock realizzata nel 1994 da Richard Wolfson, Andy Saunders e dal loro gruppo, Towering Inferno, che mette in scena un viaggio suggestivo ed inquietante nell’Europa del dopo Olocausto.
Lo spettacolo, nato inizialmente solo su disco ma diventato un “caso” internazionale dopo l’allestimento teatrale, mescola con una forza impressionante gli elementi musicali più disparati, dal folk ungherese all’heavy metal, dal jazz alle ballate yiddish, affiancandoli alla voce recitante di Endre Szkárosi e ad alcune tracce registrate (i discorsi di Hitler, gli ordini militari, lo sferragliare dei treni in corsa per i campi), che da sole rievocano potentemente la tragedia della Shoah. A sostenere questo impatto sonoro, aggressivo e apocalittico, c’è un allestimento scenico che comprende, oltre un particolare disegno di luci, tre megaschermi continuamente illuminati da ben sette proiettori con immagini di repertorio e girato originale, a cura dei due stessi autori.
Adorato dal grande pubblico e da personalità come Brian Eno o Steven Spielberg, detestato da alcuni per la violenza e l’audacia con cui rappresenta il genocidio degli ebrei, Kaddish rimane comunque la frontiera ultima e più attuale di un genere come l’opera rock.

Videtti su Kaddish
Rassegna stampa

“Un pugno allo stomaco e un devastante viaggio nella cattiva coscienza della storia. Kaddish, l’opera multimediale presentata da Romaeuropa al teatro Olimpico in prima italiana, è questo ma non solo. È uno spettacolo che parla tanti linguaggi e molte lingue, che unisce in un’ossessiva e ipnotica performance il rock più duro e devastante con il cinema, il free jazz, la poesia. È un’ora abbondante di violenza per un pubblico che rimane immobile sulle poltrone senza fiatare. […] Forse non c’è nulla di innovativo nello spettacolo ad immagini dei Towering Inferno, che abilmente unisce i formalisti russi ai videoclip: la loro musica è certamente il prodotto di una vigorosa digestione di stili e generi, dal rock alla etno, la recitazione, nell’immobilità dei musicisti, è scarsa e unicamente vocale, ma l’effetto è indubbiamente dirompente. Come il canto finale in yiddish, dolce e maestoso, di Melanie Pappenheim che accompagna le immagini di un uomo che ha abbandonato il suo corpo sulla spiaggia, mentre Endre recita: “Il vento mi soffia attraverso, il dolore del mondo ha collassato su di me”. Per ascoltare l’applauso ci vogliono dieci secondi”.
(Maurizio Belfiore, Il raggelante rock dell’Olocausto, l’Unità, 9 ottobre 1997)

“Com’è prevedibile, con i decibel della colonna sonora si fondono mirabilmente i documenti più eclatanti e visivamente più “forti” quali le croci uncinate e le stelle di David fiammeggianti, una panoramica della porta di Brandeburgo di Berlino e il volo di una gigantesca aquila. Ma proprio in questa sua prevedibilità psico-sensoriale, l’operazione mostra forse il suo lato più debole; nel senso che l’impianto tecnologico sembra destinato a un impatto comunque roboante, mentre lo script della parte visiva ambisce a sottigliezze che la magnitudo totale non legittima.
Anche perché, probabilmente, lo spettacolo era destinato a platee all’aperto con una ricchezza di effetti speciali che l’antologia critica sul programma di sala lascia immaginare: croci uncinate fiammeggianti dal vero, fumi e architetture neoclassiche che riproducevano la porta di Brandeburgo, atmosfere simili a quelle dei famosi concerti dei Pink Floyd. Il che fa chiedere se le aspettative deluse non siano da imputare a un’errata collocazione e a un’ancora più inesatta destinazione”.
(Chiara Vatteroni, Infernale opera rock inadatta al “chiuso”, Il Piccolo, 9 ottobre 1997)

“Una performance che non manca di ingegnosità, ma che disorienta il pubblico proprio perché non è completamente il futuro con il suo ancora aggrapparsi a un passato che già altri hanno trattato nelle più diverse forme. Un’opera comunque da Festival (prima di Romaeuropa la si è vista al Festival di Edimburgo), che in molti critici ha suscitato consensi pari a Jesus Christ Superstar e Tommy, due opere rock che hanno fatto epoca.
Il guaio è che somiglia troppo a queste ultime due, e a quanto abbiamo visto negli anni Settanta, mentre il rapporto musica e immagini ricorda certi concerti dei Pink Floyd e certi spettacoli di un musicista minimalista come Philip Glass.
Una volta tanto il prestigioso Eno non ha avuto ragione. Il futuro ci sembra costellato di spettacoli molto più audaci e complessi”.
(Ettore Zocaro, “Kaddish”, quel rock inglese non proprio all’avanguardia, La Sicilia, 12 ottobre 1997)

Videtti su Kaddish
KADDISH
di Giuseppe Videtti

Un assalto ai sensi. Uno spettacolo multimediale che instilla odio per la violenza. Piano piano. Come un bisturi che incide. E non si sente dolore finché la ferita non diventa enorme e profonda. Quando il danno è irreparabile.

All’inizio, Kaddish, dei Towering Inferno, di Richard Wolfson e Andy Saunders, era un disco. Oltre 70 minuti di musica in un cd con una copertina illustrata da Derek Jarman, che sfortunatamente pochi ascoltarono, quattro anni fa. L’intenzione era quella di creare un’altra opera rock. Più traumatica di Jesus Christ Superstar, più corrosiva di Tommy e Quadrophenia. Non un affresco generazionale, ma frammenti di storia – indelebili – trascinati nel Duemila, e oltre. Brian Eno, da sempre sospeso tra rock e avanguardia, ascoltò e commentò: “Non ho dubbi, questo è il futuro”.
Gli spettatori alla prima dell’opera, a Berlino, rimasero schiacciati dalla ferocia con cui suoni ed immagini si abbattono impietosamente sulla platea, ripetitivi, martellanti, ossessivi, galoppanti. Quando i tamburi, improvvisamente, smettono di percuotere e il buio torna a dominare la scena, passano solo pochi istanti che sembrano un’eternità. E nessuno ha l’ardire di fiatare o di accennare un applauso. Per prepararsi forse a una nuova scarica di suoni, alla successiva raffica di immagini. Che riprende, e violentemente squarcia il silenzio, aggredisce gli spettatori, fa scempio del violino nostalgico, della preghiera sussurrata a mezza voce, della canzone in yiddish che la ragazza canta tra le mura di casa, dei vagiti di un bimbo rimasto vivo tra le macerie.

Il gigantesco palcoscenico allestito per Kaddish a Calton Hill nel corso del 50esimo Festival di Edimburgo ha permesso all’ensemble di rendere ancora più efficace la combinazione di suoni e di immagini. I musicisti entrano in scena mentre un’enorme svastica, fiancheggiata da due stelle di David, brucia. Il fumo nerastro, sospinto dal vento verso la platea, dà un aspetto sinistro all’enorme colonnato neoclassico, il tempio in cui il Potere complotta le sue nefandezze.
Allo Sheperd’s Bush Empire di Londra tre enormi schermi e sette proiettori creano un impatto straordinario sul pubblico raccolto nello spazio più intimo di un teatro d’epoca. Qui il suono è perfetto, aggressivo, soverchiante, proprio come gli autori lo avevano immaginato.
Wolfson e Saunders che si alternano tra tastiere e una quantità di strumenti, le voci di Endre Szkárosi e Márta Sebestyén (Les Mysteres des Voix Bulgares), maestose e dolcissime: l’enfasi del discorso di un dittatore, la solennità degli ordini impartiti ai militari, una carezzevole ninna nanna, la illogica elucubrazione di un folle, la perentoria intonazione vocale di un essere che si crede superiore e immortale. E poi i gemiti dei vinti, le grida dei ribelli, le dissonanze della distruzione, i singhiozzi di chi piange le vittime, un breve canto di speranza, e grida di orrore e disperazione. Tutto questo si ode in Kaddish. E anche di più. Con la poderosa sezione ritmica che vede quattro musicisti all’opera. E gli strumenti dilaniati (anche il sassofonista Elton Dean, ex Soft Machine, partecipò alle registrazioni del disco) aumentano il clima di alienazione. Che diventa devastante, quando le luci accecanti brillano ad intermittenza e qualcuno comincia a gridare ordini perentori, come se un plotone del Terzo Reich avesse fatto improvvisamente irruzione in un light show dei Velvet Underground, in una cantina di Soho o di Brooklyn. Perché i Towering Inferno non fanno solo uno spettacolo di son-et-lumière, ma sfruttano un’infinità di stili musicali per creare un efficace cabaret espressionista di fine millennio. Dove i suoni industrial convivono con le malinconiche atmosfere alla Górecki, le chitarre dilaniate del metal con le percussioni africane, il sassofono free di John Coltrane con un’orchestrina klezmer.

Lo scorso giugno (1997, n.d.r.) Kaddish ha incontrato la platea di un festival rock a Roskilde, nei pressi di Copenhagen. Le avverse condizioni meteorologiche non hanno guastato lo spettacolo. Tuoni fulmini e pioggia torrenziale non hanno impedito ai ragazzi che avevano appena applaudito Radiohead e Smashing Pumpkins di assieparsi sotto l’unico spazio in cui si svolgeva uno spettacolo insolito, con la cantante iraniana Sussan Deyhim, accanto al bravissimo Szkárosi, e gli stessi musicisti che saranno presenti sul palco del Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival.
Rock, ma non solo. Frammenti di cinema. Fotografia. Teatro. Un incessante stimolo a riflettere. Non basta un olocausto a distruggere un popolo. Se un brandello della sua cultura rimane vivo.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)

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