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Denis Marleau

Les trois derniers jours de Fernando Pessoa


Testo Antonio Tabucchi
Adattamento e regia Denis Marleau
Traduzione Jean-Paul Manganaro (per l’Éditions du Seuil)
Ensemble Théâtre Ubu
Musica John Rea
Scene e costumi Zaven Paré, Maryse Bienvenu (assistente)
Luci Guy Simard
Trucco Angelo Barsetti
Consulente letterario Stéphane Lépine
Assistente alla regia e direzione generale Michèle Normandin
Concezione video Denis Marleau
Realizzazione video Robert Thuot
Regia video Pierre Laniel
Consulente video Jacques Collin
Suono Nancy Tobin
Direzione tecnica Jean-François Landry
Direzione di produzione Stéphan Pépin
Direzione di palcoscenico Emmanuel Cognée
Interpreti Paul Savoie, Daniel Parent, Daphné Thompson
Produzione Théâtre National Dijon Bourgogne, ACARTE, Fundação Calouste Gulbenkian (Lisbona), Festival de Théâtre des Amériques (Montréal), Théâtre de la Ville (Parigi)
Durata 70 minuti

Ispirato alla figura di uno dei maggiori scrittori portoghesi del primo Novecento, Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa di Antono Tabucchi vede il protagonista sul letto di morte ricevere la visita dei suoi eteronimi (con cui ha firmato diverse opere): Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Antonio Mora, fino a Pessoa medesimo. Ripreso per la scena da Denis Marleau con il Théâtre Ubu, il testo di Tabucchi amplifica la sua natura di riflessione sull’identità, sull’altro e sul doppio, anche grazie alla tecnologia video con cui prendono forma le diverse incarnazioni dello scrittore, proiettate con precisione millimetrica sopra dei manichini e sullo stesso volto di Daniel Parent.
Il risultato, ricco di una forza evocativo che spesso si carica di inquietudine, è un dialogo interiore spoglio ed essenziale eppure lontano da qualsiasi realismo, complici anche alcuni intermezzi cantati costruiti dal musicista John Rea a partire da alcuni poemi di Pessoa e affidati al personaggio di Ofelia, la sola donna che (si dice) lo scrittore abbia amato.

Rassegna stampa

“Una trovata scenica accattivante quanto discreta, queste proiezioni, che risolve egregiamente l’incontro con un se stesso-altro da sé, ma che pretende un rigore assoluto nei movimenti degli attori. E allo stesso tempo – come fosse un’opera di teatro Nô – questo assoggettamento tecnologico crea una rigidità formale che gli attori elevano a segno stilistico del nuovo lavoro di Marleau. Anzi proprio in quel ritmo lento e cadenzato del flusso di pensieri che investe Pessoa risiede la forza dello spettacolo. E in quei dialoghi, che monotoni si intrecciano alle musiche di John Rea, si riconosce l’angosciosa ricerca, portata fino alla fine dei giorni, della propria identità”.
(Maria Teresa Surianello, L’agonia di Pessoa, secondo Marleau, Liberazione, 23 ottobre 1997)

“L’artificio della proiezione dei volti sui visi dell’attore o dei fantocci che a turno entrano in scena, segna un momento di evoluzione sull’esistenza dell’ambiguità vista come paradosso chiarificante dell’essenza creativa. I volti proiettati richiamano in modo evidente gli spunti creativi da cui partirono letterati come Baudelaire, Flaubert, Dujardins e lo stesso Joyce per la ricerca di una spiegazione sulla rappresentazione delle maschere che ricostruiscono l’animo e l’essenza esistenziale dell’artista.
Tornando alla pièce di Marleau una nota va detta sulla scenografia di Zaven Paré, già collaboratore del regista quebecchese nell’allestimento scenico di un adattamento del Woyzeck. Il suo lavoro fa infatti trasparire il mistero, la magia e il delirio. La sensibilità che si rivela nell’incastro con il testo trasmette quell’eleganza e quella poesia che si rivelano parametri fondamentali per la composizione di questo piccolo gioiello teatrale”.
(Cristiano Felice, Le molteplici identità di Fernando Pessoa viste dal quebecchese Denis Marleau, L’Umanità, 25 ottobre 1997)

“Tutto è emozionante, anche se il clima è estremamente raccolto, fortemente intimo, intenso, nel ripercorrere sensazioni e ricordi, assai pregevoli, a volte inafferrabili, oppure non colti in tempo perché, come Tabucchi fa dire a Pessoa, “per viverli veramente non basta una vita”. Il pubblico è percorso da un brivido forte, ma la rappresentazione della compagnia del Québec, tutta immersa in un’atmosfera di complicità con la pagina letteraria, non cerca effetti: un estremo pudore è la sua linea stilistica. Alla fine si ha l’impressione che pure gli applausi del pubblico siano di troppo, addirittura inopportuni, invadenti, dopo tanta dolorosa limpidezza.
Un esempio assai apprezzabile di teatro che non fa rimpiangere la pagina letteraria, anzi la serve con dignitoso rispetto senza tradire il proprio specifico”.
(Ettore Zocaro, I fantasmi di Pessoa, La Sicilia, 3 novembre 1997)